Giornata della memoria: Ad Hollywood party (radiotre rai) per la foga di celebrare si svillaneggia il ricordo.

Ogni anno abbiamo la conferma di  quello che Ira Glunts, ebreo americano, diceva a proposito della giornata della memoria: sarà uno strumento in mano alla propaganda israeliana  (mi è capitato già di parlarne in un post su lazuccablog (se vuoi qui ). L’esempio più sciagurato a mio avviso lo abbiamo avuto in occasione della trasmissione Hollywood party di radiotre rai di domenica 24/01/21( qui il podcast ).

I conduttori hanno invitato due registi il primo, Marco Turco, regista di “Questo è un uomo” film su Primo Levi, personaggio di cui ho una sconfinata ammirazione (se vuoi qui ) ed il regista Daniele Tommaso autore  del documentario “Terra Promessa” . In questo documentario si parla del grande aiuto che nel 1945 l’Italia ha dato all’esodo degli ebrei nella terra  di Palestina. Il regista in tutta tranquillità dice:  “è con grande orgoglio che l’Italia può parlare di questa storia”  ed i conduttori sottolineano  “che gli italiani hanno un motivo per sentirsi orgogliosi”, tra l’altro parlando di israele, che come è noto non  esisteva, e non di Palestina. Ma la cosa veramente grave è che tra i personaggi “eroi” il documentario cita Yuda Rasi, (continuo con il sonoro trascritto dal frammento di documentario trasmesso da Hollywood party) :

un ebreo polacco, conosciuto con il soprannome del “re degli stratagemmi” e ricercato dagli inglesi che hanno messo una taglia sulla sua testa per aver rubato armi in quantità dai depositi britannici per conto dell’Haganà , l’organizzazione paramilitare (terroristica ndr) degli ebrei di Palestina, ed è incaricato di dirigere in Italia il Mossad  Le Alia Bet, l’ufficio per l’immigrazione clandestina, progenitore del famoso (famigerato ndr) servizio segreto israeliano”.

Il Mossad che ammazza palestinesi , iraniani ed altri esseri umani in giro per il mondo,  e l’Haganà, che ha coperto molte organizzazioni terroristiche ebraiche in Palestina dovrebbero essere un motivo di orgoglio per gli italiani? Organizzazioni terroristiche con a capo molti di quelli che poi diventeranno primi ministri israeliani  (qui su lazuccablog ) che hanno compiuto veri e propri massacri di interi villaggi palestinesi che facevano  parte di un disegno preciso , il Piano Dalet, di cui  Ilan Pappè, storico israeliano ci racconta con minuziosa ricerca delle fonti nel suo prezioso libro “La pulizia etnica della Palestina”. Nel giorno in cui si dovrebbe ricordare, perché quel ricordo ci aiuti a riconoscere ed a prendere le distanze da massacri, ghettizzazioni ed atteggiamenti deumanizzanti, i conduttori di Hollywood party  ricordano, anzi esaltano un ebreo con le mani sporche di sangue palestinese. Non c’è limite all’indecenza.

Potremmo dare la colpa di questo gravissimo episodio a qualche conduttore , giornalista radiofonico che lavora per l’Hasbara. Io credo però che il problema sia, se possibile, ancora più inquietante. I conduttori di Hollywood party hanno invitato nel loro programma in più di una occasione anche  registi di corto e lungometraggi palestinesi. L’invito del sionista Daniele Tommaso, regista del documentario “Terra Promessa” sembra più frutto di un atteggiamento dettato dalla cialtroneria, dalla superficialità, dall’ignoranza,e dalla poca professionalità alimentato dall’orgasmo di celebrare ( e non di ricordare) che contraddistingue , ormai da molti anni il giornalismo italiano (e non solo) piuttosto che di una deliberata scelta consapevole. Sono questi i giornalisti di cui si servono i militanti dell’Hasbara, presenti nei punti nevralgici delle redazioni della rai e di molte altre testate. Un enorme, smisurato esercito di utili idioti , ormai non più capaci di pensare se non con stereotipi precotti  e di cui la propaganda (hasbara) israeliana si serve in spregio alla Shoa.

“Quando all’informazione si sostituisce la propaganda la dittatura è alle porte”(Primo Levi)

Gianni Lixi

Covid: Vivere in Cina o morire nelle economie del “benessere”?

E’ un coro unanime, tutti nel mondo occidentale si dissociano dal  modo “autoritario(?)” in cui la Cina è uscita dalla pandemia. “Noi non potremmo mai accettare di vivere così…”, “ la nostra libertà ci impedisce di accettare quello stile di vita…” “non possiamo accettare che ci si obblighi a seguire certe regole…”, e cosi via discorrendo.  Non voglio certo qui discutere dei diritti umani in Cina  e cito solo il  rapporto pubblicato domenica 27/12/2020  dall’Academic Center for Chinese Economic Practice and Thinking, presso la Tsinghua University nel quale gli economisti cinesi oltre che prevedere  una crescita del Pil tra l’8 e il 9% nel 2021, consigliano che questo sviluppo sia accompagnato “ da una distribuzione del reddito più equa per garantire che l’espansione economica porti benefici a tutti“, con “maggiori sforzi sui servizi pubblici e sulla sicurezza sociale“. 

No, quello che mi interessa analizzare è quale tipo di sviluppo noi non possiamo, non vogliamo abbandonare. Innanzitutto, ed è ahimè sotto gli occhi di tutti, lo sviluppo  che, solo tra Europa e USA fa morire per Covid quasi un milione  di persone a fronte  di circa 4700 cinesi . Cinesi che sono  una popolazione quasi doppia. Ma il numero dei morti per covid sono bazzecole rispetto al numero di morti di cui queste economie del “benessere “  hanno bisogno per sopravvivere.  L’America, paese da cui tutte le economie occidentali dipendono, ha sempre avuto una stretta correlazione tra interventi militari e crescita economica.   Il premio Nobel per l’economia Peter North, replicando ad un incauto giornalista che faceva presenti i meriti del keynesismo per l’uscita dalla crisi degli anni trenta replicava: “Non siamo usciti dalla depressione grazie alla teoria economica, ne siamo venuti fuori grazie alla Seconda guerra mondiale”. Questi dati sono forniti dagli stessi istituti di ricerca americani . Se si studiano i grafici economici ufficiali si evince che  dopo ogni guerra in cui l’America è stata coinvolta dal 1945 ad oggi le linee sono tutte in crescita. Seconda guerra mondiale, guerra di Corea, Vietnam, scudo stellare di Reagan (Reagan e Trump dicevano “meno stato” ma entrambi hanno aumentato la spesa pubblica a favore degli armamenti), la guerra del Golfo, Afganistan, tutte guerre che hanno visto noi italiani e tutti i paesi europei partecipare direttamente (Serbia) o indirettamente.

Secondo Il prof. Michel Chossudovsky, direttore del Centre for Research on Globalization, il numero di persone uccise dalla ininterrotta serie di guerre, colpi di stato (in America centrale, Africa e Sud America) e altre operazioni sovversive effettuata dagli Stati Uniti dalla fine della guerra nel 1945 ad oggi viene stimato in 20-30 milioni di persone. Mezza Italia in 70 aa!! E come ci ricorda Manlio Dinucci sul “il manifesto” :”Oltre ai morti ci sono i feriti, che spesso restano menomati: alcuni esperti calcolano che, per ogni persona morta in guerra, altre 10 restino ferite. Ciò significa che i feriti provocati dalle guerre Usa ammontano a centinaia di milioni. A quello stimato nello studio si aggiunge un numero inquantificato di morti, probabilmente centinaia di milioni, provocati dal 1945 ad oggi dagli effetti indiretti delle guerre: carestie, epidemie, migrazioni forzate, schiavismo e sfruttamento, danni ambientali, sottrazione di risorse ai bisogni vitali per coprire le spese militari”.

Stiamo parlando di un paese che ha provocato tanti disastri senza mai essere stato attaccato! Non si è mai trattato di guerre di difesa ma di offesa. Per ogni guerra,una bugia che la possa giustificare. Con la guerra di civiltà, studiata a tavolino dai consiglieri di quasi tutte le amministrazioni americane e che ha avuto un grosso elemento trainante dalle teorie di Samuel  Huntington , politologo reazionario che ha scritto il controverso libro  “The Clash of Civilizations”, si è forse raggiunto l’apice della bugia più grossa che ha fatto più morti perché è stata capace di sostenere molte guerre basate sul nulla. Creare il mostro che non c’era, l’islam, e combatterlo. Servendosi anche di paesi come l’ Arabia Saudita che ha da sempre finanziato Talebani, Isis e gruppi satelliti- Ma anche di  associazioni direttamente o indirettamente legate al governo israeliano . E’ noto infatti che Israele ha sempre cercato di favorire le divisioni tra popolazione ebraica e mussulmana, divisioni che storicamente non ci sono mai state e che israele ha sempre usato in chiave antipalestinese. Saddam, Gheddafi, personaggi discussi e discutibili, non più di tanti altri capi di stato appoggiati dagli americani e che la propaganda, assecondata da giornalisti prezzolati o stupidi, ha fatto diventare mostri.  Propaganda che per esempio fa rovesciare la realtà secondo cui un giovane, spesso giovanissimo palestinese armato di un temperino che si scaglia  contro un soldato israeliano armato di tutto punto,  sia considerato lui un terrorista e non , come molte risoluzioni dell’ONU hanno più volte affermato, un resistente alla occupazione della sua terra.

Secondo molti studi, un dollaro investito in istruzione da più posti di lavoro che un dollaro investito in armamenti. Ma allora perché non si sceglie quel modello di sviluppo? Questa domanda un poco naive per la sua disarmante semplicità ed ingenuità ha una risposta altrettanto semplice. La scelta del modello di sviluppo è fatta sempre dalle classi dominanti che con la guerra fanno ingentissimi guadagni e che non gradiscono una equa distribuzione delle risorse e si servono di strumenti che possano sostenere questa iniquità. Il capitalismo è lo strumento che hanno scelto e sembra che funzioni davvero bene visto che la forbice tra i ricchi ed i poveri del pianeta si sta ampliando sempre di più. Siamo proprio sicuri di vivere in una civiltà libera che garantisce benessere a tutti?  Le libertà di cui godiamo sono le libertà fittizie consentite da un sistema che non ammette critiche od opposizioni, e quando qualcuno si avvicina a minare i gangli che sostengono questo sistema mette la sua vita in pericolo. No non è una esagerazione, e l’assurda vicenda capitata a Julian Assange ne è la testimonianza.  Jiulian Assange, dipinto dalla propaganda come uno stupratore opportunista, è l’attivista politico che grazie al suo giornalismo informatico  tramite il sito da lui fondato, WikiLeaks, ha iniziato a far scricchiolare le basi su cui si regge questo sistema. Non sappiamo se questo scricchiolio sia l’inizio della fine  di questo mondo fatto di menzogne e di corrotti che garantisce il benessere di pochi, ma se dovesse veramente essere così è anche grazie a lui. Questa almeno è la speranza. Lui invece fa filtrare dal carcere di massima sicurezza di Belmarsh (Londra) dove è detenuto insieme a pericolosi assassini già condannati, che  di speranza ne ha ben poca.  Il 04 gennaio 2021 la classe politica forse più retrograda e reazionaria che un governo inglese abbia mai avuto, dovrà decidere della sua estradizione verso gli USA dove lo aspetta una corte che lo accusa delle accuse più gravi che possano essere contestate ad un giornalista ed in verità a qualsiasi essere umano,  e rischia più di 170 aa di carcere.

In questo periodo c’è un grande affannarsi da parte di Mattarella e di Papa Francesco che raccomandano che non bisogna lasciare indietro nessuno.  Mettono in guardia su  una cattiva condivisione delle risorse, su una cattiva gestione delle risorse energetiche che stanno causando danni ambientali e climatici che colpiscono più duramente le popolazioni più fragili ; su uno squilibrato accesso alla sanità, all’istruzione, al lavoro. Parole sante ma non credo efficaci. Si deve  gridare che bisogna abbandonare subito questo sistema di sviluppo  e  lo si deve combattere con tutta la forza di cui si dispone, appoggiando le molte organizzazioni che dalla base gridano inascoltate e spesso criminalizzate da molto, troppo tempo. Penso ai No Tav, a chi combatte le offese all’ambiente,  alle organizzazioni che si occupano di migranti, a chi combatte contro le basi militari e per questo è imprigionato  o in attesa di processo, penso a chi lotta per chi ha perso o sta perdendo  il suo posto di lavoro in una società in cui l’ipocrita classe politica non permette di parlare di una tassa di solidarietà perché ha paura di non essere rieletta. Si, non bisogna lasciare indietro nessuno, ma  per non lasciare indietro nessuno bisogna stare vicini, molto vicini, a  tutti quei begli esempi di attivisti, di cittadini, di cui parlavo prima, altrimenti sono parole al vento.

Voglio però finire con le parole di speranza proprio di Julian Assange “ Se la guerra inizia sempre con una bugia,  la pace può iniziare con la verità”.

Gianni Lixi.

https://contropiano.org/news/internazionale-news/2020/12/29/cina-volta-pagina-con-salario-sociale-classe-0134968

http://www.proteo.rdbcub.it/article.php3?id_article=159#nb5

https://www.globalresearch.ca/dal-1945-ad-oggi-20-30-milioni-uccisi-dagli-usa/5660461

https://ilmanifesto.it/dal-1945-ad-oggi-20-30-milioni-gli-uccisi-dagli-usa/

http://inpalestine.site/archives/10726

L’orgoglio di Israele: Assassinare

Un articolo di Gideon Levy uscito su Haaretz del 29-11-2020

Oltre all’irrigazione a goccia e ai pomodorini, ci sono poche cose in cui Israele è più orgoglioso delle “uccisioni mirate”, che in realtà sono omicidi di Stato. Con l’eccezione degli Stati Uniti, dell’Arabia Saudita e della Russia, sono pochi gli stati che assassinano i loro avversari o i loro nemici, e certamente nessuno riesce a raggiungere il gran numero degli omicidi di stato di cui Israele è responsabile.

Dal 2000, le forze israeliane hanno ucciso, in uccisioni pianificate e mirate circa 70 palestinesi, alcuni dei quali erano chiaramente attivisti politici e non militanti.

Anche l’assassinio di venerdì del Prof. Mohsen Fakhrizadeh sul Khomeini Boulevard, alla periferia di Teheran, non è stato il primo assassinio di uno scienziato nucleare iraniano. Prima di lui una dozzina circa di scienziati sono stati assassinati, la maggior parte di loro, se non tutti, presumibilmente da Israele. Come l’ha definita venerdì il primo ministro Benjamin Netanyahu, con un sorriso furbo e deliberato? “È stata una settimana di successi.”

Questi “risultati” hanno acceso l’immaginazione dei  “grandi esperti” ospiti del programma di notizie del venerdì sera di Channel 12. L’argomento era cercare di capire se l’azione era stata condotta  da “pistoleri”, come ha sostenuto l’analista militare, o con un potente ordigno esplosivo, come ha affermato l’analista degli affari arabi. Nessuno ha sollevato il problema della legittimità di questi assassinii. Solo porsi la domanda è considerata un’eresia, un tradimento. Era legittimo eliminare il dottor Thabet Thabet, un dentista, responsabile  di Fatah a Tul Karm, nel dicembre 2000? Era permesso uccidere Khalil al Wazir (noto come Abu Jihad) nel suo letto di fronte alla moglie e ai figli a Tunisi nel 1988?. Ovviamente era permesso, in base al credo sulla sicurezza, ad Israele è permesso tutto. I palestinesi che avevano pianificato l’assassinio del ministro del turismo Rehavam Ze’evi sono stati condannati all’ergastolo. Gli assassini di Abu Jihad sono diventati ministri ed eroi. Ze’evi ha versato più sangue innocente di quanto abbia mai fatto Abu Jihad.

In Israele non si mette mai in discussione il senso e l’utilità di questi omicidi. A mettere a tacere tutti questi discorsi è sufficiente il fatto che queste  operazioni alla James Bond hanno  dietro di loro il glorioso servizio di sicurezza del Mossad e dello Shin Bet. Se un’operazione ha successo come quella di venerdì, è un segno che è consentita e anche utile. Tutte le altre domande sono semplicemente sovversive.

Eppure, ci si deve chiedere: cosa sarebbe successo se agenti stranieri avessero eliminato i prof. Israel Dostrovsky ed Ernst David Bergmann, Shalhevet Freier o Shaul Horev, le controparti storiche israeliane di Fakhrizadeh. Cosa avrebbe detto Israele? E come avrebbe risposto lo Stato? Avrebbe interrotto il suo programma nucleare? Non avrebbe lanciato una campagna di vendetta in tutto il mondo?

Amos Yadlin, un ex generale dell’aeronautica israeliana, direttore esecutivo dell’Istituto per gli studi sulla sicurezza nazionale dell’Università di Tel Aviv, ha twittato nel fine settimana su Fakhrizadeh: “L’uomo si è occupato di tutti gli aspetti delle attività nucleari illegittime dell’Iran”. Solo una domanda: esistono “attività nucleari illegittime” di Israele? Se così è, anche il suo pianificatore merita di essere ucciso? In caso contrario, questo significa che Israele è autorizzato a fare qualsiasi cosa, comprese le cose che non sono consentite a nessun altro stato?

Nella  Bulgaria comunista si assassinavano persone con ombrelli avvelenati. Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, il nuovo interlocutore di Netanyahu, ha assassinato un uomo (il giornalista e scrittore saudita Jamal Ahmad Khashoggi, ndt) riducendolo a pezzetti. Il mondo ha condannato questi assassinii come omicidi di stato. Israele ha invece  un pass per tutto. Noi Israeliani abbiamo anche scherzato sul “Black Friday” iraniano. Ad Israele è permesso eliminare  quello che era considerato  il “padre del programma nucleare iraniano” – così come le figure apicali di Hamas , e gli è permesso anche usare armi e munizioni vietate ad altri stati.

Resta la questione se l’assassinio di venerdì fermerà il programma nucleare iraniano o, piuttosto lo accelererà. Ci sarà una dura risposta iraniana ? Su questo, gli esperti sono stati tutti d’accordo: l’Iran si vendicherà sicuramente. E poi cosa? Anche allora ne sarà valsa la pena? Certo! Dopotutto, ancora una volta abbiamo mostrato loro cosa sappiamo fare meglio, ad eccezione dell’irrigazione a goccia e dei pomodorini. Uccidere e distruggere.

Gideon Levy (trad G. Lixi)

Anti-Semitism, that sacred word so vandalized by the Israelis

I’m reading (rereading) “If this is a man” – by Primo Levi. I can’t consider it a book. For me it is a kind of Bible. That is, there are books and then there is “If this is a man”. A book that talks about the “art” of dehumanization. A punch in the stomach that we cannot escape. There is no escape, it depicts us. It is we, those belonging to the human race, who have studied all the most cynical paths to get to the final result which is not death but dehumanization. In Levi’s words: “Destroying man is difficult, almost as much as creating it: it was not easy, it was not short, but you did it, Germans. Here we are docile under your eyes: on our part you no longer have to fear: no acts of revolt, no words of challenge, not even a judge’s gaze. ” “The last trace of civilization was gone around us and within us. The beastialization work … had been completed … “.The success of the anti-Semitic project.

Every year,  humanity tries to remember why it should prevent this dark period of human history from repeating itself. And every year I try to see if in some corner of the planet there are situations that can approach the atrocities of that historical period. I am thinking of the Rohingya, on the margins of society in all the countries where they have taken refuge, forced to live in dehumanizing refugee camps. I think of the Muslims in India driven out and beaten on the streets and subjects to laws which force them to live increasingly in a state of marginalization. I think of Uyghuri Muslims in China interned in re-education camps. I think of our migrants in Italy who work for us, extremely exploited and who live in dilapidated and dehumanizing camps and who cannot even obtain the legal status of refugees due to a law adopted by an Italian government chaired by Giuseppe Conte (still on in office duty) and supported by Matteo Salvini and Luigi di Maio (also still in office). I think of the dozens and dozens of refugee camps where Palestinians are forced to live in conditions of absolute precariousness. I am thinking of the scientific dehumanization perpetrated by the Israeli occupiers which manifests itself in the most varied forms: from the nighttime incursion of the Israeli army terrorists into Palestinian homes, resulting in people waking up in shock, and terrorizing children with the sole purpose of instilling fear and dehumanizing  (here).

I am thinking of the hours of waiting Palestinians endure at the checkpoints scattered throughout occupied Palestine. The waiting at the check points of ambulances with injured people, ambulances for pregnant women who force the young women and her husband to beg to let them pass. I think of the Palestinian teacher who with the excuse of the body search is forced to strip naked in front of his pupils. I am thinking of all these dehumanizing and other similar situations, but I cannot approach the term anti-Semitic to them. And not because they are not as dramatic or because the term is not correct from a linguistic point of view (in the case of the Palestinians, it would definitely  be correct as they are a Semitic people) but because that word has assumed a sacred meaning for me and I believe it should be used with great respect and prudence. Respect for the memory of the blood and spiritual brutality that it represented for so many people. Prudence because the force that it carries with it must not be diminished by superficial and propagandistic use. Who is it that uses that word with ease? It is precisely the Israelis and the Jews who do the interests of the Israelis in the West. There is a propaganda design that aims to label everything that is anti-Israeli as anti-Semitic.

A few months ago with cynicism and in defiance of its sacred meaning, they managed, using this word, to decree the end of Corbyn, the Labour leader in the UK, and to elect a new secretary, a declared Zionist. If you want to investigate how these accusations of anti-Semitism are artfully and scientifically carried out, I recommend this  beautiful article by Miko Peled. as well as this piece in the electronic intifada by Asa Winstanley (here).  On this interesting issue, you can also watch this webinar recently organized by MikoPeled. Another interesting source on how the word anti-Semitic is used inappropriately by the Zionists is in this beautiful investigation by Al Jazeera (here)

Hasbara, the Israeli propaganda organization, has among its purposes to try to influence globally the public’s perception of Israel. One of the techniques it uses is to try to occupy as many newspapers as possible to soften much of the news about Israel to the detriment of the Palestinians. Jews are a minority on the planet, however they are present in a very high percentage in the media. To say this, according to Israelis and pro-Israeli Jews, is to say an anti-Semitic thing. That is, to say that incredibly powerful and incredibly paid gentlemen artfully direct information about Israel, is anti-Semitic. But what does that have to do with it? What does this have to do with anti-Semitism? Only a cheat and cynical person can boldly use this strong and blood-dripping term for propagandistic use. If you say that to try to stop the occupation of Palestine and the harassment that Palestinians are forced to suffer, it is better to boycott Israel than to fight armed, then you are anti-Semitic. That is, if you boycott one of the most powerful countries on the planet, supported by almost all the governments of the planet, mainly right-wing, you are an anti-Semite. But how can the anti-Semitic word be even minimally combined with an initiative of peaceful struggle? How can many countries produce laws against BDS (Boycott, Disinvestment and Santions)? The answer is only one: propaganda. Here we are talking about not only an improper use of a word but the insulting dilution of the word which encapsulates the most atrocious meaning for the human being: his “beastialization”.

Gianni Lixi, Cagliari – Sardinia- Italy

Antisemitismo, quella sacra parola così vandalizzata

Sto leggendo (rileggendo) “Se questo è un uomo”- di Primo Levi. Non riesco a considerarlo un libro. Per me è una specie di Bibbia. Cioè ci sono i libri e poi c’è “Se questo è un uomo”. Un libro che parla dell’ “arte” della deumanizzazione. Un pugno nello stomaco a cui non possiamo sottrarci. Non c’è scampo, quelli siamo noi. Siamo noi, appartenenti al genere umano,  che abbiamo studiato a tavolino tutti i percorsi più cinici per arrivare al risultato finale che non è la morte ma la deumanizzazione. Dalle parole di Levi: “Distruggere l’uomo è difficile, quasi quanto crearlo: non è stato agevole, non è stato breve, ma ci siete riusciti, tedeschi. Eccoci docili sotto i vostri sguardi: da parte nostra nulla più avete a temere: non atti di rivolta, non parole di sfida, neppure uno sguardo giudice.” “L’ultima traccia di civiltà era sparita intorno a noi e dentro di noi. L’opera di bestializzazione…era stata portata a compimento…”. Il successo del progetto antisemita.

Ogni anno l’uomo cerca di ricordare perché queste cose non abbiano più ad accadere. Ed ogni anno cerco di vedere se in qualche angolo del pianeta ci sono situazioni che possono avvicinarsi alle atrocità di quel periodo storico. Penso ai Rohingya, ai margini della società in tutti i paesi in cui si sono rifugiati costretti in campi profughi deumanizzanti. Penso ai mussulmani in India cacciati e bastonati per le strade contro i quali si fanno leggi che li costringono  a vivere sempre più in uno stato di marginalizzazione. Penso ai mussulmani Uyghuri in Cina internati in campi di rieducazione. Penso ai nostri migranti che lavorano per noi, super sfruttati e che vivono in campi fatiscenti e deumanizzanti e che non possono neanche avere lo stato giuridico di  profughi a causa di una legge fatta da un governo italiano presieduto da Giuseppe Conte e sostenuto da Matteo Salvini e Luigi di Maio. Penso alle decine e decine di campi profughi dove i Palestinesi sono costretti a vivere in condizioni di assoluta precarietà. Penso alla disumanizzazione scientifica perpetrata dagli occupanti israeliani che si manifesta nelle forme più svariate: dall’incursione notturna dei terroristi dell’esercito israeliano nelle case palestinesi , svegliando di soprassalto tutti,  e terrorizzando i bambini  con il solo scopo di incutere paura e di deumanizzare (qui in italiano) (qui in inglese). Penso alle attese di ore nei check point disseminati in tutta la Palestina occupata. Attese di ambulanze con feriti, di ambulanze con  donne gravide che costringono la giovane donna e suo marito ad implorare di farli passare. Penso all’insegnante palestinese che con la scusa della perquisizione è costretto a denudarsi davanti ai suoi alunni. Penso a tutte queste situazioni deumanizzanti ed ad altre simili, ma non riesco ad avvicinargli il termine antisemita. E non perché non siano altrettanto drammatiche o perché il termine non sia corretto da un punto di vista linguistico (nel caso dei Palestinesi tra l’altro lo sarebbe anche essendo un popolo semita) ma perché quella parola ha assunto per me un significato sacro e credo vada utilizzata con  molto rispetto e prudenza. Rispetto per il ricordo del sangue e dell’abbruttimento spirituale che per moltissime persone ha rappresentato. Prudenza perchè la forza che si porta appresso non deve essere sminuita da un uso superficiale e propagandistico. Chi è invece che usa con molta disinvoltura quella parola? Sono proprio gli israeliani e gli ebrei che fanno gli interessi degli israeliani in occidente. C’è un disegno propagandistico che mira ad etichettare tutto quello che è antisraeliano come antisemita.

Qualche mese fa con cinismo ed in spregio al suo sacro significato, sono riusciti, utilizzando questa parola a decretare la fine di Corbyn, il leader laburista in UK, ed a fare eleggere un nuovo segretario, sionista dichiarato. Se volete approfondire come vengono artatamente e scientificamente portate avanti queste accuse di antisemitismo vi consiglio questo bell’articolo di Miko Peled (in inglese qui). Un’altra interessante fonte  su come venga utilizzata a sproposito dai sionisti la parola antisemita è in questa bellissima inchiesta di Al Jazeera (qui).

La Hasbara, l’istituto di propaganda israeliana, ha tra i suoi scopi quello di cercare di influenzare l’opinione pubblica mondiale sulla percezione che questa ha di israele. Uno dei sistemi che utilizza è cercare di occupare quante più testate giornalistiche per ammorbidire molte notizie su israele a danno dei palestinesi. Gli ebrei sono una minoranza nel pianeta, però sono presenti in percentuale elevatissima nei media. Dire questo, secondo gli israeliani e gli ebrei filo israeliani significa dire una cosa antisemita. Cioè dire che dei signori super potenti e super pagati indirizzano artatamente l’informazione su israele, è antisemita. Ma che cosa c’entra? Cosa c’entra questo con l’antisemitismo? Solo una persona cinica e bara può usare con sfrontatezza questo termine alto e grondante di sangue ad uso propagandistico. Se dici che per cercare di interrompere l’occupazione della Palestina e le angherie che i Palestinesi sono  costretti a subire, è meglio il boicottaggio di israele piuttosto che la lotta armata, allora sei antisemita. Cioè se boicotti uno dei paesi più potenti del pianeta, sorretto dalla quasi totalità dei  governi del pianeta, prevalentemente di destra, sei un antisemita. Ma come può anche solo minimamente essere accostabile la parola antisemita ad una iniziativa di lotta pacifica? Come possono molti paesi produrre leggi contro il BDS (Boycott, Disinvestment and Santions) tacciandolo di antisemitismo? La risposta è solo una : propaganda. Qui non c’è solo un utilizzo improprio di una parola ma lo svillaneggiamento  della parola che condensa in se il significato più atroce per l’essere umano: la sua “bestializzazione”.

Gianni Lixi

 

Silvia scusaci

L’articolo 661 del codice penale condanna chi abusa della credulità popolare. Credo che sia un articolo non applicato quanto dovrebbe. Gli stessi che ora lanciano strali,  parole scomposte ed aimè anche atteggiamenti minacciosi, contro Silvia Romano, sono gli stessi che brandiscono rosari, presepi, processioni, messe, nell’ intento di accattivarsi la simpatia di persone fragili e senza un grande background culturale, abusando della loro credulità perché possibili elettori. Ora usano l’islam, una delle religioni più diffuse del pianeta per aizzare l’odio e guadagnare consensi, l’altro giorno erano i migranti.

Sono per il superamento delle religioni. Sono uno strumento  che tutti i poteri politici usano per dividere anziché per unire. Un bel paradosso: quello che dovrebbe affratellarci viene utilizzato per dividere. E d’altra parte le religioni tutte si prestano a questo. Quale uomo che aderisce ad una religione pensa che la sua non sia la migliore? Hanno in se un elemento divisivo dalla nascita. Non si diventa fratelli con le religioni. Ci si deve sforzare di diventare fratelli, come tutti gli incontri interconfessionali (più che benvenuti) che  si promuovono in questo senso dimostrano.

Capisco però che il trasporto che un individuo ha di aderire a questa o a quella religione nasce, quando non è una adesione automatica come può accadere quando si aderisce ad una religione egemonica nel tuo ambito culturale (la religione cattolica in Italia, altre religioni in altri paesi) da una esigenza di spiritualità. Questa è una componente che non credo sia dissociabile dalla natura umana. La spiritualità si può vivere in tanti modi, non solo religiosi, anzi direi che le religioni sono in questi ultimi decenni in fase di decadenza. La spiritualità per la terra, per i suoi frutti, per l’uomo stesso, senza intermediazioni religiose. Sia come sia, la scelta deliberata e non automatica di una religione ha alla base la ricerca di spiritualità. Questo è un fatto molto intimo e trovo pornografico che ci sia qualcuno che spogli questa intimità. Tanti, troppi giornalisti non solo nelle testate di destra ma anche nelle testate meno reazionarie (micromega per esempio) hanno sentito un irrefrenabile impulso di cercare di interpretare (in genere sminuendolo) questo delicato, imperscrutabile ed intimo passo fatto da Silvia.

Durante la prigionia di Silvia ogni tanto mi scendevano le lacrime a pensarla. Forse perché al posto suo ci sarebbe potuta essere mia figlia che lavora nel campo dei diritti umani e che ha lavorato in Africa. Mi succedeva la stessa cosa pensando a Giulio Regeni. Forse  perché un altro figlio faceva in quegli anni un percorso simile al suo. E se penso a Patrick  Zaky è lo stesso.

Da padre, e da cittadino del mondo, gioisco per il ritorno di Silvia anche se mi angoscia la gogna mediatica a cui è costretta, e continuo a piangere Giulio che non è ritornato.

Gianni lixi

La brigata inglese ebraica è solo un pretesto della propaganda israeliana

 

Com’è arcinoto, sono moltissimi gli ebrei partigiani che hanno contribuito a liberare l’Italia dal fascismo. Ricordare con una giornata nazionale i partigiani che hanno perso la vita per la liberazione dal fascismo,  significa affermare che sistemi di oppressione e di violenza come quello sono banditi da questo paese. Non è una festa di libertà, la liberta è una conseguenza. E’ la ricorrenza della liberazione dal fascismo, un sistema che o combatti o  sposi, non ci sono alternative. Per dirla con una riuscita sintesi di Potere al Popolo ” il 25 aprile è divisivo solo se sei fascista”.

Da qualche anno israele sta cercando di avere visibilità provocando divisioni all’interno della manifestazione del 25 aprile usando la brigata inglese ebraica come cavallo di Troia per poter sventolare i suoi vessilli. Naturalmente è un progetto della Hasbara israeliana una organizzazione che muove una immensa quantità di denaro per fare propaganda. E lo fa anche con i giornali. Attraverso redazioni  compiacenti, si manda avanti  un pezzo o lo si raffredda a seconda delle convenienze del momento, come ben ci spiega un famoso giornalista inglese che ha lavorato al Guardian, Jonathan Cook  in questo pamphlet  La Repubblica torna sul tema della brigata intervistando in due articoli di Simonetta Fiori lo storico Marco Revelli (qui) e  Piero Cividalli un partigiano, antisalviniano dichiarato che ha fatto parte della brigata inglese ebraica (qui). Cividalli l’anno scorso in una intervista  (qui)  ad una giornalista di destra Salviniana  che è andata ad intervistarlo nella sua casa di Tel Aviv si è espresso contro la visita di Salvini in Israele cosa che ha fatto sobbalzare la sua interlocutrice. In un altro articolo di Globalist  (qui) Cividalli se la prende sempre con Salvini e con l’avanzare delle destre e dei sovranismi.

Perchè utilizzare un vecchio partigiano come Cividalli per alimentare le divisioni visto che non centra molto con le bandiere israeliane che in questo periodo sono il vessillo delle destre (vedi Salvini e Meloni) , del sovranismo e tramite l’America,  della supremazia della razza bianca (ancorchè antisemita) ?

Per quanto riguarda la brigata inglese ebraica , le accuse tra chi l’avversa e chi non l’avversa sono banali e per me di scarso interesse perché il problema non è la brigata inglese ebraica. Ogni anno le accuse che si leggono sono (gli uni agli altri):  non conoscete la storia…   sono state formate da Churchill…. si ma noi eravamo autonomi…..si ma  c’erano anche arabi….. abbiamo affiancato i partigiani…. si ma l’italia era già liberata….no ci siamo uniti ai partigiani del nord…, tutto questo a me interessa veramente poco. La brigata ebraica come detto è un pretesto che la propaganda israeliana usa maldestramente. Non è quindi questo il punto.  A me piuttosto interessa entrare nel merito del sistema di oppressione fascista e come,  il ricordo della liberazione da quel sistema abbia l’intento di evitare che queste cose si ripetano e per questo ringraziamo tutti i partigiani, anche a quelli della brigata ebraica.

Torniamo quindi a Cividalli.  E’ un italiano che vive a Tel Aviv, anzi più precisamente a Ramat Gan, un tempo periferia di Tel Aviv  ora inglobata a tutti gli effetti. Ramat Gan e’ un insediamento israeliano nato con l’acquisto di terre palestinesi da parte dei sionisti nel 1929. Stando ad una sua  intervista sul sito della casa editrice sionista La Giuntina (qui) il padre di Cividalli era un fervente sionista della prima ora. “A casa nostra-  in Via Andrea del Castagno a Firenze -dice Cividalli- c’erano gli uffici del Keren Ka Yemet, un ente per raccogliere fondi per comprare terreni qui in Palestina” e continua “ La nostra partenza da cosa fu determinata?  Dalle leggi razziali o dal sionismo di mio padre? Credo di poter dire da ambedue”.  Poi il giovane Cividalli a 22aa “…mi presentai immediatamente e il primo febbraio del ’48 cominciai l’addestramento nell’Haganà, l’esercito ebraico”.  Naturalmente non era un esercito, siamo prima della dichiarazione del piano di partizione del  ‘48,  era una organizzazione terroristica responsabile di molti attentati e massacri. Questi sono stati studiati da molti storici, primo fra tutti uno storico israeliano, Ilan Pappè che ha lavorato su  molti documenti desecretati qualche anno fa,  ed interpretati come pulizia etnica (La pulizia etnica della Palestina – Ilan PappéFazi 2015). Uno fra i molti è il massacro di Deir Yasin del 09/04/1948 raccontato da un sopravissuto Dawud A Assad in :  Palestine Rising: How I survived the 1948 Deir Yasin Massacre  –  XLibris  September 24, 2010. O se questo sembra troppo di parte potrei citare il documento dell’ONU  Document symbol: A/AC.21/UK/113 (qui) dove sono anche presenti delle ipocrite scuse.  Cioè non facevano azioni di resistenza per liberare un popolo, ma vere e proprie azioni di conquista  e di pulizia etnica, che spesso avevano lo scopo di spaventare la popolazione per indurla a scappare,  e poter  conquistare ed annettersi le terre.  Questo era il sionismo.  Questo è il sionismo.

E torniamo ancora a Tel Aviv quartiere di Ramat Gam dove vive Cividalli. Anzi, scusate un inciso prima. In  questo bell’artico di Gideon Levy, il bravo giornalista israeliano (qui) inizia con un incipit : “La nostra amata Tel Aviv, la cui reputazione di città illuminata e aperta è famosa nel mondo, è costruita in parte sulle rovine di villaggi palestinesi – e rifiuta di riconoscerlo”. Segue un elenco dettagliato di  villaggi. Io mi occuperò di due villaggi che stanno, che stavano, a poca distanza da casa di Cividalli, non compresi nell’elenco di Levy.  Salama , distretto di Jaffa, la popolazione al 1948 era di 7810 palestinesi, occupata il 30/04/1948 , operazione militare “Bi’ur Hametz”, unità occupante “Alexandroni”. Il villaggio prima di riuscire ad essere occupato è stato sottoposto più volte ad attacchi iniziati 5 mesi prima della sua conquista.  Nei documenti dell’Hagana si legge che nel dicembre del ‘47 “ il comando dell’Hagana a Tel Aviv decise di attaccare l’infame villaggio di Salama”. Questo attacco non ebbe successo. Per chi volesse continuare a conoscere come sono andate le cose può collegarsi con l’interessante sito di Zochrot (qui) dove ci sono testimonianze di un famoso storico dichiaratamente sionista come Benny Morris. Voglio solo aggiungere che della cittadina rimangono  ancora un discreto numero di abitazioni, alcune delle quali abitate da israeliani;  4 caffè, due cimiteri . Di 4 case si è riuscito a risalire al nome dei proprietari palestinesi: Ahmad Muhammad Salih, Mustafa Abu Najm, Abu Jarada, and Abu ‘Amasha. Così come anche per i 4 caffè del villaggio: Muhammad al-Hawtari, Abu ‘Asba, Sha’ban al-Naji, and al-‘Arbid. Dei due cimiteri, in una ci sono erbacce, nell’altro un parco israeliano.

Sempre a poca distanza dalla casa di Cividalli stava un altro villaggio, più piccolo.  Al-Jammasin al-Sharqi, distretto di Jaffa, la popolazione al 1948 era di 850 palestinesi, data di occupazione 01/04/1948, unità occupanti Irgun e Hagana, alcune case sono ancora visibili e sono state incluse insieme ad altri edifici nelle strade di Tel Aviv.

Sempre nell’intervista della casa editrice sionista La Giuntina c’è un’altra agghiacciante ammissione “….Avevo una grande fiducia che il popolo ebraico, con tutte le sofferenze che aveva passato, potesse essere un popolo diverso, più elevato, superiore. La guerra mi fece passare queste idee….”  “….militavo nella Brigata Giv’ati…. era il 15 maggio del ’48, me lo ricordo bene perché ci si aspettava che proprio quel giorno arrivasse la dichiarazione ufficiale di Ben Gurion si trattava di conquistare un’altura su cui c’era il piccolo villaggio arabo di Abushusha (si pronunciava così), oggi scomparso… di arabi non c’era quasi più nessuno, solo un gruppo di ragazzetti… l’ufficiale, o forse era un sergente, diede l’ordine di ammazzare tutti i ragazzi… vederli fucilare, così, in ginocchio…” . Aggiungo qualcosa io che forse Cividalli non ha ricordato o ha omesso; il villaggio in arabo si chiamava Abu Shusha, distretto di Haifa, la popolazione al 1948 era di 840 palestinesi, l’occupazione avvenne il 10/04/1948 (al-Khalidi, Walid (ed.). All that remains: the Palestinian villages occupied and depopulated by Israel in 1948. Washington DC: 1992). Quindi alla data riferita da Cividalli il villaggio era già stato occupato, il massacro dei ragazzini avvenne quindi deliberatamente (come peraltro fa intendere Cividalli) a puro titolo dimostrativo, per incutere paura alle popolazioni vicine ed indurle a scappare secondo una tecnica consolidata di pulizia etnica.

Oggi si continua, c’è in programma l’annessione della Cisgiordania per arrivare al grande sogno sionista della “Eretz Yisrael dal mare al Giordano”. Mi chiedo cosa ci sia più da annettere in  Cisgiordania,  con tutti gli insediamenti dei coloni, a parte qualche città e villaggio, la West Bank  (Cisgiordania)così come era stata intesa non esiste più perchè israele non ha mai rispettato i patti. Coloni che si servono di leggi fatte ad hoc per occupare le terre e costruire case, che razziano nelle terre palestinesi rimanenti distruggendo oliveti scortati dall’esercito israeliano, uno stato etnocratico integralista  che ha una doppia legislazione, una per gli israeliani ed una  per i palestinesi che non sono israeliani e che non possono votare i parlamentari che votano quelle leggi, quadro che caratterizza  una chiara e poco confutabile situazione di apartheid. Uno dei paesi che ha il più alto numero di prigionieri al mondo per reati di opinione (certamente  il più alto in percentuale alla popolazione), che oltre alle migliaia di adulti, riesce ad ammazzare in un mese 500 bambini, più quelli che muoiono perché non viene garantito loro un uguale accesso alle cure. Secondo molti intellettuali ed esponenti anche di sinistra le bandiere palestinesi alla manifestazione del 25 aprile non c’entrano nulla. E perché? Si può manifestare solo contro il fascismo italiano? Non è fascismo? No non si può chiamare fascismo perché  mancano le tradotte ed i sei milioni mandati a morire nelle camere a gas!

Sono gli stessi partigiani, che ricordo sono gli ideatori ed organizzatori della giornata del 25 aprile, che ogni hanno ripetono: “contro tutti i fascismi del mondo, perché non si ripeta più”. Come lo vogliamo chiamare? Nuovo fascismo? Quasi fascismo?

Semmai chi è in disaccordo con le bandiere palestinesi  potrebbe  chiedersi come mai il 25 aprile non ci siano anche altre bandiere espressione di altri fascismi presenti sul nostro pianeta! Certo ai filo israeliani  da certamente  fastidio il fatto che in Italia ci sia una profonda coscienza  delle ingiustizie che vive il popolo Palestinese, e non tollerano che le bandiere palestinesi alla manifestazione del 25 aprile  siano una conseguenza di questi sentimenti così diffusi. E’ proprio questo che israele attraverso  l’hasbara cerca di contrastare,  ed ha quindi  tirato fuori il pretesto della brigata ebraica per poter controbilanciare le bandiere del popolo che lui aggredisce.

Gianni Lixi

 

Quella brutta parola

Lavoro sommerso per necessità, imprenditori che diventeranno (stanno già diventando) ostaggi delle varie mafie che al momento dispongono di quella liquidità tanto importante ora e  che sarà capace di calamitare, magari con  forme subdole, anche il più onesto degni imprenditori. Piccole partite IVA che vivono del loro  lavoro giorno per giorno senza mai aver avuto  la possibilità di poter accantonare nulla e che quindi hanno il granaio completamente vuoto. Il barbiere dove mi taglio i capelli  da da vivere a  due famiglie, l’affitto , il materiale da pagare, gli impegni fiscali rimangono quasi tutti, e le famiglie pure. Il ceramista che vive di quello che fa giorno per giorno ed è regolarmente iscritto all’artigianato è nelle stesse condizioni. Ma mi voglio spingere oltre, (perché alcuni non lo giudicheranno molto popolare) il mio amico dentista che ha un piccolo ambulatorio. Bravo, modesto e soprattutto onesto nel pagare le tasse. Pagando regolarmente le tasse e dovendo vincere una spietata concorrenza di franchising odontoiatrici dalla dubbia moralità, non ha certo avuto la possibilità con una famiglia di 4 persone, di mettersi da parte denaro (l’odontoiatria è molto cambiata da 20 aa a questa parte) affitto, fornitori, bollette, sono li,  ma l’ambulatorio è vuoto. Dall’ordine dei medici gli hanno anche scritto una lettera informandolo che se malauguratamente un paziente si dovesse infettare l’assicurazione non lo copre ( e spesso soprattutto per le urgenze odontoiatriche la visita è supplicata dai pazienti!) ed oltre alla sua famiglia ha un’altra famiglia, quella dell’assistente di poltrona che dipende da quell’ambulatorio. Sentiamo dire la situazione è grave, tutti insieme ce la faremo, eurobond, incrementare il debito , gare di solidarietà, quanto siamo generosi…! Sparate di cifre stratosferiche quasi sempre in favore di telecamera (che in questo periodo sono i telefonini), ma nessuno ha ancora mai parlato dell’unica vera importante risorsa che abbiamo:  una tassa di solidarietà. Non ho niente (o quasi) con le donazioni se chi dona non si lamenta se si dovesse predisporre una nuova tassa per aiutare chi, adesso, mentre scrivo, ha  urgente bisogno. Il mio ragionamento è partito dal fatto che l’altro giorno nel mio conto mi hanno accreditato lo stipendio, al mio barbiere, all’amico ceramista, all’amico dentista niente. Io posso andare a fare la spesa, anzi posso finanche risparmiare, perché i consumi sono diminuiti giocoforza, molti ma molti altri no. Si ha paura di usare quella parola, tassa. L’opposizione potrebbe cavalcarla! A parte tutte le iniziative che si stanno prendendo Io credo che non ne usciamo se chi adesso percepisce regolarmente uno stipendio, sanità, amministrazioni, filiera logistica indispensabile, scuola, non metta  mano al portafoglio e paghi secondo il solito principio della proporzionalità. Si anch’io mi arrabbio spesso con quegli autonomi che non pagano le tasse, però ora per me sono tutti come i miei amici di cui sopra. In un paese dove purtroppo è quasi sempre valido il principio che si è colpevoli sino a prova contraria mi piacerebbe applicare il principio che tutti i lavoratori autonomi sono innocenti sino a prova contraria! Mi piacerebbe sentire parlare meno di donazioni e più di tasse. Chissà che non si scopra, sempre secondo il principio della proporzionalità, che chi adesso “dona” in realtà potrebbe e dovrebbe “donare” molto di più!

Gianni Lixi

Grave leggerezza (scivolone) del “Theandric Teatro Nonviolento”

Sono tra chi sostiene che la nonviolenza sia un potente strumento e che, laddove si possa utilizzare, si deve percorrere questa strada perchè in taluni casi si riesce davvero a disarmare l’avversario. È con tristezza, però, che ricordo il viso sorridente di Rachel Corrie e le sue mani libere da qualsiasi strumento offensivo e, qualche secondo dopo, il suo corpo esanime a terra travolto da un soldato israeliano a bordo del suo gigante bulldozer. Il suo torto? Opporsi alla demolizione di una casa palestinese in territorio palestinese con la sola forza non violenta del suo corpo. Penso ai giovani palestinesi di Gaza che manifestano in prossimità del confine con in mano solo la bandiera del popolo palestinese, colpiti con mira spietata e infallibile dai cecchini dell’esercito israeliano, vera arma di terrore per il popolo palestinese. E naturalmente penso ai bambini, alle famiglie ammazzate nel sonno durante i bombardamenti su Gaza. Militari armati da tutti i governi israeliani dal 1948 ad oggi. È difficile, è veramente difficile pensare che tanta brutalità possa essere vinta con la sola forza della non violenza e della danza!

Mi ha molto colpito quindi la nota molto risentita e perfino minacciosa (“Ci riserviamo di ricorrere nelle sedi opportune per ogni notizia falsa pubblicata”) che gli organizzatori del “Love Sharing” (festival di Teatro e cultura nonviolenta), hanno fatto all’associazione Sardegna Palestina che si è giustamente lamentata dell’evento per aver accettato finanziamenti (in termini di rimborso biglietti e pernottamento come sempre si fa in queste manifestazioni) dall’ambasciata israeliana.

Precisano gli organizzatori che Nimrod Freed l’israeliano invitato da loro con fondi dell’ambasciata israeliana “promuove una cultura di pace, …è direttore della compagnia di danza Tami Dance Company, è un ferreo pacifista che afferma che “per tutta la nostra vita speriamo, preghiamo e danziamo per la pace. Vorremmo davvero che questo eterno conflitto si risolvesse pacificamente.”  Nutro una sincera diffidenza nei confronti del signor Nimrod Freed, non sono convinto che sia veramente animato da sentimenti di pacificazione con il popolo palestinese o comunque che lavori per questo, come cercherò di dimostrare.

Di seguito riporto i nomi degli artisti israeliani che chiedevano ad altri artisti internazionali di boicottare Eurovision song conest a Tel Aviv 2019 : Aviad Albert musicista, Shlomit Altman artista, Meira Asher sound artista, Kerem Blumberg film maker, Dror Dayan filmaker, Anat Even filmmaker, Ohal Grietzer musicista, Nir Harel artista, Avi Hershkovitz film director, Liad Hussein Kantorowicz performance, Noki Katan artist, DJ Jonathan Ofir  direttore d’orchestra e violinista, Hagar Ophir installation and performance artista, David Oppenheim artista, musicista, Michal Peleg scrittore, Nira Pereg artista, Timna Peretz, filmmaker Sigal Primor, artista Danielle Ravitzki, musicista, visual artist Ben Ronen, visual artist Michal Sapir, musicista, scrittore Anka Schneidermann, artistaYonatan Shapira, musicista Eyal Sivan, documentary filmmaker Eran Torbiner, documentary filmmaker Eyal Vexler, art and cultural producer and curator; Oriana Weich,artista.

Ed ecco alcune motivazioni che hanno portato gli artisti israeliani a boicottare l’evento:

“Noi, ebrei israeliani che desideriamo vivere in una società pacifica e democratica, riconosciamo che non c’è modo di ottenerla senza porre fine all’oppressione del nostro governo su milioni di Palestinesi. Una società non può essere considerata democratica se mantiene un dominio militare su milioni di persone, negando loro i diritti fondamentali, incluso il diritto di voto…”

…Nella stessa Tel Aviv Israele  espelle  i nativi  palestinesi di Giaffa usando mezzi economici e pseudo legali, sfrattando le famiglie, demolendo le  case e trascurando e distruggendo interi quartieri….

..Abbiamo riflettuto profondamente sulle esibizioni programmate. Da un lato, sarebbe meraviglioso ascoltare la vostra  musica e i vostri  messaggi di inclusività. Dall’altro, questo messaggio  sarà diffuso a Tel Aviv, e sarà usato da Israele come mezzo di pubbliche relazioni per distrarre dalla sua occupazione militare, dalle politiche di apartheid e dalla pulizia etnica contro il popolo palestinese. Sarebbe un perfetto diversivo. Noi, come artisti, non possiamo tacere mentre le nostre controparti palestinesi soffrono in silenzio disumanizzazione e violenza, e vi chiediamo di unirvi a noi per denunciare. Gli artisti palestinesi vi hanno esortato a ritirarvi dall’Eurovision e noi ci uniamo alla loro esortazione, per il loro bene e per il nostro futuro.

Nimrod Freed, artista israeliano: non pervenuto.

Scorrendo frettolosamente i curricula degli artisti firmatari, si evince che molti sono stati costretti o hanno lasciato Israele per vivere in altre città europee. Per motivi di spazio e per non appesantire lo scritto mi soffermo su un artista, Jonathan Ofir  direttore d’orchestra e violinista che ora vive in Danimarca. In un articolo per “The Turban Times” scrive: “Sin dall’inizio i sionisti avrebbero sperato che la Palestina sparisse. Dapprima per loro era “una terra senza popolo”, poi Golda Meir disse che “la Palestina non esiste (1969)”, poi Moshe Dayan disse che “la Palestina non esiste più. È tutto finito (1973)”. Ma non è finita, non se n’è andata, non se ne sono andati!”

Ecco cosa si legge invece sul sito di Nimrod Freed: Nimrod’s works are successfully performed world-wide and in Israel. Italy – the International Biennale of Architecture in Venice; New York –Central Park SummerStage Festival; China – Shanghai Expo, the world’s largest exposition, and the Guangdong Festival; Australia – among the opening performances of the huge prestigious Brisbane Festival, in an international co-production; Johannesburg – the interdisciplinary Biennale for Architecture; India – the international film festival in Goa; Tokyo – performances with international cooperation with the Japanese Stage  Designers Organization; Europe – the Minsk Opera House in Belarus; Portugal, Croatia, Romania, Germany, Cyprus,  Spain; Israel – the Israel Festival in 1990, 2007, 2008, 2011, Spring Festival in Rishon LeZion, Akko Festival, Bat Yam Festival, Carmiel Festival, Suzzanne Dellal- International Exposure Festival, etc.,  in addition to performances at more than 40 cities and communities throughout Israel.”

Cioè è andato dappertutto ma non è andato in Palestina!! Un pò pochino per uno che dice che con la danza vuole aiutare a risolvere pacificamente questo conflitto (si lo chiama proprio così!).

Nella note biografiche di Jonathan Ofir  direttore d’orchestra e violinista israeliano e in quelle degli altri artisti firmatari dell’appello al boicottaggio dell’Eurovision contest song non c’è naturalmente traccia di finanziamenti ricevuti dal governo israeliano.

Nel sito di Nimrod Freed si legge invece: “It is supported by the Ministry of Culture and Sport, the Culture Administrationdepartment of Dance,The Lottery Council for Culture and Art, the Foreign Ministry – the Division for Culture and Scientific Relations, Tami House Central Tel Aviv Community Center, Choreographers’ Association.

Ora, è del tutto evidente il tipo di ritorno di immagine che ha Israele nel mandare in giro un artista che non parla delle nefandezze del suo paese ma che trasmette un messaggio di non violenza e arte in forma di danza. Delle due l’una: o questo artista si comporta inconsapevolmente facendo l’utile idiota (e per un artista è imperdonabile); oppure, come forse è più probabile, i soldi del ministero che lo sponsorizza sono a piè di lista del libro paga della Hasbara, l’ente di propaganda israeliana che ha un budget più alto del ministero dell’interno.

A questo punto gli organizzatori del convegno hanno uno strumento non violento e pacifico per non prestarsi a strumentalizzazioni: riconoscere con umiltà che l’errore è stato fatto in buona fede. Sarebbe già abbastanza.

Naturalmente poi sarebbe opportuno che tutte le associazioni che hanno dato la propria adesione prendessero ufficialmente le distanze sopratutto quelle che in altre occasioni hanno espresso solidarietà al popolo palestinese.

PS: Ho appena appreso che Mouhamed Dieng ha revocato con una comunicazione ufficiale la sua partecipazione all’evento quando ha saputo che tra gli sponsor c’era l’ambasciata israeliana.

Gianni Lixi

‘Night of the Atrocity’

Ecco cosa è successo la notte del 24 marzo nella prigione di Ketziot nel Negev, lontano dagli occhi del pubblico: 100 prigionieri palestinesi, legati mani e piedi con fascette di plastica, sono stati gettati a terra, picchiati con bastoni e sparati con Tasers. Al mattino, le manette di plastica sono state sostituite con quelle in acciaio, e sono stati incatenati l’uno all’altro a coppie.donna per i prigionieri Sono rimasti  così per un giorno e mezzo, sotto il cielo del freddo deserto, senza acqua, senza cibo, senza servizi igienici. La maggior parte avevano ferite, alcuni sanguinavano. La pioggia che cadeva su di loro si mescolava al sangue che scorreva dalle loro ferite.Sono stati feriti quando forze speciali del Servizio carcerario israeliano, della polizia di frontiera e della polizia regolare – un totale di circa 300 guardie e ufficiali – hanno invaso le loro sezioni della prigione dopo che un prigioniero ha pugnalato e ferito due guardie con un picco improvvisato. Ciò è accaduto mentre i prigionieri venivano spostati da un’ala all’altra della prigione , in risposta alla tensione che ha recentemente attanagliato quel carcere che questa settimana ha portato a uno sciopero della fame da parte dei detenuti associati alla Jihad islamica di Hamas.

La situazione era diventata particolarmente tesa tra le guardie di Ketziot ei prigionieri dopo che ai palestinesi sono stati bloccati i loro cellulari – con il pretesto che la misura era stata adottata per preservare i prigionieri dalle radiazioni del telefono.  Tale restrizione,fatta passare per una falsa tutela, ha fatto arrabbiare ancora di più i prigionieri, ancora più isolati dalle proprie famiglie. In seguito sono arrivate le pugnalate e poi i brutali atti di punizione e vendetta da parte dell’IPS e delle forze di polizia contro i detenuti nell’ala A-4. Hanno usato taser e mazze su quasi tutti i prigionieri dell’ala. Ci sono stati dozzine di feriti, otto sono stati portati all’ospedale in elicottero.

I media locali hanno riportato poco o nulla di questi eventi. Questa settimana, tuttavia, è emersa un’opportunità per conoscere quello  che è realmente accaduto il mese scorso.  Due settimane fa un prigioniero è stato rilasciato da Ketziot. Anche lui fu ferito nella notte delle atrocità ed è stato ricoverato in ospedale. Ora, dopo che è stato dimesso e liberato, ha ancora bisogno di essere medicato.

Mohammed Salaima, sua moglie, Ruseila, ei loro due figli – Yazar di 2 anni e Mayis di 8 mesi, nato mentre suo padre era a Ketziot – vivono in un piccolo appartamento di una stanza nel quartiere di Jabel Kurbaj a Hebron. È un panettiere sorridente e tozzo di 25 anni, incarcerato per due anni dopo essere stato condannato per aver tentato di pugnalare ad Hebron dei poliziotti fuori dalla Tomba dei Patriarchi .salaima

Il 29 marzo, cinque giorni dopo l’esplosione di disordini a Ketziot, Salaima ha terminato la sua pena ed è tornato a casa. Lo abbiamo incontrato lì questa settimana insieme a Musa Abu Hashhash, un ricercatore che lavora per l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem. Per tre ore Salaima ci ha descritto gli eventi della notte del 24 marzo, che ha definito la “notte dei crimini” e la “notte delle atrocità”.

Prima di allora, ha parlato francamente del motivo per cui aveva tentato di pugnalare il Border Policeman. L’idea gli è venuta nel 2014, quando è iniziata l’ondata dei cosiddetti attacchi da lupo solitario. Era particolarmente sconvolto dopo l’uccisione, nel settembre 2015, di Hadeel Hashlamoun di Hebron, che divenne un’eroina locale; la diciottenne, che indossava il velo, aveva destato il sospetto di soldati a un posto di blocco ed è stato colpito a morte. Un’indagine delle Forze di Difesa Israeliane ha stabilito che i soldati avrebbero potuto arrestarla invece di ucciderla.

I social network e le trasmissioni della stazione televisiva Al-Aqsa di Hamas, insieme a una canzone nazionalista scritta in memoria di Hashlamoun, hanno suscitato sentimenti molto forti in lui, ci riferisce Salaima, anche se la ragazza lui non la  conosceva così come non ha mai conosciuto nessun altro palestinese ucciso dalle forze Israeliane. Voleva dare a sua figlia il nome  Hadeel, ma dalla prigione non ha potuto mettersi in contatto con la sua famiglia. In ogni caso, per mesi ha combattuto con se stesso, rimandando ripetutamente l’attacco con coltelo che stava progettando, senza dirlo a nessuno. Ma una sera nella casa dei genitori ha avuto una discussione con suo fratello che è degenerata in una violenta rissa che è culminata con una ferita provocata da un sasso lanciato da suo. Dopo questo episodio ha deciso di portare avanti il piano che stava rimandando da molti mesi  – per dimostrare a suo fratello che anche lui era un vero uomo.

La moglie di Salaima era incinta all’epoca; il loro primogenito aveva 7 mesi – “Ma la decisione era già presa”, dice. La mattina del 5 maggio 2017, il giorno dopo il bisticcio con il fratello, ha afferrato il coltello più lungo in cucina, si è messo un cappotto per nascondere l’arma (nonostante il caldo) ed ha raggiunto  la Tomba dei Patriarchi . All’ingresso c’erano solo pochi poliziotti di frontiera e decise di aspettare che arrivassero altri. Pensò che sarebbe stato in grado di pugnalare  alcuni ufficiali, uscirne vivo e persino fuggire. Ma suscitò il sospetto di due poliziotti, che si avvicinarono e gli spararono due volte, alla vita e al bacino. Cadde a terra, gridando “Allahu akbar” – Dio è grande – e “Non c’è altro Dio che Allah, e Maometto è il suo profeta”, il verso recitato prima della morte. Era sicuro di morire.

Salaima è stato ricoverato in ospedale per un mese all’Hadassah Medical Center di Gerusalemme, con le braccia e le gambe legate al letto e per un altro mese nella struttura medica dell’IPS a Ramle. È stato condannato a due anni in patteggiamento, in quanto il pubblico ministero ha apparentemente preso in considerazione la sua grave ferita e altre circostanze personali. Le stesse motivazioni che ha raccontato a noi sul perchè a scelto di compiere questo gesto, le ha riferite nei suoi interrogatori. E’ stato incarcerato a Ketziot nell’ala dove si trovano i prigionieri di Hamas e della Jihad Islamica.

Fino a poco tempo fa, ci spiega, i rapporti tra i prigionieri e le guardie a Ketziot erano buoni  e impostati sul  rispetto reciproco. Il problema è iniziato con l’annuncio dell’installazione di dispositivi di disturbo del segnale telefonico il 18 febbraio, nell’ala A-4, dove più di 110 prigionieri sono alloggiati in sei tende. All’epoca i prigionieri usavano 4 o 5 cellulari che erano riusciuti a fare entrare abusivamente nella prigione e ciascun prigioniero riusciva a parlare con le famigli per 15 minuti ogni 3 giorni.

La notizia del posizionamento dei dispositivi di alterazione del segnale telefonico è stata data ai prigionieri dalle stesse guardie della prigione, che hanno anche specificato che l’iniziativa non era stata presa della amministrazione della prigione ma era una iniziativa politica presa ai più alti livelli. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ed il ministro dll’interno Gilad Erdan, in vista delle elezioni del 9 aprile, volevano  far vedere che il loro  atteggiamento nei confronti  con i prigionieri di Hamas era sempre più duro.
Il 19 febbraio, i detenuti dell’ala  A-4 sono stati spostati in autobus in un’altra ala per alcune ore, per permettere l’installazione dei dispositivi. La direzione di Ketziot ha promesso che il blocco delle frequenze dei cellulari per il momento non sarebbe iniziato. I rappresentanti dei detenuti si sono accordati con la direzione della prigione perché la misura di restrizione delle comunicazioni fosse comunque negoziata con loro. Alla fine del mese di febbraio i dispositivi sono stati attivati senza che i rappresentanti dei prigionieri potessero negoziare con la direzione.  Oltre ai telefoni è stata anche alterata la ricezione radiotelevisiva, ma oltre a questo, quello che preoccupava molto i prigionieri è stato l’aver appreso che le radiazioni emanate dalle apparecchiature installate potevano essere dannose per la loro salute .

La direzione ha negato che ci potessero essere conseguenze per la salute  affermando  che anche le guardie della prigione erano esposte alle radiazioni e questo doveva garantirli sul fatto che non fossero nocive.  Da parte loro, i reclusi sostenevano che non si poteva comparare l’esposizione alle radiazioni delle guardie con quella dei prigionieri. Infatti la guardie non stanno esposte 24 h su 24  per anni come i prigionieri. Si sono quindi organizzati per fare nella loro ala una piccola manifestazione di protesta agitando dei cartelli con su scritto: “Non vogliamo morire lentamente”.

Salaima ci prepara un tè e continua raccontando  che a un certo punto i prigionieri hanno interrotto tutti i contatti con la direzione ed hanno sospeso tutte la attività ricreative compreso il ping-pong . La tensione nella prigione saliva lentamente. Alti funzionari dell’IPS giunsero al blocco per dire che la decisione di installare i dispositivi di disturbo era stata presa a livello ministeriale. Il 20 marzo i detenuti sono stati separati in blocchi diversi , nel tentativo di disinnescare una bomba ad orologeria innescata dall’iniziativa presa dal governo. Tutti stavano aspettando che succedesse qualcosa. Poi il 24 marzo è arrivato quello che Salaima chiama il “giorno del disastro”.

La direzione della prigione ha annunciato che sarebbe stato effettuato un controllo nell’ala A-4 e che per far questo  i detenuti sarebbero stati trasferiti. In quel periodo c’erano circa 100 prigionieri in quel blocco poi alcuni  sono stati rilasciati. All’inizio la direzione aveva detto  che l’operazione  sarebbe durata solo due ore. Poi hanno detto che sarebbe durata tutta  la notte, ma alla fine ai detenuti è stato ordinato di prendere i loro effetti personali  perché sarebbero  stati spostati nell’ala A-3, che era stata liberata per due settimane. Inizialmente il trasferimento è andato avanti senza problemi a gruppi di  10 detenuti alla volta, finché nell’ala A-4 sono rimasti solo pochi prigionieri. E’ stato  allora che,  nell’ala A4 quasi vuota, sono state accoltellate le due guardie. Secondo Salaima, l’attacco è stato compiuto da un prigioniero di nome Islam Mushahi. L’intera procedura di trasferimento è stata seguita sia da agenti delle forze speciali dell’IPS che della  polizia. Chi ha materialmente eseguito il pestaggio sono stati : Masada, Yamam, Yamar e Keter, mentre i circa 300 agenti che hanno fatto irruzione nella prigione tenevano a bada  i detenuti dell’ala A3 e ed i pochi detenuti rimasti nell’ala A4.  Nessun prigioniero è riuscito a sfuggire  ai colpi di mazza  o ai  Taser, dice Salaima, aggiungendo che le percosse erano indiscriminate ed hanno trasformato quelle sezioni  della prigione in un campo di battaglia. Sono stati feriti quarantacinque detenuti. Salaima ha cercato  di nascondersi in un angolo ma è stato trovato e bastonato e  le cicatrici sulla fronte e sul naso sono li a dimostrarlo.

“Hanno rotto gambe, braccia, naso, faccia, costole”, dice, riferendosi  alle forze speciali entrate nella prigione. “Masada ha sparato, e Yamar, Yamam e Keter hanno fatto il pestaggio.” Contro detenuti sono stati sparati circa 340 colpi di Taser ed anche utilizzato anche   15-20 cani che hanno ferito  alcuni prigionieri. Il fatto  si è compiuto  durante la notte ed è durato tre o quattro ore,  secondo quanto riferisce  Salaima. Dopo il pestaggio sono stati ammanettati mani e piedi  e lasciati  fuori  di notte per 36 ore – buttati in terra, legati, affamati, assetati, feriti, esposti al freddo,

Questa è la  dichiarazione che il portavoce dell’IPS ha rilasciato al reporter  di Haaretz, Josh Breiner: “Domenica, 24 marzo, in un atto terroristico pianificato e concordato tra i  prigionieri di Hamas a Ketziot hanno cercato di assassinare degli ufficiali dell’IPS. Un esame preliminare degli avvenimenti  indica che gli agenti di polizia penitenziaria  IPS sulla scena sono andati in soccorso dei colleghi che erano sotto attacco e che sono  stati feriti ed hanno soppresso la rivolta  per prevenire ulteriori attacchi da parte dei prigionieri e non esporli ad altri potenziali attacchi mortali. “Va notato che prima del tentato omicidio, le guardie della prigione hanno compiuto un’operazione nell’ala di Hamas che aveva lo scopo di salvare la vita dei prigionieri, alla luce del timore che in quella sezione della prigione, come atto di protesta , si potesse sviluppare un incendio.
“Va anche notato che, secondo tutte le valutazioni degli esperti dell’IPS, esiste ancora il pericolo di un attacco contro il personale da parte dei prigionieri di Hamas, come dimostra il fatto che in  settimana c’è stato un ulteriore tentativo di attacco da parte di un prigioniero di Hamas in Ketziot. Come per ogni incidente operativo di questo tipo, l’evento sarà investigato e [i risultati saranno presentati a tutti i livelli. ”

gideon levy           Gideon Levy    Haaretz Correspondent