Craig Mokhiber https://mondoweiss.net/2026/07/no-israel-does-not-have-a-right-to-exist-quite-the-contrary-actually/
A differenza di quello che i sionisti sostengono “Israele ha il diritto di esistere”, la mia asserzione si fonda sul diritto internazionale. Naturalmente, data la propensione di Israele a violare tali leggi, non sorprende che continuino a rivendicare un diritto privo di fondamento nella realtà.
La notizia che, nel pieno del genocidio in Palestina, il Parlamento tedesco stesse portando avanti questa settimana una legge che criminalizzerebbe, con pene fino a cinque anni di reclusione, chi nega a Israele il suo “diritto all’esistenza”, non ha sorpreso praticamente nessuno.
Dopotutto, si tratta della stessa Germania che ha perpetrato il genocidio prima in Namibia e poi in Europa, e che ora partecipa attivamente ed entusiasticamente al genocidio in corso in Palestina, reprimendo brutalmente chiunque osi esprimersi contro di esso all’interno del Paese.
In effetti, insieme a Israele e agli Stati Uniti, lo Stato tedesco si distingue per essere tra quelli più asserviti agli interessi sionisti ed essere tra i più corrotti dall’ideologia sionista.
Lo Stato tedesco ha persino una politica ufficiale (Staatsräson) che lo impegna a sostenere la sopravvivenza del regime israeliano, e per ottenere la cittadinanza tedesca è richiesta una dichiarazione formale del “diritto all’esistenza” di Israele (nessuna dichiarazione analoga per la Germania).
Ma l’affermazione secondo cui il regime israeliano non ha diritto di esistere non è solo un’opinione legalmente tutelata. È anche dimostrabilmente vera, sia di fatto che di diritto.
Infatti, l’affermazione che Israele “abbia diritto di esistere” è sempre stata una sciocchezza, priva di fondamento sia nel diritto che nei fatti.
Eppure, questa affermazione sionista suona familiare alle orecchie degli occidentali perché è stata ripetuta così spesso come pilastro della propaganda sionista, ripresa da politici occidentali che beneficiano delle tangenti delle lobby israeliane e da media allineati a Israele che diligentemente sostengono l’impunità del regime.
Avete mai sentito un ritornello simile per affermare il diritto di esistere dell’Italia, o del Canada, o della Germania, per esempio? Eppure si continua a sostenere che il regime israeliano (e solo il regime israeliano) in qualche modo abbia tale diritto.
La conclusione più ovvia è che il regime e i suoi alleati in Occidente siano così profondamente insicuri della legittimità dello Stato, data la storia sanguinosa e senza legge della sua fondazione ed espansione, da aver ritenuto necessario imporre un’ortodossia forzata (e fittizia), radicata nell’idea di un eccezionalismo israeliano e di un’impunità Che lo stato garantisce.
Ma un simile diritto non esiste nel diritto internazionale. Nessuno.
Verità scomode
In effetti, quando entrai per la prima volta nei corridoi delle Nazioni Unite negli anni ’80, esistevano molti Stati che non esistevano più quando li lasciai nel 2023. L’URSS, la Cecoslovacchia, la Jugoslavia, la Germania dell’Est, il Tanganica, Zanzibar e la Repubblica Araba Unita avevano forse un “diritto all’esistenza”? No. E nemmeno Israele ce l’ha.
Gli Stati nascono e muoiono, ma nessuno di loro ha un “diritto all’esistenza”. Da un punto di vista fattuale, questo è innegabile.
Eppure, alcuni continuano a ripetere a pappagallo l’infondata falsità sionista secondo cui il regime israeliano lo possiederebbe, altri la accettano senza porsi domande, alcuni (come la Germania) cercano addirittura di costringere gli altri a dichiararlo, e altri ancora proibiscono qualsiasi tentativo di contestare questa menzogna.
Non esiste un “diritto all’esistenza” per gli Stati secondo il diritto internazionale. Pertanto, Israele non può rivendicare tale diritto.
Naturalmente, gli Stati hanno alcuni diritti. Ad esempio, gli Stati hanno normalmente diritto all’uguaglianza sovrana, all’integrità territoriale e all’autodifesa, in virtù dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Tuttavia, anche questi diritti, normalmente riconosciuti agli Stati, sono soggetti a condizioni e limitazioni, molte delle quali escluderebbero la pretesa di Israele di rivendicarli.
Ad esempio, la Corte Internazionale di Giustizia ha ripetutamente stabilito che Israele non ha il diritto di invocare l’autodifesa nei suoi attacchi contro i territori palestinesi occupati. (In sostanza, non si può irrompere in casa di qualcuno e poi rivendicare il diritto all’autodifesa quando questi oppone resistenza).
In secondo luogo, a eccezione di quelli concordati nei trattati con l’Egitto (1979) e la Giordania (1994), Israele non ha nemmeno confini definiti. Gran parte del territorio rivendicato e controllato dal regime israeliano è territorio su cui non ha alcun diritto legale, e altri territori rivendicati come parte dello Stato sono a loro volta oggetto di contestazione.
Il regime non può avanzare alcuna pretesa legale di integrità territoriale sui territori illegalmente occupati a partire dal 1967, tra cui Gerusalemme Est, Gaza, la Cisgiordania e le alture del Golan.
La sua “Linea Verde” del 1949, che delimita il confine tra Libano, Siria, Cisgiordania e Gaza, non è un confine internazionale, bensì una linea di armistizio intesa unicamente a separare le forze. Il regime non può rivendicarla come confine legittimo.
Inoltre, dato che il divieto di acquisizione di territorio con la forza è una norma di jus cogens (la più alta e imperativa) del diritto internazionale e un obbligo vincolante ai sensi della Carta delle Nazioni Unite, non può rivendicare nessuno di quei territori come parte del suo territorio legittimo.
Persino i territori rivendicati dalle forze sioniste nel 1947 in base alla proposta di spartizione delle Nazioni Unite sono soggetti a contestazione legale. Considerato ciò, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite non aveva alcuna autorità, né in base alla sua Carta né, più in generale, al diritto internazionale, per scavalcare la volontà delle popolazioni indigene o per creare uno stato coloniale di insediamento, e le forze sioniste non avevano alcun diritto, secondo il diritto internazionale, di negare l’autodeterminazione del popolo palestinese o di acquisire territori con la forza.
Infatti, la Commissione di Diritto Internazionale ha stabilito che gli Stati non devono riconoscere rivendicazioni basate su violazioni delle norme di jus cogens ed erga omnes (vincolanti per tutti gli Stati), come quelle perpetrate dalle forze sioniste durante la Nakba del 1947-48 e dal regime israeliano da allora in poi. Inoltre, le acquisizioni territoriali derivanti dalla minaccia o dall’uso della forza impongono obblighi di non riconoscimento a tutti gli Stati.
La Corte Internazionale di Giustizia ha ribadito questo principio in relazione alla presenza del regime israeliano nei territori palestinesi occupati anche nel 2024, quando ha stabilito che l’occupazione di Gerusalemme Est, della Cisgiordania e della Striscia di Gaza è del tutto illegale, che deve cessare rapidamente e completamente e che tutti gli Stati sono obbligati a non riconoscere la presenza di Israele in quei territori e a lavorare per porvi fine.
Pertanto, poiché Israele non ha un territorio definito, le sue pretese legali di integrità territoriale sono significativamente limitate. E senza confini riconosciuti (e qui non si parla di una controversia di confine di minore entità, ma piuttosto della mancanza di definizione della maggior parte del territorio statale), gli manca proprio il criterio fondamentale per il riconoscimento di uno stato Stato.
Ad oggi, quasi trenta Stati membri delle Nazioni Unite in Africa, Asia e America Latina (compresi alcuni dei suoi vicini geografici più prossimi) non riconoscono lo Stato di Israele, e altri hanno interrotto le relazioni diplomatiche con il regime durante l’attuale genocidio in corso.
Non c’è sovranità senza uguaglianza
Infine, senza una sovranità legittima, non si può rivendicare l’uguaglianza sovrana.
La sovranità, nel diritto internazionale, non appartiene agli Stati, bensì ai popoli. Il regime israeliano si dichiara “Stato ebraico” e afferma di rappresentare il suo popolo.
Tuttavia, non rappresenta gli interessi delle persone non ebree (palestinesi musulmani e cristiani) che sono presenti o hanno il diritto di essere presenti e di far parte della legittima comunità politica di quel territorio.
Lo Stato etnonazionalista di Israele può forse affermare di rappresentare 7,2 milioni di elettori (ebrei). Non può, in modo credibile, affermare di rappresentare i quasi 16 milioni di palestinesi che hanno il diritto di far parte della comunità politica di quella terra.
Anzi, anche se il regime insediasse con la forza ogni ebreo del pianeta in quella terra, rappresenterebbe comunque solo una minoranza della popolazione, rispetto alla maggioranza dei palestinesi.
Esclusa in vari modi dalla rappresentanza paritaria (i palestinesi del 1948), da qualsiasi rappresentanza (i palestinesi di Gaza, della Cisgiordania e di Gerusalemme Est), o persino dalla possibilità di esercitare il proprio diritto legale al ritorno e alla partecipazione (i palestinesi della diaspora), è la stragrande maggioranza delle persone che abitano la Palestina storica che ha il diritto di far parte della comunità politica.
E non è certo Israele che può rivendicare una legittima autorità di governo. Questo perché il diritto internazionale stabilisce che “la volontà del popolo è il fondamento dell’autorità del governo”, che deve essere “espressa in elezioni periodiche e genuine a suffragio universale e paritario”.
Anche un esame superficiale del diritto internazionale rivela che, al contrario, il regime israeliano non dovrebbe esistere.
Escludere milioni di indigeni del territorio sulla base di criteri etnonazionalisti rappresenta una violazione esemplare di tale principio. Pertanto, il regime israeliano non può rivendicare una legittima autorità di governo.
La Corte Internazionale di Giustizia ha recentemente affermato che il regime non ha tale autorità a Gaza, in Cisgiordania o a Gerusalemme Est. Tuttavia, le condizioni ineguali imposte ai palestinesi all’interno della Linea Verde e la totale esclusione di coloro che vivono nella diaspora rendono tale principio ugualmente applicabile anche al resto della comunità palestinese.
E senza tale autorità, il regime non può rivendicare una legittima sovranità.
Analogamente, la condotta illegale del regime depone a sfavore delle sue pretese di sovranità.
Questo perché le moderne concezioni di sovranità includono un elemento di responsabilità (soprattutto in relazione al rispetto del principio di non aggressione, dei diritti umani e del diritto internazionale) che un regime genocida e di apartheid, con una storia continua di aggressioni, assassinii, crimini contro l’umanità e una cronica violazione delle sentenze del diritto internazionale e delle risoluzioni delle Nazioni Unite, non può certo affermare di aver rispettato.
Dai diritti illusori ai doveri reali
Pertanto, sia dal punto di vista giuridico che fattuale, il regime israeliano non ha alcun “diritto di esistere”.
Ma l’analisi non dovrebbe fermarsi qui.
Anche un esame superficiale del diritto internazionale rivela che, al contrario, il regime israeliano non dovrebbe esistere.
La comunità internazionale degli Stati ha l’obbligo di cessare di riconoscere il regime, di isolarlo e di adoperarsi per il suo smantellamento e per la liberazione del popolo palestinese dal regime.
Chiaramente, nessuno oggi sosterrebbe che la Germania nazista, il Sudafrica dell’apartheid, la Francia di Vichy o i Khmer Rossi della Kampuchea avessero un “diritto di esistere”. Né accetteremmo rivendicazioni di regimi coloniali perenni in Algeria, India, Namibia o Kenya. Per le stesse ragioni, nessun argomento giuridico (o morale) potrebbe giustificare un diritto di esistere per lo stato sionista di isrtaele.
Al contrario, il diritto internazionale impone che, laddove la violazione di norme imperative del diritto internazionale sia parte integrante della creazione, dell’espansione e del mantenimento di uno Stato (come nel caso della Namibia e della Rhodesia dell’apartheid), tali entità non debbano essere riconosciute o accettate come Stati legittimi e non debbano in alcun modo ricevere assistenza.
Il comportamento di Israele è inequivocabile. È stato fondato sulla violazione di due norme imperative (di jus cogens): il diritto all’autodeterminazione del popolo di un territorio e il principio di non acquisizione di territorio con la forza, nonché sui due crimini più gravi del diritto internazionale: genocidio e aggressione.
Da allora, ha rifiutato il rimpatrio dei rifugiati e il relativo risarcimento, e ha continuato ad ampliare le sue attività di sfratto illegale, furto di terre e colonizzazione.
Le Nazioni Unite e tutte le principali organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno concluso che il regime israeliano è colpevole di apartheid e segregazione razziale, occupazione illegale, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio.
Il regime è attualmente sotto processo per genocidio presso la Corte Internazionale di Giustizia, accuse che la Corte ha ritenuto sufficientemente plausibili da emettere una serie di provvedimenti preliminari (tutti ignorati dal regime).
La stessa Corte ha inoltre dichiarato il regime colpevole di occupazione illegale, negazione forzata dell’autodeterminazione, acquisizione illegale di territorio con la forza, crimini di guerra, apartheid e segregazione razziale.
La Corte penale internazionale ha incriminato i leader del regime per crimini contro l’umanità.
Per tutti gli ottant’anni della sua esistenza, il regime israeliano ha detenuto il primato di aver violato il maggior numero di risoluzioni delle Nazioni Unite e decisioni della Corte Internazionale di Giustizia rispetto a qualsiasi altro Paese al mondo.
Oggi, il regime occupa illegalmente Palestina, Libano e Siria, attacca Libano, Siria, Iran, Yemen e altri Paesi, e perpetra un genocidio in Palestina.
Ha compiuto assassinii in tutta la regione e ha ammesso (anzi, si è vantato) di attacchi terroristici transnazionali con cercapersone imbottiti di esplosivo in Libano.
Giudicato secondo i principi del diritto internazionale, Israele è, nel senso più stretto del termine, un regime canaglia, illegittimo fin dalla sua fondazione e privo di ogni legittimità nella sua condotta da allora in poi.
Affermare che un tale regime abbia il “diritto di esistere” è un affronto alle generazioni delle sue vittime, al diritto internazionale e alla stessa decenza umana. E la minaccia che rappresenta si estende ben oltre la Palestina.
Il regime israeliano è animato da un’ideologia profondamente razzista e fondamentalmente violenta. È dotato di tecnologie avanzate di sorveglianza e di morte, possiede potenti armamenti convenzionali e arsenali di armi nucleari, chimiche e biologiche.
Ha dichiarato politiche che prevedono l’uccisione di massa di civili (la Dottrina Dahiya), l’uccisione dei propri cittadini (la Direttiva Annibale) e la potenziale distruzione nucleare del mondo (l’Opzione Sansone).
Le sue spie sono attive in paesi di tutto il mondo e i suoi agenti sono attivamente impegnati a corrompere governi e istituzioni in tutto l’Occidente.
Un regime del genere ha forse il “diritto di esistere”? No.
Anzi, smantellare un regime simile e sostituirlo con una Palestina libera, con pari diritti per tutti, non è solo un obbligo legale, ma anche un imperativo esistenziale per tutta l’umanità.
Craig Mokhiber è un avvocato internazionale specializzato in diritti umani ed ex alto funzionario delle Nazioni Unite. Ha lasciato l’ONU nell’ottobre del 2023, dopo aver scritto una lettera ampiamente diffusa in cui metteva in guardia contro il genocidio a Gaza, criticava la risposta internazionale e chiedeva un nuovo approccio alla Palestina e a Israele basato sull’uguaglianza, sui diritti umani e sul diritto internazionale.
Traduzione digitale ricorretta da g.l.
