AI: israele sbaglia le richieste

Voglio prima sgombrare il campo da equivoci. Ritengo l’AI (intelligenza artificiale) uno strumento dannoso. No, non sono certo io a dirlo, non ho ne strumenti ne competenza. Mi fido delle parole di uno dei suoi inventori Geoffrey Hinton : “L’ AI creerà una grande disoccupazione ed aumenterà il divario tra ricchi e poveri” (da qui). Altri studiosi dell’argomento sostengono che le classi più scolarizzate della società utilizzano l’AI per aumentare il loro sapere, le classi meno scolarizzate la utilizzano senza che questo porti ad un aumento delle loro conoscenze. Il cosiddetto effetto “Matteo” (da qui).

La mia posizione, certamente molto radicale, potrebbe cambiare se si riuscisse a realizzare la proposta di Mario Sommella ripresa da “La Bottega del Barbieri” (da qui): “l’intelligenza artificiale deve diventare un bene comune, e chi oggi la possiede dovrebbe restituirla all’umanità, uscendo dalla logica del profitto….Quando si parla di intelligenza artificiale si pensa al software, cioè ai modelli linguistici con cui dialoghiamo. Ma il modello è soltanto la punta visibile di una filiera materiale immensa: miniere e raffinerie di terre rare, fonderie di semiconduttori, data center che divorano acqua ed energia, costellazioni satellitari che trasportano i dati, archivi sterminati di informazioni personali. Regalare il software lasciando in mani private o militari tutto il resto non cambierebbe i rapporti di forza. Per questo, nei miei interventi precedenti, ho sempre parlato di controllo pubblico e comune dell’intera filiera. È questo il punto da cui partire.”

Nel parlamento israeliano stanno volando stracci in vista delle prossime elezioni del 27 ottobre. Tutti contro tutti per guadagnarsi i 61 scranni che permettono la formazione di un governo. No, nessun partito sfida Netanyahu sul campo del genocidio in corso. Il massacro dei palestinesi non è in discussione. Anzi è vero il contrario. Il premier viene attaccato semmai proprio sul fatto che i palestinesi sono ancora li e la reputazione internazionale di israele è ai minimi storici. Naturalmente parte degli argomenti di chi vuole governare al suo posto sono anche le omissioni seguite alla mail degli UAE inviata a Netanyahu sugli attacchi del 7 ottobre. Israele è un paese allo sbando ed informative uscite dalla Cia parlano di seri rischi di guerra civile (da qui). No, ancora una volta non è il massacro dei palestinesi, l’abbattimento di case, l’incendio di uliveti… a generare le tensioni sociali. Queste sono generate da fasce di popolazione che combattono con i prezzi che aumentano (il cibo costa in media il 10% più di 2 aa fa). Il capo del governo che, per accaparrarsi i loro voti, consente agli ultraortodossi di non arruolarsi suscitando un grande risentimento da parte dei riservisti richiamati a combattere. La stessa messa in discussione della invincibilità israeliana , che serpeggia soprattutto tra le classi più elevate della società, è argomento di profonda frustrazione sociale. Sappiamo che israele fa largo uso della AI anche per compiere i più spregevoli crimini, ma i politici come la usano?

Non è difficile rispondere a questa domanda. Netanyahu chiede alla AI come fare per restare a galla e l’AI gli risponde: ammazza più che puoi, fatti vedere forte e crea il massimo dell’instabilità nella regione attaccando Libano, Siria ed Iran. Finanzia a piene mani la propaganda israeliana in occidente che si occuperà di criminalizzare il dissenso e dettare le leggi sull’antisemitismo ai rispettivi parlamenti. Bisogna in effetti ammettere che fino ad adesso con questi consigli è riuscito a stare a galla. Gli altri contendenti faranno all’AI una domanda simile chiedendo però nel contempo di non perdere la credibilità internazionale. L’AI risponderà in maniera abbastanza simile ma consiglierà alla propaganda israeliana in occidente di usare ogni tanto l’argomento “due stati”, argomento a cui nessuno crede (soprattutto in israele) ma che ha un grande effetto soporifero capace di addormentare le coscienze sul nulla e nel contempo fai vedere che hai a cuore i palestinesi senza impegnare in alcun modo israele.

Ma perchè prima con tanta ostentata sicurezza ho detto che non era difficile rispondere a quella domanda. Anche qui, e scusate ancora la presunzione, mi viene abbastanza facile rispondere. Se la domanda dei politici israeliani all’AI fosse stata dall’inizio: come posso far vivere in pace e serenità il popolo israeliano? Qui l’intelligenza artificiale, che non scomodo più perchè basta l’intelligenza umana, avrebbe risposto molto diversamente. Smetti di ammazzare palestinesi, libanesi, siriani, iraniani. Smetti di fare della Palestina il paese a più alto indice di bambini amputati del pianeta. Smettila con questa fobia dell’occupazione. Siediti e parla. Fai ammenda delle colpe delle squadre terroristiche sioniste che hanno devastato i villaggi palestinesi e fatto scappare più di settecentomila palestinesi ben prima della data ufficiale della Nakba. I palestinesi sono un popolo di grande determinazione e di grande pazienza. Una volta riacquistato il loro diritto di vivere nella loro terra troveranno con voi il modo di poter vivere assieme. Così come assieme vivevate prima dell’avvento del sionismo.

Ma no, questa è una domanda che un politico israeliano non può fare. Ecco perchè era facile intuire le domande che i politici israeliani fanno all’AI. Indirettamente l’AI ci dimostra che a loro non interessa il benessere del loro popolo. Sono talmente avvolti dall’ideologia sionista che per default il loro unico obiettivo è occupare a qualsiasi costo umano, ambientale ed economico.

Il sionismo finirà, sta finendo, il processo è oramai irreversibile, ma non finirà senza che ancora altro sangue venga versato perchè gli israeliani non sono capaci di volere il loro stesso benessere!

g.l.

La figlia del custode

In difesa di Rula Jebreal

(NdT: Mi è sembrato importante riprendere e tradurre questo articolo sull’increscioso episodio capitato a Rula Jebreal (ampiamente sfruttato anche dai giornali sionisti italiani) , scritto dalla scrittrice Susan Abulhawa, perchè è un caso di scuola di come la propaganda israeliana usa qualsiasi mezzo per screditare la voce del dissenso distogliendo l’attenzione dal genocidio in corso)

susan abulhawa (da qui)

Sep 07, 2026

Conoscevo il padre di Rula Jebreal prima di conoscere lei. Lei e io eravamo entrambe bambine e vivevano nello stesso orfanotrofio di Gerusalemme, Dar El-Tifel, fondato da Hind al-Husseini per i bambini che Israele aveva reso senzatetto, indigenti, squattrinati o orfani nelle sue infinite guerre. Non la conoscevo bene in quegli anni (lei si trovava in un altro edificio), ma tutti noi conoscevamo suo padre.

Ammou Othman Jebreal era un imam sufi e il gentile custode della Moschea di Al-Aqsa, uno dei tre luoghi più sacri della nostra patria e della storia della Palestina: gli altri due sono la Chiesa del Santo Sepolcro e la Basilica della Natività. Ammou Othman teneva le tasche piene di dolci per i bambini che spesso lo circondavano e ogni giorno metteva cibo e acqua per gli uccelli e i gatti che vivevano nei cortili del nobile santuario. Tutte le piccole creature affamate di Al-Aqsa, alate, a quattro zampe e umane, erano sotto la sua tutela e cura. Per per tutta la mia infanzia vissuta vicino a lui e per quello che sentivo su di lui , posso testimoniare che era un uomo profondamente gentile.

Penso a lui ora, perché sua figlia viene fatta a pezzi in pubblico, e nessuno di coloro che la mettono alla gogna sembra sapere la minima cosa su chi sia o da dove venga.

Cosa è successo veramente

Il 4 settembre Rula — giornalista, autrice e una delle voci più implacabili nel chiedere al potere americano di rendere conto per Gaza — ha denunciato che Hakeem Jeffries deve la sua vita politica al denaro. Nel podcast di Wajahat Ali, lo ha definito una “scimmia comprata e pagata dall’AIPAC” e un “fattorino”, aggiungendo: “con tutto il rispetto — e non lo intendo in modo razzista”. Ha affermato che si riferiva alla vecchia immagine delle “tre scimmie sagge: non vedere il male, non sentire il male, non parlare male”, non a un insulto razziale.

Nel giro di poche ore — spontaneamente e senza pressioni — si è scusata senza riserve: “Sono disgustata e inorridita dal fatto che Hakeem Jeffries stia accettando denaro dall’AIPAC nel bel mezzo del genocidio di Israele in Palestina. Detto questo, il termine che ho usato per descriverlo era inappropriato e offensivo e non avrebbe mai dovuto essere usato. Mi scuso incondizionatamente”. Questa non è una persona che evita di assumersi le proprie responsabilità, e la faccenda sarebbe dovuta finire lì.

Un’indignazione molto conveniente

Nel giro di poche ore (il tempo necessario perché l’AIPAC potesse diffondere i punti chiave da utilizzare attraverso il Congresso e i media per utilizzare l’episodio a fini propagandistici), è stato lanciato un coro di condanna.

Persino il Congressional Black Caucus (CBC) ha rilasciato una dichiarazione, seguito da una sfilata di deputati democratici, emittenti radio televisive e personaggi noti. Sorprendentemente, sembravano tutti recitare quasi le stesse battute: non esiste un “modo non razzista” di usare quella parola, questo è razzismo, “punto e basta”. È come se stessero leggendo dallo stesso promemoria di istruzioni dell’AIPAC.

E’ certo che la parola ha in sé una storia che tutti conosciamo , e Rula intendeva usarla diversamente, come ha detto, facendo riferimento alle scimmie che “non vedono il male, non sentono il male”.

Ma i membri del Congresso, che non riescono a formulare una singola frase di cordoglio per le migliaia di bambini mutilati, bruciati vivi o colpiti dai cecchini israeliani, hanno all’unisono trovato improvvisamente e miracolosamente una immediata chiarezza riguardo a una scelta lessicale in un podcast.

Una parola, soppesata selettivamente

L’incredibile accanimento contro Rula Jebreal non quadra con le reazioni ad altre parole fuori luogo rivolte a funzionari o persone nere. In effetti, esiste un lungo elenco di casi simili e, in tutti quelli che ho controllato, il Black Caucus non si è mai espresso. Ecco un elenco parziale:

. L’insulto “tar baby” — un’espressione dispregiativa con una documentata storia razzista molto meno ambigua di “non vedere il male” — è stato usato nei confronti di Obama da John McCain, Mitt Romney, Michele Bachmann e dal deputato Doug Lamborn. Ognuno di loro si è scusato. Nessuno ha dovuto affrontare una dichiarazione organizzata del Black Caucus e nessuno ha perso il proprio seggio.

. Nel 2010, il leader della maggioranza al Senato Harry Reid descrisse privatamente Obama come “dalla pelle chiara” e “senza dialetto negro, a meno che non volesse usarne uno”. Obama accettò le sue scuse nel giro di un giorno e finì lì: “il fatto è chiuso”. Il Black Caucus rimase in silenzio. Reid mantenne il suo incarico di leadership.

. Nel 2007, Joe Biden definì Obama “il primo afroamericano mainstream ad essere eloquente, brillante e pulito”. Al Sharpton criticò l’affermazione; Biden si scusò. Non seguì alcuna condanna da parte del Black Caucus e, un anno dopo, Obama lo scelse come suo compagno di corsa.

Ora guardiamo alle voci di Neri che hanno un vasto seguito che hanno detto cose molto peggiori sulle persone Nere.

  • Kanye West ha dichiarato a TMZ che 400 anni di schiavitù «sono state una scelta». Nessuna dichiarazione della CBC. Nessuna condanna congressuale: solo un brutto episodio che però ha continuato a difendere davanti alle telecamere anni dopo.
  • Nei suoi primi anni, Candace Owens ha affermato che i cinque di Central Park scagionati «NON erano innocenti» e ha detto al Congresso che il nazionalismo bianco «non è una minaccia per i neri». Il Congressional Black Caucus non ha mai rilasciato una dichiarazione su di lei.

L’asimmetria attraversa anche lo schieramento politico.

  • La senatrice Kirsten Gillibrand ha accusato falsamente Zohran Mamdani, reduce dalla sua vittoria alle primarie, di «riferimenti al jihad globale». Nessun democratico ha organizzato un rimprovero.
  • Laura Loomer, consigliera e alleata di Trump, ha definito Ayanna Pressley, Ilhan Omar, Cori Bush e Angie Nixon «puttane… dei ghetti» . Non è seguita alcuna dichiarazione democratica unificata, nemmeno da parte delle colleghe della Pressley, le stesse colleghe che, sorprendentemente, hanno trovato un linguaggio unificato per Rula nel giro di poche ore.

Nessuno tra coloro che hanno trovato il tempo di condannare Rula — il Congressional Black Caucus e i rappresentanti Shontel Brown, Ayanna Pressley, Luz Rivas, Joe Neguse, Nikema Williams e Pete Aguilar, oltre a Ritchie Torres e Symone Sanders — ha mai rilasciato alcunché di paragonabile su Kanye, su Candace Owens, su Gillibrand o sull’attacco di Loomer ai loro stessi colleghi.

Non è certo la parola usata il problema. Dì qualcosa di veramente orrendo sulle persone nere — per anni e ripetutamente al Congresso — e avrai al massimo una brutta settimana. Usa una frase ambigua mentre difendi i palestinesi, scusati nel giro di poche ore e verrai distrutto. Ciò che guida questa differenza non è l’offesa della parola. È l’essere palestinese di Rula, è la lobby che non può tollerare che lei ritenga Hakeem Jeffries responsabile del genocidio perchè prende soldi dall’AIPAC. Così hanno radunato i loro lacchè, di tutte le etnie, per fare a pezzi pubblicamente una donna palestinese nera.

Una memoria corta

Vale la pena notare quanto possano essere comprensivi alcuni dei critici più accesi di Rula, quando la persona che necessita di perdono non è palestinese. Nel 2017, Bill Maher usò il peggior insulto razziale, non un modo di dire, ma la parola stessa, gravata da 400 anni di schiavitù e terrore. Lo disse in diretta, nel suo stesso programma.

L’ex presidente del Democratic National Committee (DNC), Donna Brazile, rispose con garbo e senza nessuna irritazione: “Bill Maher si scusa per l’uso di un insulto razziale al ‘Real Time’. Accettiamo la sua contrizione e andiamo avanti”, scrisse.

Confrontalo con la sua reazione amara e implacabile di oggi alle scuse di Rula Jebreal: “Il bigottismo in tutte le sue forme vili deve essere condannato: misoginia, omofobia, antisemitismo, xenofobia, abilismo e altro ancora. Tutte le forme di bigottismo sono radicate nell’odio e dobbiamo fermare questa follia. Meritiamo tutti di meglio.”

Metti a confronto queste due reazioni e chiediti il perché di tale disparità. Non è la gravità della parola, perché Bill Maher è effettivamente vile e ciò che ha detto era infinitamente peggio. La differenza è il potere, vale a dire da quale parte della questione di Israele si trovasse l’offensore.

Ciò che non dicono

Una delle cose cruciali che viene cancellata è il fatto che Rula Jebreal stessa sia nera. Suo padre, Ammou Othman Jebreal, era nato in Nigeria, parte della comunità afro-palestinese di Gerusalemme, discendente di musulmani dell’Africa occidentale e orientale che hanno fatto la guardia alle porte di Al-Aqsa fin dal dominio ottomano, e lo fanno ancora. È cresciuta nera in Palestina e ha vissuto la sua identità, completa degli attacchi razzisti anti-neri che ne derivano, quando viveva in Italia. Più in particolare, un ministro italiano si è riferito a lei con un insulto anti-nero in diretta televisiva. Lo stesso ministro ha poi paragonato una collega nera a un orangotango.

E molto prima di questa controversia, è stata lei a suonare pubblicamente l’allarme sul fatto che Israele “ha ammesso di aver sterilizzato forzatamente donne ebree etiopi israeliane… perché lo Stato non voleva troppe persone ebree nere.” Non è una persona che considera le persone nere al di sotto della sua attenzione. È una donna che ha vissuto la sua identità sia come nera che come palestinese. È rimasta ferma come donna afro-palestinese in un mondo, che ha raramente fatto spazio a una delle due metà di quell’identità, tanto meno a entrambe contemporaneamente.

Ho chiesto a Rula una foto di suo padre, ma le vecchie foto non le ha più sul telefono e mi ha mandato queste, delle sue due sorelle e nipoti, e di suo cugino Musa Qudous, scomparso due anni fa mentre sua figlia Shadin era detenuta nelle prigioni israeliane a causa di un post sui social media.

Mi rifiuto

Non pretenderò di difendere la scelta delle parole di Rula , ma la conosco abbastanza bene da sapere che non intendeva ciò che viene spacciato dalla folla pro-Israele. Ha già fatto il lavoro più difficile di ammetterlo senza riserve, senza scuse, e più velocemente di quanto questa propaganda furiosa meritasse.

Ciò che mi rifiuto di fare è lasciare che un genocidio in corso — un genocidio che ha affamato bambini, bruciato e sepolto intere famiglie vive, un genocidio che Hakeem Jeffries continua a finanziare con i suoi voti al congresso— venga ripulito in una settimana dalle polemiche sulla sua scelta di parole, mentre l’atrocità stessa scompare dalla conversazione.

Questo è il piano sionista. È sempre così, perché non hanno altra difesa se non sfruttare ogni occasione per distrarre l’opinione pubblica dalle atrocità che i sionisti stanno commettendo.

Penso ad Ammou Othman che si riempie le tasche di caramelle prima di uscire a dare da mangiare agli uccelli e ai gatti ad Al-Aqsa. Penso a come un uomo simile abbia cresciuto una figlia che si rifiuta di distogliere lo sguardo, dalla Palestina, da ciò che le è stato fatto in Italia, dall’anti-Blackness presente ovunque.

E penso a questa settimana. Il 6 settembre, a poche ore di distanza l’una dall’altra durante il cosiddetto “cessate il fuoco”, le bombe israeliane hanno colpito due volte a Gaza, mentre i genitori erano ancora fuori a raccogliere i resti dei propri figli.

Non vi farò vedere le immagini atroci dei video che stanno girando in rete dopo gli attacchi del 6 settembre. Dirò solamente che una bambina che si era vestita elegante per il suo primo giorno di scuola, appare nel filmato con il suo corpicino senza vita reso irriconoscibile dagli attacchi di missili finanziati con i soldi votati da Hakeem Jeffries.

È lì che l’attenzione del mondo sarebbe dovuta rimanere. Invece è stata reindirizzata, su input dell’AIPAC, a discutere le parole che usiamo per i demoni che perpetrano questo genocidio e i mostri a Washington che continuano a finanziarli. Una singola parola imperfetta da parte di una donna palestinese nera genererà più indignazione politica americana rispetto a una bambina palestinese assassinata lo stesso giorno, e da più di tre anni decine di migliaia di bambini sono morti come lei.

Tutti coloro che dirigono questo gioco sporco lo sanno.

Ma ciò che è più deludente sono tutte le personalità nere che mettono pubblicamente alla gogna una donna nera in modi in cui non hanno mai fatto prima in momenti simili. L’unica spiegazione per questa disparità sta nell’altra metà della sua identità, quella palestinese.

Rula Jebreal non ha bisogno di me per difendere la sua integrità. Il suo passato lo fa per lei. Ma io ho conosciuto suo padre e so da dove viene, e non starò a guardare mentre persone che non hanno mai pianto per un bambino palestinese usano il razzismo anti-nero — reale, generazionale, mai guarito — come arma per proteggere una lobby e un leader che non riesce a pronunciare la parola genocidio.

Sono loro che devono vergognarsi. Non è lei.

Traduzione digitale ricorretta da g.l.

No, Israele non ha “il diritto di esistere”. Anzi, è vero il contrario.


Craig Mokhiber https://mondoweiss.net/2026/07/no-israel-does-not-have-a-right-to-exist-quite-the-contrary-actually/

A differenza di quello che i sionisti sostengono “Israele ha il diritto di esistere”, la mia asserzione si fonda sul diritto internazionale. Naturalmente, data la propensione di Israele a violare tali leggi, non sorprende che continuino a rivendicare un diritto privo di fondamento nella realtà.

La notizia che, nel pieno del genocidio in Palestina, il Parlamento tedesco stesse portando avanti questa settimana una legge che criminalizzerebbe, con pene fino a cinque anni di reclusione, chi nega a Israele il suo “diritto all’esistenza”, non ha sorpreso praticamente nessuno.

Dopotutto, si tratta della stessa Germania che ha perpetrato il genocidio prima in Namibia e poi in Europa, e che ora partecipa attivamente ed entusiasticamente al genocidio in corso in Palestina, reprimendo brutalmente chiunque osi esprimersi contro di esso all’interno del Paese.

In effetti, insieme a Israele e agli Stati Uniti, lo Stato tedesco si distingue per essere tra quelli più asserviti agli interessi sionisti ed essere tra i più corrotti dall’ideologia sionista.

Lo Stato tedesco ha persino una politica ufficiale (Staatsräson) che lo impegna a sostenere la sopravvivenza del regime israeliano, e per ottenere la cittadinanza tedesca è richiesta una dichiarazione formale del “diritto all’esistenza” di Israele (nessuna dichiarazione analoga per la Germania).

Ma l’affermazione secondo cui il regime israeliano non ha diritto di esistere non è solo un’opinione legalmente tutelata. È anche dimostrabilmente vera, sia di fatto che di diritto.

Infatti, l’affermazione che Israele “abbia diritto di esistere” è sempre stata una sciocchezza, priva di fondamento sia nel diritto che nei fatti.

Eppure, questa affermazione sionista suona familiare alle orecchie degli occidentali perché è stata ripetuta così spesso come pilastro della propaganda sionista, ripresa da politici occidentali che beneficiano delle tangenti delle lobby israeliane e da media allineati a Israele che diligentemente sostengono l’impunità del regime.

Avete mai sentito un ritornello simile per affermare il diritto di esistere dell’Italia, o del Canada, o della Germania, per esempio? Eppure si continua a sostenere che il regime israeliano (e solo il regime israeliano) in qualche modo abbia tale diritto.

La conclusione più ovvia è che il regime e i suoi alleati in Occidente siano così profondamente insicuri della legittimità dello Stato, data la storia sanguinosa e senza legge della sua fondazione ed espansione, da aver ritenuto necessario imporre un’ortodossia forzata (e fittizia), radicata nell’idea di un eccezionalismo israeliano e di un’impunità Che lo stato garantisce.

Ma un simile diritto non esiste nel diritto internazionale. Nessuno.

Verità scomode

In effetti, quando entrai per la prima volta nei corridoi delle Nazioni Unite negli anni ’80, esistevano molti Stati che non esistevano più quando li lasciai nel 2023. L’URSS, la Cecoslovacchia, la Jugoslavia, la Germania dell’Est, il Tanganica, Zanzibar e la Repubblica Araba Unita avevano forse un “diritto all’esistenza”? No. E nemmeno Israele ce l’ha.

Gli Stati nascono e muoiono, ma nessuno di loro ha un “diritto all’esistenza”. Da un punto di vista fattuale, questo è innegabile.

Eppure, alcuni continuano a ripetere a pappagallo l’infondata falsità sionista secondo cui il regime israeliano lo possiederebbe, altri la accettano senza porsi domande, alcuni (come la Germania) cercano addirittura di costringere gli altri a dichiararlo, e altri ancora proibiscono qualsiasi tentativo di contestare questa menzogna.

Non esiste un “diritto all’esistenza” per gli Stati secondo il diritto internazionale. Pertanto, Israele non può rivendicare tale diritto.

Naturalmente, gli Stati hanno alcuni diritti. Ad esempio, gli Stati hanno normalmente diritto all’uguaglianza sovrana, all’integrità territoriale e all’autodifesa, in virtù dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Tuttavia, anche questi diritti, normalmente riconosciuti agli Stati, sono soggetti a condizioni e limitazioni, molte delle quali escluderebbero la pretesa di Israele di rivendicarli.

Ad esempio, la Corte Internazionale di Giustizia ha ripetutamente stabilito che Israele non ha il diritto di invocare l’autodifesa nei suoi attacchi contro i territori palestinesi occupati. (In sostanza, non si può irrompere in casa di qualcuno e poi rivendicare il diritto all’autodifesa quando questi oppone resistenza).

In secondo luogo, a eccezione di quelli concordati nei trattati con l’Egitto (1979) e la Giordania (1994), Israele non ha nemmeno confini definiti. Gran parte del territorio rivendicato e controllato dal regime israeliano è territorio su cui non ha alcun diritto legale, e altri territori rivendicati come parte dello Stato sono a loro volta oggetto di contestazione.

Il regime non può avanzare alcuna pretesa legale di integrità territoriale sui territori illegalmente occupati a partire dal 1967, tra cui Gerusalemme Est, Gaza, la Cisgiordania e le alture del Golan.

La sua “Linea Verde” del 1949, che delimita il confine tra Libano, Siria, Cisgiordania e Gaza, non è un confine internazionale, bensì una linea di armistizio intesa unicamente a separare le forze. Il regime non può rivendicarla come confine legittimo.

Inoltre, dato che il divieto di acquisizione di territorio con la forza è una norma di jus cogens (la più alta e imperativa) del diritto internazionale e un obbligo vincolante ai sensi della Carta delle Nazioni Unite, non può rivendicare nessuno di quei territori come parte del suo territorio legittimo.

Persino i territori rivendicati dalle forze sioniste nel 1947 in base alla proposta di spartizione delle Nazioni Unite sono soggetti a contestazione legale. Considerato ciò, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite non aveva alcuna autorità, né in base alla sua Carta né, più in generale, al diritto internazionale, per scavalcare la volontà delle popolazioni indigene o per creare uno stato coloniale di insediamento, e le forze sioniste non avevano alcun diritto, secondo il diritto internazionale, di negare l’autodeterminazione del popolo palestinese o di acquisire territori con la forza.

Infatti, la Commissione di Diritto Internazionale ha stabilito che gli Stati non devono riconoscere rivendicazioni basate su violazioni delle norme di jus cogens ed erga omnes (vincolanti per tutti gli Stati), come quelle perpetrate dalle forze sioniste durante la Nakba del 1947-48 e dal regime israeliano da allora in poi. Inoltre, le acquisizioni territoriali derivanti dalla minaccia o dall’uso della forza impongono obblighi di non riconoscimento a tutti gli Stati.

La Corte Internazionale di Giustizia ha ribadito questo principio in relazione alla presenza del regime israeliano nei territori palestinesi occupati anche nel 2024, quando ha stabilito che l’occupazione di Gerusalemme Est, della Cisgiordania e della Striscia di Gaza è del tutto illegale, che deve cessare rapidamente e completamente e che tutti gli Stati sono obbligati a non riconoscere la presenza di Israele in quei territori e a lavorare per porvi fine.

Pertanto, poiché Israele non ha un territorio definito, le sue pretese legali di integrità territoriale sono significativamente limitate. E senza confini riconosciuti (e qui non si parla di una controversia di confine di minore entità, ma piuttosto della mancanza di definizione della maggior parte del territorio statale), gli manca proprio il criterio fondamentale per il riconoscimento di uno stato Stato.

Ad oggi, quasi trenta Stati membri delle Nazioni Unite in Africa, Asia e America Latina (compresi alcuni dei suoi vicini geografici più prossimi) non riconoscono lo Stato di Israele, e altri hanno interrotto le relazioni diplomatiche con il regime durante l’attuale genocidio in corso.

Non c’è sovranità senza uguaglianza

Infine, senza una sovranità legittima, non si può rivendicare l’uguaglianza sovrana.

La sovranità, nel diritto internazionale, non appartiene agli Stati, bensì ai popoli. Il regime israeliano si dichiara “Stato ebraico” e afferma di rappresentare il suo popolo.

Tuttavia, non rappresenta gli interessi delle persone non ebree (palestinesi musulmani e cristiani) che sono presenti o hanno il diritto di essere presenti e di far parte della legittima comunità politica di quel territorio.

Lo Stato etnonazionalista di Israele può forse affermare di rappresentare 7,2 milioni di elettori (ebrei). Non può, in modo credibile, affermare di rappresentare i quasi 16 milioni di palestinesi che hanno il diritto di far parte della comunità politica di quella terra.

Anzi, anche se il regime insediasse con la forza ogni ebreo del pianeta in quella terra, rappresenterebbe comunque solo una minoranza della popolazione, rispetto alla maggioranza dei palestinesi.

Esclusa in vari modi dalla rappresentanza paritaria (i palestinesi del 1948), da qualsiasi rappresentanza (i palestinesi di Gaza, della Cisgiordania e di Gerusalemme Est), o persino dalla possibilità di esercitare il proprio diritto legale al ritorno e alla partecipazione (i palestinesi della diaspora), è la stragrande maggioranza delle persone che abitano la Palestina storica che ha il diritto di far parte della comunità politica.

E non è certo Israele che può rivendicare una legittima autorità di governo. Questo perché il diritto internazionale stabilisce che “la volontà del popolo è il fondamento dell’autorità del governo”, che deve essere “espressa in elezioni periodiche e genuine a suffragio universale e paritario”.

Anche un esame superficiale del diritto internazionale rivela che, al contrario, il regime israeliano non dovrebbe esistere.

Escludere milioni di indigeni del territorio sulla base di criteri etnonazionalisti rappresenta una violazione esemplare di tale principio. Pertanto, il regime israeliano non può rivendicare una legittima autorità di governo.

La Corte Internazionale di Giustizia ha recentemente affermato che il regime non ha tale autorità a Gaza, in Cisgiordania o a Gerusalemme Est. Tuttavia, le condizioni ineguali imposte ai palestinesi all’interno della Linea Verde e la totale esclusione di coloro che vivono nella diaspora rendono tale principio ugualmente applicabile anche al resto della comunità palestinese.

E senza tale autorità, il regime non può rivendicare una legittima sovranità.

Analogamente, la condotta illegale del regime depone a sfavore delle sue pretese di sovranità.

Questo perché le moderne concezioni di sovranità includono un elemento di responsabilità (soprattutto in relazione al rispetto del principio di non aggressione, dei diritti umani e del diritto internazionale) che un regime genocida e di apartheid, con una storia continua di aggressioni, assassinii, crimini contro l’umanità e una cronica violazione delle sentenze del diritto internazionale e delle risoluzioni delle Nazioni Unite, non può certo affermare di aver rispettato.

Dai diritti illusori ai doveri reali

Pertanto, sia dal punto di vista giuridico che fattuale, il regime israeliano non ha alcun “diritto di esistere”.

Ma l’analisi non dovrebbe fermarsi qui.

Anche un esame superficiale del diritto internazionale rivela che, al contrario, il regime israeliano non dovrebbe esistere.

La comunità internazionale degli Stati ha l’obbligo di cessare di riconoscere il regime, di isolarlo e di adoperarsi per il suo smantellamento e per la liberazione del popolo palestinese dal regime.

Chiaramente, nessuno oggi sosterrebbe che la Germania nazista, il Sudafrica dell’apartheid, la Francia di Vichy o i Khmer Rossi della Kampuchea avessero un “diritto di esistere”. Né accetteremmo rivendicazioni di regimi coloniali perenni in Algeria, India, Namibia o Kenya. Per le stesse ragioni, nessun argomento giuridico (o morale) potrebbe giustificare un diritto di esistere per lo stato sionista di isrtaele.

Al contrario, il diritto internazionale impone che, laddove la violazione di norme imperative del diritto internazionale sia parte integrante della creazione, dell’espansione e del mantenimento di uno Stato (come nel caso della Namibia e della Rhodesia dell’apartheid), tali entità non debbano essere riconosciute o accettate come Stati legittimi e non debbano in alcun modo ricevere assistenza.

Il comportamento di Israele è inequivocabile. È stato fondato sulla violazione di due norme imperative (di jus cogens): il diritto all’autodeterminazione del popolo di un territorio e il principio di non acquisizione di territorio con la forza, nonché sui due crimini più gravi del diritto internazionale: genocidio e aggressione.

Da allora, ha rifiutato il rimpatrio dei rifugiati e il relativo risarcimento, e ha continuato ad ampliare le sue attività di sfratto illegale, furto di terre e colonizzazione.

Le Nazioni Unite e tutte le principali organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno concluso che il regime israeliano è colpevole di apartheid e segregazione razziale, occupazione illegale, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio.

Il regime è attualmente sotto processo per genocidio presso la Corte Internazionale di Giustizia, accuse che la Corte ha ritenuto sufficientemente plausibili da emettere una serie di provvedimenti preliminari (tutti ignorati dal regime).

La stessa Corte ha inoltre dichiarato il regime colpevole di occupazione illegale, negazione forzata dell’autodeterminazione, acquisizione illegale di territorio con la forza, crimini di guerra, apartheid e segregazione razziale.

La Corte penale internazionale ha incriminato i leader del regime per crimini contro l’umanità.

Per tutti gli ottant’anni della sua esistenza, il regime israeliano ha detenuto il primato di aver violato il maggior numero di risoluzioni delle Nazioni Unite e decisioni della Corte Internazionale di Giustizia rispetto a qualsiasi altro Paese al mondo.

Oggi, il regime occupa illegalmente Palestina, Libano e Siria, attacca Libano, Siria, Iran, Yemen e altri Paesi, e perpetra un genocidio in Palestina.

Ha compiuto assassinii in tutta la regione e ha ammesso (anzi, si è vantato) di attacchi terroristici transnazionali con cercapersone imbottiti di esplosivo in Libano.

Giudicato secondo i principi del diritto internazionale, Israele è, nel senso più stretto del termine, un regime canaglia, illegittimo fin dalla sua fondazione e privo di ogni legittimità nella sua condotta da allora in poi.

Affermare che un tale regime abbia il “diritto di esistere” è un affronto alle generazioni delle sue vittime, al diritto internazionale e alla stessa decenza umana. E la minaccia che rappresenta si estende ben oltre la Palestina.

Il regime israeliano è animato da un’ideologia profondamente razzista e fondamentalmente violenta. È dotato di tecnologie avanzate di sorveglianza e di morte, possiede potenti armamenti convenzionali e arsenali di armi nucleari, chimiche e biologiche.

Ha dichiarato politiche che prevedono l’uccisione di massa di civili (la Dottrina Dahiya), l’uccisione dei propri cittadini (la Direttiva Annibale) e la potenziale distruzione nucleare del mondo (l’Opzione Sansone).

Le sue spie sono attive in paesi di tutto il mondo e i suoi agenti sono attivamente impegnati a corrompere governi e istituzioni in tutto l’Occidente.

Un regime del genere ha forse il “diritto di esistere”? No.

Anzi, smantellare un regime simile e sostituirlo con una Palestina libera, con pari diritti per tutti, non è solo un obbligo legale, ma anche un imperativo esistenziale per tutta l’umanità.

Craig Mokhiber è un avvocato internazionale specializzato in diritti umani ed ex alto funzionario delle Nazioni Unite. Ha lasciato l’ONU nell’ottobre del 2023, dopo aver scritto una lettera ampiamente diffusa in cui metteva in guardia contro il genocidio a Gaza, criticava la risposta internazionale e chiedeva un nuovo approccio alla Palestina e a Israele basato sull’uguaglianza, sui diritti umani e sul diritto internazionale.

Traduzione digitale ricorretta da g.l.

Quando i bambini sono il bersaglio

Vijay Prashad ( qui l’originale )

Il 23 giugno, la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, inclusa Gerusalemme Est, ha pubblicato uno dei rapporti più devastanti mai redatti da un organismo investigativo delle Nazioni Unite sul genocidio israeliano a Gaza. Il suo titolo è quasi insopportabile da leggere: “L’essenza dell’infanzia è stata distrutta”. Dietro il titolo si cela un’accusa di straordinaria gravità. La Commissione conclude che le autorità e le forze di sicurezza israeliane hanno deliberatamente preso di mira i bambini palestinesi e che tali azioni costituiscono genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra nella Striscia di Gaza, oltre ai crimini di guerra commessi nella Cisgiordania occupata.

Il rapporto non è un appello emotivo. È un meticoloso documento legale costruito su testimonianze, prove forensi, immagini satellitari, analisi militari, cartelle cliniche e anni di documentazione. Ciò che presenta non è semplicemente un altro elenco di vittime civili. Sostiene che l’uccisione, la mutilazione, la fame, la detenzione e la distruzione psicologica dei bambini palestinesi non possono essere spiegate come danni collaterali. La Commissione conclude piuttosto che i bambini stessi sono diventati bersagli deliberati della politica militare israeliana. Le implicazioni di tale constatazione vanno ben oltre Gaza. Sollevano interrogativi fondamentali sul futuro stesso del diritto internazionale.

Un rapporto di straordinaria gravità

La Commissione stima che dall’ottobre 2023 almeno 20.179 bambini palestinesi siano stati uccisi e oltre 44.000 feriti. Circa il trenta per cento di tutti i palestinesi uccisi sono bambini. Queste cifre da sole collocano la guerra di Gaza tra i conflitti più letali per i bambini nella storia moderna. Tuttavia, l’importanza del rapporto non risiede solo nei numeri, ma nelle sue conclusioni riguardo all’intento.

Documenta ripetuti casi in cui i bambini sono stati colpiti da cecchini, attaccati da droni, colpiti mentre cercavano cibo o acqua, o uccisi pur non rappresentando alcuna minaccia militare – come avrebbe dovuto essere ovvio. Esamina l’uso ripetuto di esplosivi ad alto potenziale in aree civili densamente popolate, molto tempo dopo che le prevedibili conseguenze per i bambini erano diventate innegabili. Il rapporto descrive dettagliatamente gli attacchi contro ospedali di maternità, reparti neonatali, scuole, orfanotrofi e centri di accoglienza. Esamina inoltre il blocco di cibo, acqua e medicinali, mostrando come la fame, le malattie e il collasso dei servizi sanitari siano diventati strumenti di guerra diretti contro un’intera popolazione civile, i cui membri più giovani sono i più vulnerabili.

La Commissione indaga sulle pratiche di detenzione israeliane che coinvolgono minori palestinesi. I bambini arrestati a Gaza e in Cisgiordania descrivono torture, violenze sessuali, trattamenti degradanti e sparizioni in centri di detenzione senza che le loro famiglie ne venissero informate. Tali abusi, conclude il rapporto, fanno parte di un sistema più ampio di punizione collettiva diretta contro la società palestinese colpendo le nuove generazioni. Il rapporto della Commissione delle Nazioni Unite non è una novità su questo tema, sebbene le conclusioni siano devastanti. Confermano precedenti rapporti di Save the Children (Palestinian Children in Israeli Military Detention Report Increasingly Violent Conditions, 29 febbraio 2024) e, ben prima di questa campagna genocida iniziata nel 2023, dell’UNICEF (Children in Israeli Military Detention, febbraio 2013). Nel suo recente libro, “Sopravvissuti all’oscurità”, il giornalista palestinese Wesam Afifa documenta l’orribile violenza dei campi di concentramento israeliani istituiti per i palestinesi, compresi i bambini.

Forse la conclusione più agghiacciante del rapporto delle Nazioni Unite è che la distruzione va oltre la morte fisica. L’infanzia stessa è diventata un campo di battaglia. I traumi psicologici, gli orfani, i ripetuti sfollamenti, la fame, l’interruzione dell’istruzione e le disabilità permanenti si traducono, secondo la Commissione, nella distruzione dell'”essenza stessa dell’infanzia”.

Un modello documentato da tempo

Le conclusioni della Commissione non sono emerse all’improvviso. Per quasi due anni, i giornalisti palestinesi hanno documentato bambini estratti dalle macerie di edifici crollati, neonati che morivano in incubatrici senza elettricità, famiglie sterminate dai raid aerei e bambini uccisi a colpi d’arma da fuoco mentre cercavano di procurarsi cibo o acqua. Molti di questi giornalisti hanno pagato con la propria vita. Gaza è diventato il “conflitto più letale di sempre per i giornalisti”, ha affermato Irene Khan, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla promozione e la protezione del diritto alla libertà di opinione e di espressione. Eppure, nonostante il pericolo straordinario, i giornalisti hanno continuato a documentare eventi che gran parte del mondo preferiva non vedere.

Le organizzazioni internazionali per i diritti umani erano giunte a conclusioni simili ben prima di questo recente rapporto delle Nazioni Unite. Save the Children aveva ripetutamente avvertito che Gaza era diventata uno dei luoghi più pericolosi al mondo per i bambini. Defence for Children International–Palestine ha documentato ripetute sparatorie contro bambini in maniera deliberata. Human Rights Watch ha indagato sugli attacchi contro scuole, ospedali e campi profughi. Amnesty International ha esaminato i ripetuti attacchi che sembravano violare i principi di distinzione e proporzionalità del diritto internazionale umanitario. L’UNICEF ha ripetutamente avvertito che i bambini venivano uccisi e feriti con una frequenza impressionante. Nessuna di queste organizzazioni ha descritto incidenti isolati. Hanno identificato schemi ricorrenti che sono stati indipendentemente indagati. Il nuovo rapporto delle Nazioni Unite consolida efficacemente questa vasta mole di prove in un’unica valutazione giuridica.

Nel gennaio 2024, la Corte internazionale di giustizia ha ritenuto plausibile la denuncia del Sudafrica per genocidio perpetrato da Israele e ha ordinato misure provvisorie che imponevano a Israele di prevenire atti vietati dalla Convenzione sul genocidio, preservare le prove e facilitare l’assistenza umanitaria. I successivi provvedimenti hanno rafforzato tali requisiti con il deteriorarsi della situazione a Gaza. Sebbene la Corte non si sia ancora pronunciata sul merito del caso di genocidio, ha ripetutamente riconosciuto il grave rischio che incombe sulla popolazione palestinese e i continui obblighi imposti a Israele dal diritto internazionale. Il nuovo rapporto della Commissione fornisce ulteriore materiale probatorio che inevitabilmente influenzerà i futuri procedimenti legali.

Il silenzio dello Stato israeliano

Altrettanto sorprendente è stata forse la natura della risposta di Israele. Invece di esaminare seriamente le prove raccolte dalla Commissione, i funzionari israeliani hanno nuovamente respinto il rapporto senza mezzi termini, definendolo politicamente motivato e fondamentalmente di parte. Ne hanno respinto le conclusioni nella loro interezza, senza offrire una confutazione sostanziale degli specifici episodi, delle testimonianze o delle prove forensi presentate dagli inquirenti. Ogni Stato ha il diritto di difendersi dalle accuse. Ma serie accuse richiedono serie risposte.

Se i bambini non sono stati presi di mira deliberatamente, spetta alle autorità israeliane spiegare perché migliaia di bambini siano morti in circostanze ripetutamente documentate da giornalisti, organizzazioni umanitarie, personale medico e ora anche da una Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite. Perché ospedali, reparti di maternità, scuole e centri di accoglienza per rifugiati sono stati colpiti ripetutamente? Perché i convogli umanitari sono stati ripetutamente attaccati? Perché i bambini hanno continuato a morire anche dopo gli accordi di cessate il fuoco? Perché le indagini militari hanno prodotto così poche responsabilità? Ripetere semplicemente le accuse di parzialità istituzionale non può sostituire una spiegazione fattuale. Il rifiuto di prendere in considerazione le prove è diventato di per sé un aspetto inquietante di questa guerra.

Il diritto internazionale umanitario si fonda sul principio che gli Stati sono responsabili della propria condotta. La responsabilità diventa impossibile quando ogni indagine viene archiviata prima ancora che le prove vengano esaminate.

Il giudice S. Muralidhar e il dovere del giudice

Le conclusioni della Commissione delle Nazioni Unite ci ricordano anche l’importanza di giudici che comprendano che la legge non è un mero strumento tecnico, ma una difesa contro il potere arbitrario. Pochi giudici indiani hanno incarnato questo principio con maggiore coerenza del giudice S. Muralidhar, che, in qualità di membro della Commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha presieduto il comitato che ha redatto questo nuovo rapporto.

Nel corso dei decenni, il giudice Muralidhar si è guadagnato la reputazione di uno dei giuristi costituzionalisti più stimati dell’India, in particolare nei casi riguardanti le libertà civili, la violenza interetnica e la protezione delle comunità vulnerabili. Fu una delle principali voci giudiziarie nell’attuazione del principio di responsabilità dopo il pogrom anti-Sikh del 1984, insistendo sul fatto che l’impunità non potesse diventare la norma solo perché i crimini erano politicamente scomodi. Il suo impegno per il dovere costituzionale divenne noto a livello internazionale durante le violenze interreligiose nel nord-est di Delhi nel febbraio 2020. Mentre gli ospedali faticavano a curare le vittime intrappolate dalle violenze, il giudice Muralidhar e il giudice Anup J. Bhambhani convocarono un’udienza straordinaria a mezzanotte presso la residenza del giudice Muralidhar. L’Alta Corte di Delhi ordinò alla polizia di garantire il trasporto sicuro dei feriti in ospedale e dispose l’immediata assistenza medica d’urgenza. Più tardi, quello stesso giorno, il giudice Muralidhar criticò aspramente la mancata registrazione di procedimenti penali da parte della polizia di Delhi contro i leader politici i cui discorsi incendiari erano stati ampiamente diffusi, ricordando alle autorità che il Paese non poteva permettere “un altro 1984”.

A poche ore da queste udienze, il Governo indiano ha notificato il trasferimento del giudice Muralidhar all’Alta Corte del Punjab e dell’Haryana, sebbene la raccomandazione per il suo trasferimento fosse stata formalmente formulata dal Collegio della Corte Suprema all’inizio dello stesso mese. La tempistica ha suscitato diffusa preoccupazione tra avvocati, giudici in pensione e organizzazioni della società civile, che hanno considerato l’episodio come un’occasione per sollevare inquietanti interrogativi sull’indipendenza della magistratura.

La carriera del giudice Muralidhar illustra un principio essenziale dello stato di diritto. I tribunali non esistono per ratificare la condotta dei governi. La loro funzione è quella di esaminare le prove senza timori né favoritismi, soprattutto quando le vittime sono coloro che hanno meno potere politico. Lo stesso principio anima il lavoro della Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite. Le sue conclusioni possono essere contestate, ma non possono essere semplicemente respinte perché politicamente scomode. La risposta appropriata a prove concrete è un impegno serio. Questo è il primo obbligo di qualsiasi Stato che affermi di rispettare lo stato di diritto.

La prova per l’umanità

Il rapporto della Commissione delle Nazioni Unite, in definitiva, non riguarda solo Israele o la Palestina.

Si interroga se l’ordinamento giuridico internazionale creato dopo la sconfitta del fascismo europeo possieda ancora l’autorità morale per difendere i bambini dalla violenza organizzata. Se più di 20.000 bambini possono essere uccisi mentre le istituzioni della diplomazia internazionale continuano sostanzialmente come prima, allora la promessa incarnata nella Convenzione sul genocidio, nelle Convenzioni di Ginevra e nella Convenzione sui diritti dell’infanzia risulta gravemente compromessa. Il rapporto non porrà fine alla guerra. Non può restituire le vite già perdute. Ma crea una testimonianza storica che diventerà sempre più difficile da cancellare. Molto tempo dopo il cambio dei governi e la fine dei massacri, questa testimonianza rimarrà. La storia ricorda coloro che hanno commesso atrocità. La storia ricorda anche coloro che hanno voltato lo sguardo da un’altra parte.

Vijay Prashad è il direttore del Tricontinental: Institute for Social Research. Il suo libro più recente (scritto con Grieve Chelwa) è How the International Monetary Fund Suffocates Africa (pubblicato da Inkani Books).

Traduzione digitale ricorretta da g.l.

Non sono furiosi con Ben-Gvir perché è un essere spregevole, sono furiosi perchè li ha inconsapevolmente smascherati

Di Caitlin Johnston (qui l’originale )

Funzionari occidentali e israeliani stanno attualmente agitando il dito in un falso sdegno verso il ministro israeliano per la sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir per aver pubblicamente vantato il maltrattamento degli attivisti della flottiglia che cercavanono di portare aiuti umanitari a Gaza.

L’account Twitter di Ben-Gvir ha condiviso un video del ministro che schernisce gli attivisti rapiti dalle forze israeliane in acque internazionali all’inizio di questa settimana, con la didascalia “Così accogliamo i sostenitori del terrorismo” in ebraico e “Benvenuti in Israele” in inglese.

Il video mostra attivisti della flottiglia provenienti da Europa, Nord America, Australia e Nuova Zelanda che vengono spinti, tenuti in posizioni di stress a terra e derisi da Ben-Gvir mentre vengono trattenuti. Tutto questo, ovviamente, impallidisce in confronto agli abusi subiti quotidianamente dai prigionieri palestinesi, oggi è diventato uno scandalo internazionale solo perché le vittime sono occidentali.

Funzionari occidentali degli Stati Uniti, del Regno Unito, del Canada, dell’Italia, della Germania, dei Paesi Bassi, della Spagna, dell’Irlanda, dell’Australia e della Nuova Zelanda hanno emesso dichiarazioni stizzite e indignate che denunciano Ben-Gvir ed esigono il ritorno degli attivisti, mentre i funzionari israeliani mettono in scena una recita nel tentativo di distanziarsi dalle azioni del loro stesso ministro per la sicurezza nazionale.

“Il modo in cui il Ministro Ben Gvir ha trattato gli attivisti della flottiglia non è in linea con i valori e le norme di Israele”, ha twittato il Primo Ministro Benjamin Netanyahu in risposta alla iniziativa di Ben-Gvir.

“Hai consapevolmente causato danno al nostro Stato in questa vergognosa esibizione — e non per la prima volta”, ha rimproverato il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar a Ben-Gvir su Twitter, aggiungendo: “No, tu non sei il volto di Israele”.

“L’esibizionismo sconsiderato di Itamar Ben Gvir non è rappresentativo della politica del governo”, ha twittato Yechiel Leiter, ambasciatore di Israele negli Stati Uniti, aggiungendo: “Le pagliacciate di Ben Gvir sono come un martello pneumatico sugli sforzi diplomatici mentre i nemici di Israele saltano di gioia su ogni sfortunata sciocchezza per screditare e demonizzare”.

Questo affannarsi a prendere le distanze da Ben-Gvir cercando di dire che non rappresenta Israele o i suoi valori avrebbe probabilmente avuto più senso se non stesse avvenendo all’indomani di uno scandalo internazionale che ha preso origine da un rapporto del New York Times sulla abitudine di Israele ad usare torture sessuali sui suoi prigionieri — incluso l’uso di cani addestrati per stuprare.

(nota del traduttore: si consideri però che il NYT aveva fino ad adesso ignorato per molto tempo rapporti di organizzazioni umanitarie palestinesi e non sullo stesso tema. Inoltre il NYT era stata la voce delle accuse inventate dalla hasbara israeliana sugli stupri di massa dei resistenti palestinesi ampiamente smentite con dovizia di fonti da Electronic intifada, Gray Zone ed Intercept qui , qui e qui in italiano ).

Gli analisti politici hanno già spiegato che il ministro per la sicurezza nazionale di Israele utilizza questi questi video a scopo elettorale per allargare la sua base di estrema destra, il che ti dice tutto ciò che devi sapere sull’ambiente politico in quel paese oggi.

Non è la prima volta che Ben-Gvir posta video di questo tipo  — l’unica differenza è che le sue vittime nei video precedenti erano palestinesi. Il mondo occidentale, cieco quando le vittime sono palestinesi, si indigna ora perché percepisce le vite occidentali come infinitamente più preziose delle vite degli arabi.

Quindi è un po’ ipocrita per la classe politica/mediatica occidentale fare tanto chiasso su questo video in particolare dopo aver entusiasticamente sostenuto la violenza e gli abusi nonstop di Israele per tutto questo tempo, ed è piuttosto sciocco per i funzionari israeliani affermare che le azioni del loro ministro per la sicurezza nazionale non rappresentino i valori del loro paese.

Ben-Gvir è l’incarnazione perfetta del razzismo omicida sia di Israele che dell’impero occidentale. Rappresenta tutto ciò che questa civiltà contorta è diventata.

Non sono arrabbiati con Ben-Gvir perchè è malvagio. Sono solo arrabbiati con lui perchè è stato onesto.

Traduzione digitale ricorretta da g.l.

“ Il mondo può avere la pace o può avere israele, ma non può avere entrambi”

In questa agghiacciante e però tristemente vera frase di Caitlin Jonston è condensata tutta la realtà di israele dalla sua nascita ad oggi. Per volere la pace deve smettere di occupare e questo per israele è impossibile. Sono gli stessi politici israeliani ad esternare candidamente il progetto della Grande Israele; non si riesce a capire però quanto grande: Palestina, Siria, Libano, Giordania…… E’ per questo che non ha confini. E’ il paese delle eccezioni: tutti i paesi hanno un confine: eccetto israele, tutti i paesi possono essere criticati: eccetto israele; tutti i paesi devono rispettare le risoluzioni dell’ONU: eccetto israele che ha disatteso un numero di risoluzioni ONU di gran lunga più numeroso rispetto agli altri paesi. Recentemente il ministro della difesa Kaz ha detto che il sud del Libano, almeno sino al fiume Litani verrà occupato “per ragioni di sicurezza” ed i 600000 libanesi che ci vivono non potranno rientrare. Le chiamano così le occupazioni: ”Buffer zone”, “zone militarizzate per ragioni di sicurezza…” E’ un’area pari al 20% dell’intero paese!! Ma vi immaginate cosa sarebbe per l’Italia perdere il 20% del suo territorio? Sarebbe perdere Piemonte, Liguria e Lombardia!

Eppure nonostante le sconfitte (si perché le guerre non le vince chi ammazza più civili) che stanno collezionando non si fermano. Anzi sembra che la loro brutalità sia ormai senza obiettivo, pura bestialità. Hanno ammazzato 100000 palestinesi a Gaza e molti ancora moriranno a causa del brutale disegno di radere al suolo le strutture sanitarie, hanno ammazzato 30000 tra donne e bambini. Non hanno ottenuto nessuno degli obiettivi che si erano prefissati: con il genocidio dovevano ottenere la pulizia etnica di Gaza, deportare i rimanenti palestinesi in Egitto, Giordania, Somalia….smilitarizzare la striscia. Gaza non diverrà la riviera del mediterraneo come l’immobiliarista Kushner voleva. Ed i palestinesi pur vivendo in condizioni disperate sono ancora la.

Alla fine degli anni trenta hanno iniziato le bande terroristiche sioniste di Irgun, Agana e della Banda Stem che hanno attuato la pulizia etnica dei villaggi palestinesi. Poi una volta fatto fuori un illuminato diplomatico delle nazioni unite (Folke Bernadotte), che si batteva per una divisione equa delle terre (comunque rubate ai palestinesi) si sono fatti approvare da funzionari ONU compiacenti (sionisti) mai stati in Palestina, un piano che prevedeva per la minoranza ebraica la maggioranza della terra. Da li non si sono più fermati. Si servono dell’occupazione violenta dei territori unita ad un processo di cinismo politico che ha come obiettivo quello di cercare di dividere la popolazione residente. Gli accordi di Oslo in Palestina sono serviti a creare una entità l’ANP (Autorità Nazionale Palestinese) che è stata la longa mano israeliana nella West Bank. Dico è stata perché attualmente israele controlla ed occupa “legalmente” la West Bank e non ha più bisogno dei venduti e corrotti politici dell’ANP. E quando occupa lo fa con spietato cinismo. Occupa terre strategicamente utili. Terre ricche di acqua o di fiumi da deviare per poi assetare i villaggi palestinesi. Alture, la più famosa è la terra Siriana del Golan. Occupano aree che si trovano tra villaggi palestinesi per distruggere l’economia locale.

All’indomani del cessate il fuoco in seguito all’aggressione congiunta Usa- israele all’Iran, hanno eseguito in 10 minuti 100 attacchi aerei contro la popolazione libanese facendo più di 2200 morti. Subito dopo, la cinica diplomazia israeliana ha cercato di promuovere trattative negli USA con rappresentanti politici libanesi nell’intento di isolare il Libano del sud storicamente difeso dagli attacchi israeliani da Hezbollah. In occidente la propaganda israeliana è riuscita a far percepire i resistenti di Hezbollha come se fossero terroristi (come ha fatto con i resistenti palestinesi), e non come gli unici resistenti che si oppongono alla continua minaccia di occupazione del sud del Libano. L’isolamento politico del sud del Libano al quale mira israele sarebbe un Karakiri del governo Libanese ed un lasciapassare alle continue ed insaziabili mire espansionistiche dei sionisti. La pace con l’Iran poi è come fumo negli occhi per israele perché la pace è foriera di stabilità della regione che è l’esatto opposto di quello che serve ad israele. Solo l’istabilità può garantire ad israele di perseguire i suoi nefasti obiettivi.

E l’America non può volere la pace se israele non la vuole. L’America è sempre stata sotto ricatto sionista ma ora è diverso, non esiste solo il ricatto dei soldi per le elezioni, per le università e così via discorrendo. C’è un pedofilo del Mossad morto (ammazzato) che ha creato una banca dati di cui conosciamo solo la parte meno compromettente. L’altra parte è quella che tiene in ostaggio il governo americano e non solo.

E’ difficile che israele da sola possa riuscire a cambiare atteggiamento a meno che non sia “aiutata” da una Europa che dovrebbe riuscire a battere un colpo, e che invece al momento è complice.

Tutti gli uomini di buona volontà vorrebbero che la frase di Caitlin Jonston non fosse vera, ma tutti quegli uomini purtroppo sanno che lo è.

g.l.

Israele: La criminalizzazione del dissenso

Israele ha la sua popolarità in caduta libera in tutte o quasi le nazioni del mondo. Si mantiene in piedi perché una forte componente sionista è ancora presente in molti parlamenti soprattutto nel cosiddetto occidente. Ciononostante, il forsennato attivismo dell’Hasbara ( una superfinnanziata organizzazione che mira a promuovere l’immagine di questo stato genocida nel mondo) non riesce a mutare la tendenza dell’opinione pubblica mondiale. Ad israele, all’Hasbara, a tutte le organizzazioni di propaganda, perfino all’AI (molto cara a Netanyhau) non rimane altro: criminalizzare il dissenso per cercare di recuperare consenso.

Al governo israeliano non interessa minimamente combattere il terrorismo, giacché lui stesso è uno stato terrorista. Cos’altro è uno stato che usa cecchini per sparare in testa a dei bambini, uno stato che spara deliberatamente su medici, giornalisti ed ambulanze, che asfalta un’area grande un poco più di Roma, con gli abitanti che li vivono, compiendo uno dei crimini più grandi nella storia dell’umanità ed uno dei disastri ecologici più grandi nella storia dell’umanità.

Quello a cui è maggiormente interessato è cercare in tutte le maniere di soffocare il dissenso . Per fare questo si serve di strumenti che cercano di screditare tutte le organizzazioni solidali con la Palestina.

E’ noto che il termine terrorista è un termine molto scivoloso che viene usato con molta cautela anche dagli esperti di diritti umani. Non c’è unanime consenso sul suo significato. Uno dei significati molto generici ma tra i più diffusi è quello che attribuisce al terrorista l’esecuzione di attentati che provocano lutti alla popolazione civile. America ed israele non hanno competitori se si dovesse usare questo significato. In realtà il termine terrorista è stato sempre usato dai poteri coloniali per criminalizzare la resistenza del popolo occupato. Lo hanno fatto gli inglesi in tutti i territori che hanno occupato (e sono molti ), lo hanno fatto i francesi in Algeria,gli italiani in Libia ed Etiopia ecc…Ed è quello che Israele ed USA fanno. Si riuniscono, decidono chi è terrorista e chi non lo è e lo perseguono. Hanno giudicato terroriste associazioni umanitarie riconosciute internazionalmente come importanti strumenti di studio ed informazione sui diritti negati ai palestinesi. Senza parlare delle accuse di terrorismo all’ONU all’UNRWA ecc… Gli israeliani poi sono molto bravi a cercare di intrufolarsi nei parlamenti di numerosi paesi, soprattutto occidentali, perchè adottino la stessa tecnica per combattere l’attivismo palestinese. E’ quello che è successo in UK dove si è criminalizzata una associazione che ha avuto il merito di richiamare l’attenzione sulla attiva partecipazione al genocidio di Gaza da parte del governo inglese attraverso il rifornimento di armi prodotte in suolo Britannico. I loro attivisti sono in carcere in sciopero della fame. E’ successo in Australia, dopo il deplorevole attentato della spiaggia di Bondi. Sfruttando cinicamente l’assassinio dei poveri ebrei uccisi Netanyhau ha subito accostato l’attentato antisemita alle attività delle organizzazioni solidali con la Palestina, che in nulla mai hanno avuto a che fare con l’attentato, quando la vera crescita dell’antisemitismo è legata in maniera cristallina alle sue azioni di guerra a Gaza ed in tutti i paesi dell’area. A seguito delle dure dichiarazioni di Netanyhau, che intimava all’Australia di prendere provvedimenti, il primo ministro Australiano ha ordinato un giro di vite sul dissenso nei confronti di israele.

E adesso questo nuovo episodio italiano sempre pilotato da israele.

Chi ha passato le veline all’esercito israeliano (ricordiamolo ancora una volta, esercito impegnato in un genocidio) è una organizzazione dell’Hasbara israeliana. Si chiama NGO monitor. E’ una organizzazione di destra che si occupa di screditare le ONG che si occupano di diritti umani, sopratutto dei diritti umani negati ai palestinesi. E’ stata molto criticata da accademici, diplomatici e giornalisti perché le sue ricerche sarebbero influenzate da motivazioni politiche. In buona sostanza il fine ultimo è screditare le associazioni che si occupano di Palestina. Mohammed Hannoun e gli altri militanti sono stati arrestati sulla base di rapporti redatti da questa indegna organizzazione, rapporti che sono arrivati nelle mani dei giudici Genovesi tramite i terroristi dell’esercito israeliano!! Non si può immaginare niente di più indegno per la giustizia italiana.

Certo ci sarà stato un\una giudice sionista che ha reso possibile tutto cio’, ma la speranza è che altri giudici smascherino la strategia della criminalizzazione del dissenso a cui un paese messo alle corde sta cercando disperatamente di aggrapparsi.

g.l.

I soldi sionisti dietro il GENOCIDIO

Titolo originale: ” Trump continua ad ammettere di essere stato comprato e di essere al soldo dell’israeliano più ricco del mondo“

Di Caitlin Johnstone

È bizzarro quanto poco interesse abbia suscitato nei media il fatto che il presidente degli Stati Uniti abbia ripetutamente confessato di essere stato comprato e di essere proprietà dell’israeliano più ricco del mondo, soprattutto considerando quanto l’ opposizione del Partito Democratico americano si fosse accanita sul fatto che la sua politica fosse compromessa da un governo straniero (la Russia ndt) durante il suo primo mandato.

Durante un discorso pronunciato lunedì davanti al parlamento israeliano, il presidente Trump ha ammesso ancora una volta pubblicamente di aver attuato politiche favorevoli a Israele su richiesta della miliardaria israelo-americana Miriam Adelson e del suo defunto marito Sheldon, aggiungendo questa volta che ritiene che la Adelson (cittadina israelo-americana) sia più legata ad israele che agli Stati Uniti.

Ecco una trascrizione delle dichiarazioni di Trump:

“Come presidente, ho posto fine al disastroso accordo nucleare con l’Iran e, alla fine, ho posto fine al programma nucleare iraniano con i cosiddetti bombardieri B2. È stato rapido e preciso, ed è stato un successo militare. Ho autorizzato la spesa di miliardi di dollari, che sono andati alla difesa di Israele, come sapete. E dopo anni di promesse non mantenute da molti altri presidenti americani – sapete che continuavano a promettere – non l’ho mai capito fino a quando non sono arrivato lì. C’era molta pressione su questi presidenti. C’era anche su di me, ma non ho ceduto alla pressione. Tutti i presidenti per decenni hanno detto: “Lo faremo”. La differenza è che io ho mantenuto la mia promessa e ho riconosciuto ufficialmente la capitale di Israele e trasferito l’ambasciata americana a Gerusalemme.

“Non è vero Miriam? Guardate Miriam. È lì dietro. Alzati. Miriam e Sheldon [Adelson] venivano in ufficio e mi chiamavano. Mi chiamavano… Credo che abbiano fatto più viaggi alla Casa Bianca di chiunque altro, immagino. Guardala lì seduta così innocentemente… ha 60 miliardi di dollari in banca, 60 miliardi. E lei ama, e lei, credo abbia detto: “No, di più”. E lei ama Israele, ma lo ama davvero. E loro venivano. E suo marito era un uomo molto aggressivo, ma io lo amavo. Era molto aggressivo, mi sosteneva molto. E lui chiamava: “Posso venire a trovarti? Io rispondevo: “Sheldon, sono il presidente degli Stati Uniti. Non funziona così”. Lui veniva comunque. Ma loro sono stati responsabili di tante cose, tra cui avermi fatto pensare alle alture del Golan, che è probabilmente una delle cose più belle che siano mai successe. Miriam, alzati, per favore. Lei ama davvero questo Paese. Lei e suo marito sono incredibili. Ci manca tantissimo (Sheldon il marito di Miriam ndt). Ma in realtà le ho chiesto, e con questo la metterò nei guai. Ma in realtà una volta le ho chiesto: “Allora Miriam, so che ami Israele. Cosa ami di più? Gli Stati Uniti o Israele?”. Si è rifiutata di rispondere. Questo significa… questo potrebbe significare Israele, devo dire, ti amiamo. Grazie, cara, per essere qui. È un grande onore. Un grande onore. È una donna meravigliosa. È una donna fantastica”.

Secondo quanto riferito, Sheldon Adelson ha donato a Trump e ai repubblicani oltre 424 milioni di dollari in finanziamenti per la campagna elettorale dal 2016 fino alla sua morte nel 2021. La vedova Miriam ha continuato l’eredità del marito e ha investito altri 100 milioni di dollari nella campagna presidenziale di Trump del 2024. Durante la campagna elettorale del 2024, Trump ha anche ammesso di essere controllato dal denaro di Adelson. Ecco una trascrizione di quelle dichiarazioni:

“Come promesso, ho riconosciuto la capitale eterna di Israele e ho aperto l’ambasciata americana a Gerusalemme. Gerusalemme è diventata la capitale. Ho anche riconosciuto la sovranità israeliana sulle alture del Golan.

“Sapete, Miriam e Sheldon venivano alla Casa Bianca probabilmente più di chiunque altro al di fuori delle persone che ci lavorano. E cercavano sempre, non appena gli davo qualcosa, qualcosa per Israele. Non appena gli davo qualcosa, volevano qualcos’altro. Io dicevo: “Datemi un paio di settimane, per favore”. Ma gli ho dato le alture del Golan, e loro non le avevano nemmeno chieste.

“Sai, sono 72 anni che cercano di ottenere le alture del Golan, giusto? E nemmeno Sheldon ha avuto il coraggio di farlo. Ma io ho detto: ‘Sai una cosa? Ho detto a David Friedman: ‘Dammi una lezione veloce, tipo cinque minuti o meno, sulle alture del Golan’. E lui l’ha fatto. E io ho detto: ‘Facciamolo’. Abbiamo concluso in circa 15 minuti, giusto?”

Legittimare l’annessione illegale delle alture del Golan da parte di Israele e trasferire l’ambasciata degli Stati Uniti da Tel Aviv a Gerusalemme sono state due delle mosse più controverse compiute da Trump a favore di israele durante il suo primo mandato, che ora sono state eclissate dal suo sostegno al genocidio a Gaza e dai suoi bombardamenti in Iran e Yemen.

Ed ecco lui, che ammette apertamente che i suoi miliardari sionisti megadonatori hanno usato le loro donazioni per spingere Trump ad intraprendere azioni estreme in favore di Israele.

Immaginate per un attimo se qualcuno avesse fatto trapelare alla stampa dei documenti che provassero che Trump ha ricevuto un ampio sostegno finanziario da un oligarca russo al quale ha concesso favori di enorme rilevanza geopolitica. Sarebbe lo scandalo più grande nella storia della politica americana, senza eccezioni. Ma poiché si tratta di un oligarca israeliano, può ammetterlo apertamente e ripetutamente senza che nessuno batta ciglio.

Durante il primo mandato di Trump, i suoi rivali politici hanno trascorso anni a promuovere una falsa teoria del complotto secondo cui egli era controllato da Vladimir Putin, nonostante avesse trascorso l’intero mandato intensificando aggressivamente le ostilità della guerra fredda contro la Russia. Intere carriere di opinionisti politici sono nate cercando di creare uno scandalo da una narrazione che poteva essere chiaramente vista come falsa semplicemente osservando i movimenti della macchina da guerra statunitense e le azioni di Washington contro Mosca.

Ma ecco Trump che ammette apertamente di fare i salti mortali per dare a un’oligarca israeliana tutto ciò che vuole perché lei ha donato ingenti somme di denaro alla sua campagna elettorale, mentre fornisce armi a Israele per facilitare le sue atrocità di massa e intraprende atti di guerra per conto di Israele. E questo non fa quasi alcun rumore nella politica o nei media occidentali mainstream.

Questo perché la politica e i media occidentali mainstream capiscono che viviamo in un impero oligarchico non ufficiale a cui appartengono sia gli Stati Uniti che Israele. Non lo ammettono mai, non ne parlano mai, ma tutti i politici di alto livello, gli esperti e gli operatori del mondo occidentale capiscono di servire una struttura di potere globale gestita da una libera alleanza di plutocrati e manager dell’impero. Capiscono che Stati come israele fanno parte di detta struttura di potere, mentre Stati come Russia, Cina e Iran no. Quindi passano il loro tempo a normalizzare la corruzione e gli abusi degli Stati membri dell’impero, facilitando al contempo gli sforzi dell’impero per attaccare e minare gli Stati che sono riusciti a resistere all’assorbimento nell’ombrello del potere imperiale.

L’ho già detto e lo ripeto: l’unica cosa che mi piace di Donald Trump è la sua tendenza infantile a dire ad alta voce ciò che gli altri tengono nascosto. Egli perpetra gli stessi abusi dei suoi predecessori, che non erano meno corrotti e controllati, ma ne svela i meccanismi sottostanti in un modo che i presidenti più raffinati non farebbero mai.

Da Caitlin Johnstone Newsletter Oct 14, 2025

I COLONIZZATORI PROPONGONO IL PIANO DI “PACE” AI COLONIZZATI.

Il cosidetto piano Trump 2,3,4…(non si capisce a che numero siamo arrivati) piace a tutti, quasi tutti…tutti (come direbbe Jannacci). Piace ad Israele (che lo ha scritto a Trump), alla Francia, alla Germania, all’ UK, all’Italia, piace all’Europa di UVL ( e figuriamoci), ma anche a tutti i vassalli degli USA : Arabia Saudita, Giordania, UAE, Egitto, Turchia, Pakistan e sorprendentemente anche all’Indonesia.

Un piano dove non c’è una sola garanzia che i palestinesi potranno vivere liberi nella propria terra. Anzi c’è il germe della nuova colonizzazione. A testimonianza di questo la risibile chiamata di Tony Blair, che dovrebbe essere trattato come criminale di guerra per i milioni di morti in Iraq, inglese, appartenente al paese che con la dichiarazione di Balfour ha messo le basi per il genocidio in corso. Blair che da PM dal 2008 al 2015 non ha mai mosso un dito per impedire l’occupazione di terre e l’estensione delle colonie da parte dei coloni israeliani.

Ai Palestinesi è lasciata solo la scelta di abbandonare la lotta e consegnare i prigionieri. Solo così il genocidio potrà finire. Il GENOCIDIO ! Cioè lo sterminio di un popolo. Si sfrutta l’orrore e lo si mette sul tavolo delle trattative. Solo questo basterebbe a considerare questo piano come uno spregiudicato piano di guerra altro che pace! Nessuna garanzia che israele si ritiri da Gaza. Anzi la certezza che ci rimarrà secondo le stesse dichiarazioni di Netanyahu. Nessuna garanzia che smettano di occupare, che israele si ritiri dai territori occupati, che cessi l’apartheid. Nessuna garanzia all’autodeterminazione.

Il sangue di 66000 palestinesi lavato da altro orrore, quello di usare lo stop al genocidio con la resa. Tutti questi morti non sono morti per questo. Tutti questi morti sono morti per ottenere quello che si è ottenuto, l’isolamento di israele.

E d’altra parte questo piano è la prova provata del fallimento di israele: non è riuscito nella pulizia etnica di Gaza dove sarebbe dovuta sorgere la “Gaza Riviera”, non è riuscita a liberare gli ostaggi con la forza come aveva detto, non è riuscita ad annientare la resistenza palestinese come ripetutamente detto dai generali israeliani.

E dire che è tutto scritto! Israele deve rispettare le leggi internazionali. Tutti gli altri paesi devono obbligare israele a rispettarle.

Quando la resistenza Palestinese dirà no a questa proposta io sarò molto triste per il tanto, troppo sangue palestinese che ancora scorrerà, l’unico conforto sarà la convinzione che sarà la scelta giusta per una Palestina veramente libera.

g.l.

INTERPRETARE IL GIORNALISMO SIONISTA

Purtroppo spesso molte persone ascoltano distrattamente la radio o i media in genere e non si accorgono di come vengono manipolate le notizie dal giornalismo sionista. Quello che ho scritto è rivolto a queste persone.

La notizia più importante del giorno di oggi 23/02/2025 per quanto riguarda la Palestina è che israele non ha liberato i 602 prigionieri palestinesi non rispettando gli accordi sottoscritti davanti ai paesi mediatori (tra cui gli Stati Uniti). Una notizia limpida, cristallina, poco discutibile nel suo significato che però in questa sua cristallina semplicità non si può leggere e sentire nella maggior parte dei media. Io ne ho per caso ascoltato uno, e questa è la trascrizione fedele da rai playsound (qui andare al GR3 delle 18.45 del 23/02/2025 al minuto 4,45):

“Caccia israeliani sorvolano a bassa quota lo stadio di Beirut mentre una folla oceanica assiste ai funerali di Hassan Nasrallah leader di Hezbollahucciso da un raid israeliano a settembre. Ma il premier Netanyhau lancia un avvertimento anche contro Hamas a Gaza, minaccia una ripresa della guerra il giorno dopo la liberazione di 6 ostaggi israeliani, rilascio avvenuto di nuovo con una grottesca cerimonia. Un ostaggio sul palco è stato costretto a baciare il capo di due terroristi mentre due ostaggi che sono ancora a Gaza, sono stati costretti ad assistere allo show. Hamas accusa israele di aver violato gli accordi dopo che lo stato ebraico ha sospeso la liberazione di 602 detenuti palestinesi. Non verranno liberati- afferma il governo israeliano- fino a quando Hamas non porrà fine a quelle umilianti cerimonie e non garantirà la liberazione anche degli altri 63 ostaggi. In Cisgiordania intanto le truppe israeliane resteranno un altro anno a Jenin e Tulkarem a combattere i gruppi jihadisti. La popolazione che è stata evacuata, avverte il ministro della difesa Katz, non potrà tornare”. (Da Gerusalemme Giovan Battista Brunori GR3).

Cioè si inizia con una non notizia “caccia israeliani sorvolano a bassa quota….” per depolarizzare l’ascoltatore sulla notizia principale. Come si diceva è una non notizia perché i libanesi, i Gazawi, i Siriani conoscono bene i voli a bassa quota che israele utilizza quotidianamente per rendere la vita difficile a quelle popolazioni. Continua rovesciando la frittata come se stesse parlando di un paese che ha rispettato i patti e che ora si sta arrabbiando contro la controparte che non li sta rispettando “Ma il premier Netanyhau lancia un avvertimento anche contro Hamas a Gaza…”. Poi sposa la versione israeliana della messinscena grottesca di Hamas nelle cerimonie della liberazione degli ostaggi. E’ certamente vero che Hamas usa le cerimonie della liberazione degli ostaggi per mandare un messaggi alla popolazione israeliana. Gli israeliani non sanno nulla di quello che israele fa ai palestinesi perché non vengono informati. L’unico momento in cui gli israeliani guardano qualcosa che riguarda i palestinesi sono le “cerimonie” della liberazione e Hamas le utilizza mediaticamente. Quello che queste rappresentazioni ben organizzate vogliono trasmettere è che Hamas è viva e vegeta, ha una struttura politico- militare integra nonostante l’assassinio dei suoi leader più importanti e le numerose perdite sul campo, che i resistenti palestinesi che si sono uniti ad Hamas nel corso di più di un anno di guerra sono migliaia, che le armi che mette in mostra nelle braccia dei resistenti sono armi prese ad israele sul campo di battaglia (israele non parla mai delle sue perdite). Se c’è qualcuno che viene umiliato questo è Netanyhau (lo dice anche l’ex ministro della difesa Gallant) ed il suo governo, non sono gli ostaggi. E questa è una cosa che il premier israeliano non tollera.

Il giornalista dice che il giovane ostaggio è stato costretto a baciare la testa di un resistene Palestinese e gli altri due ostaggi sono stati costretti a guardare. Questa è un’altro artificio del giornalismo sionista. Cercare di deumanizzare il nemico. Ci sono altri report sull’avvenimento che testimoniano con documentazione fotografica che l’ostaggio (tra l’altro sorridente) ha preso tra le mani il capo del militare di Hamas lo ha piegato un poco verso di lui e gli ha baciato la testa. Gli altri due ostaggi non sono ancora saliti sul palco quindi guardano da giù.

Dopo tutti questi preamboli il giornalista può dare la notizia che doveva dare all’inizio ma che non poteva dare se prima non preparave le orecchie dell’ascoltatore ad apprendere la notizia più importante della giornata come una notizia annacquata, resa innoffensiva dal giornalismo sionista. Anzi, addirittura il giornalista trasmette una nuova condizione posta da Netanyhau: liberare tutti i rimanenti 63 ostaggi sennò continuano i bombardamenti. Cioè oltre a non dare il giusto risalto alla mancata osservazione degli accordi da parte di israele fa passare un ultimatum israeliano come una condizione che deve essere rispettata da Hamas. Contorsionismo giornalistico in cui i sionisti sono maestri.

Ma andiamo avanti perché c’è un’ultima chicca. Il giornalista parla da Gerusalemme e non può non riferire su quello che l’esercito israeliano sta facendo in Cisgiordania. E sceglie di farlo così: In cisgiordania intanto le truppe israeliane resteranno un altro anno a Jenin e Tulkarem a combattere i gruppi jihadisti. Cioè cerca di usare la carta della deumanizzazione del nemico “combattere i gruppi jihadisti” come se si trattasse di terroristi tagliagole. Si tratta di militari che fanno operazioni di resistenza contro un esercito che compie azioni illegali contro la popolazione palestinese, un esercito che fa carta straccia del diritto internazionale. Ma la cosa paradossale è che questo è certificato dalla frase che lui stesso dice subito dopo : La popolazione che è stata evacuata, avverte il ministro della difesa Katz, non potrà tornare. Cioè il vero obbiettivo non sono i gruppi jihadisti, ma è proprio la popolazione palestinese sfrattata dalla sua terra (40000 deportati in poche settimane). Cioè l’avverarsi del disegno sionista.

Hamas, i gruppi Jihadisti e tutti gli altri sono gruppi di resistenza ad una occupazione coloniale che potrebbero chiamarsi Blu, giallo, verde, rosso, che siccome compiono azioni di resistenza contro il potere israeliano che li costringe a vivere sotto un sistema di apartheid questo li chiama terroristi.

Ma naturalmente il giornalista sionista si guarda bene da far capire che così stanno le cose!

g.l.