Non importa quello che si dice, ma come lo si dice e quando lo si dice.

Ci voleva stomaco, ci voleva uno stomaco a prova di chiodi per ascoltare il nulla che Netanyahu in diretta televisiva ed in inglese comunicava al mondo. Una sciorinata di slides che non aggiungevano nulla a quello che già si sapeva[1]. Il nulla. Il nulla che però faceva parte di una patomima israelo-americana per  accelerare un evento diventato ormai  l’ossessione di Netanyahu e di parte del suo popolo: la guerra all’Iran. Ed infatti a strettissimo giro di posta è stato rilasciato il comunicato già preparato dal segretariato di stato americano: il trattato con l’Iran deve essere annullato. La settimana prima altre bugie avevano scatenato una gragnola di missili in territorio Siriano. Netanyahu,  primo ministro di un popolo (difficile chiamarlo stato: chi sa dove inizia e dove finisce israele?)  che occupa 3 stati(Siria, Libano e Palestina); che possiede la bomba atomica che però non è soggetta a nessun trattato perché ufficialmente non ce l’ha; che qualche ora prima bombardava delle basi iraniane in Siria (ma non è dato sapere con certezza perché in questo pazzo mondo è normale che uno bombardi un altro paese e che non dica neanche che è stato lui a bombardare), sciorinava bugie per salvare la sua poltrona (traballante perché è un disonesto imbroglione). Questo signore sta portando il pianeta verso una guerra israelo-americana contro l’Iran dalle conseguenze tanto imprevedibili quanto catastrofiche per l’Umanità. Ed alla base di tutto questo solo bugie. Dette bene ed al momento giusto, ma bugie, di cui gli israeliani sono maestri. Voglio qui citare una parte di un bell’articolo comparso recentemente su “Counterpouch” a firma di un avvocato newyorchese Stanley L Cohen (qui) : “Israele è bravo in quello che fa. Dannatamente bravo. No, non i massacri, la tortura, la detenzione amministrativa senza fine , il furto della  terra; questi sono fatti. Fatti di una cronaca funesta ma pubblica, anzi sbandierata e quasi orgogliosa dei “successi ottenuti ” in totale dispregio per le norme e le leggi internazionali. Quello in cui  eccelle davvero è la grande bugia … la riscrittura storica adattata ai suoi interessi; il pretesto; la capacità di rimodellare la realtà di ieri, oggi e sicuramente domani , in un percorso in cui nessun oltraggio è oltraggioso, nessun crimine troppo estremo, nessuna offesa troppo offensiva. Tutto  ovviamente, giustificato dal mantra per la sopravvivenza.  È un’abilità … una sventurata forma d’arte politica che converte la verità scomoda in un dogma egoista con conseguenze nefaste fin troppo prevedibili”.

Tornando all’assioma del titolo e riconsiderando le inopportune ed a conti fatti sciagurate parole di Abu Mazen di due gg fa, si può senza tema di smentita dire che c’era comunque più verità nelle sue  parole che nel nulla bugiardo di Netanyahu. Gli ebrei non sono usurai, come non lo sono i caucasici, gli arabi, gli africani. Ma è certamente vero che l’usura è stata praticata in molte parti d’Europa da molti  ebrei. E’ stato Il fanatismo popolare , usato contro gli ebrei dalla “Cristiana” Europa che ha contribuito alle inenarrabili persecuzioni che hanno visto gli ebrei dover scappare da una nazione all’altra. A questo punto mi sia permesso dire che sono stati i tolleranti arabi che hanno dato ospitalità agli ebrei in Spagna durante la dominazione araba, per poi esserne ricacciati fuori alla riconquista della Spagna da parte degli europei. Delle atrocità dell’olocausto non è forse neanche il caso  di parlarne . Anzi si forse è il caso. Ogni volta che affronto il problema mi sembra impossibile che l’uomo sia potuto arrivare ad un disprezzo del suo stesso genere così efferato. Spero solo che rimanga stampato nella testa e nell’anima di tutti gli uomini. Non mi sembra però che questa speranza sia ben riposta. Sono in molti gli uomini che tendono a dimenticare. Ed i primi sono proprio molti israeliani. Abu Mazen come già detto ha pronunciato forse delle parole inopportune (sopratutto per i Palestinesi) ma che avevano un fondo di verità, Netanyahu ha detto solo bugie. Ma Abu Mazen le ha pronunciate in un periodo storico dove il grande capitale e la lobby delle armi che appoggia israele ed israele stesso utilizza ogni pretesto per accusare chiunque non sia in linea con lui di antisemitismo. Succede in ogni nazione, ma   l’esempio più emblematico in questo periodo è in Gran Bretagna. Qui Corbin è costretto dalla lobby laburista israeliana a scusarsi un giorno si e l’altro pure per  virgole, sguardi, esclamazioni che sono etichettate come comportamenti o discorsi antisemiti ma dietro i quali non c’è assolutamente nulla di antisemita.

Insomma non importa quello che si dice ma come e soprattutto quando lo si dice!

[1] 30/04/18 ANSA; dichiarazione dell’alto rappresentante per la politica estera in Europa Federica Mogherini: “Non ho visto da parte di Netanyahu argomenti che provino una violazione da parte dell’Iran” di un accordo che “fu creato proprio perché fra le parti non c’era la fiducia”.

Gianni Lixi.

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Le menzogne dell’esercito israeliano non possono più salvare la sua immagine

Netanyahu

“picchiateli non una volta, ma ripetutamente, picchiateli da  far male così tanto che sia insopportabile “ (se volete altre perle usate da ministri e sottosegretari del governo israeliano cliccate qui )

Questo gentiluomo qualche giorno fa ha detto che se si vuole la pace Abbas deve smettere di pagare i terroristi. Naturalmente Abbas non paga proprio nessun terrorista. L’Autorità Nazionale palestinese da un contributo alle famiglie di palestinesi morti o feriti  durante azioni di resistenza all’occupazione  israeliana (e non a tutti perchè le famiglie dei  militanti di Hamas non vengono retribuiti dall’ANP).

Abbiamo già chiarito in altri articoli (qui ) chi sono i veri terroristi. Terroristi sono stati quasi tutti i primi ministri israeliani. Terroristi davvero. Terroristi che facevano attentati non per difendersi da un’occupante ma per occupare. Terrorista è l’esercito israeliano che a tutte le ore della notte fa incursioni nelle case palestinesi terrorizzando donne e bambini per il solo gusto di terrorizzare. Come in questo video racconta  Eran Efrat un soldato israeliano pentito.       Gianni Lixi

Qui sotto l’articolo di Jonatan Cook che ha dato il titolo a questo post  fonte

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Non è stata una settimana esaltante  per coloro che affermano che Israele ha l’esercito più morale del mondo. Ecco un piccolo esempio di abusi compiuti sui palestinesi negli ultimi giorni in cui l’esercito israeliano è stato sorpreso a mentire.

Un bambino orribilmente ferito dai soldati è stato arrestato e terrorizzato per costringerlo a firmare una falsa confessione: l’hanno obbligato a dire che si è  ferito in un incidente in bicicletta. Un uomo che sostenevano fosse  morto per inalazione di gas lacrimogeni è stato in effetti sparato a  bruciapelo, poi picchiato selvaggiamente da un gruppo  di soldati fino alla morte. Un gruppo di soldati ha lanciato una bomboletta di gas lacrimogeni a una coppia palestinese, con un neonato in braccio, mentre si mettevano al sicuro durante un’invasione militare del loro villaggio.

Agli inizi degli anni 2000, agli albori della rivoluzione dei social media, le prove filmate della brutalità dei soldati israeliani venivano liquidate come false. Era quello che chiamavano “Pallywood” – una fusione tra palestinesi e Hollywood.

Per la verità, sono state le forze armate israeliane, non i palestinesi, che la scorsa settimana hanno dovuto cambiare la versione ufficiale data in un primo momento. Infatti ufficiali israeliani hanno ammesso  davanti ad  un tribunale militare che l’esercito aveva picchiato e bloccato un gruppo di reporter palestinesi mettendo in pratica una chiara  politica atta ad impedire  che i giornalisti possano fare servizi sugli abusi commessi dai soldati israeliani.

Gli inganni di Israele hanno una lunga storia. Negli anni ’70, un giovane Juliano Meir-Khamis, che in seguito divenne uno degli attori più famosi di Israele ( e che rinnegò l’esercito israeliano e venne assasinato ndt), aveva come compito quello di portare armi  nel campo profughi di Jenin, nella West Bank, e posizionarle in prossimità dei corpi di donne e bambini assassinati dall’esercito.  

In una occasione gli fu ordinato di mettere esplosivo sui resti di una bambina dodicenne  e del suo asinello colpiti da un bazooka israeliano .

Questo succedeva prima dello scoppio della prima rivolta di massa dei palestinesi contro l’occupazione alla fine degli anni ’80. Poi , il ministro della Difesa Yitzhak Rabin, che in seguito si è rifatto una verginità  come pacificatore di tipo Hollywoodiano , ha esortato le truppe a “rompere le ossa” dei palestinesi per fermare la loro lotta di liberazione.

L’energia ed il tempo che israele impegna per cercare disperatamente di  salvare la propria immagine, che a volte è autolesionista, ha raggiunto il suo apice  la scorsa settimana quando Mohammed Tamimi, 15 anni, è stato preso dal suo letto in un raid notturno. A dicembre era stato sparato e colpito in testa  da soldati durante un’invasione del suo villaggio di Nabi Saleh. I medici gli hanno salvato la vita, ma a causa di un’amputazione di una parte del cranio è rimasto con la testa deforme. Le sofferenze patite da Mohammed hanno avuto grande diffusione nei canali di informazione anche perché poco dopo essere stato colpito, un video ha mostrato sua cugina, la sedicenne Ahed Tamimi, che schiaffeggiava un soldato dopo essere entrato in casa sua. Ahed, che è in carcere in attesa di processo, era già un’icona della resistenza palestinese. Ora è diventata anche un simbolo della brutalità con la quale  gli israeliani trattano i bambini.

Da allora  Israele sta cercando di lavorare sulla sua versione della vicenda di Ahed dipingendola come terrorista e provocatrice. Un ministro del governo, Michael Oren, ha addirittura  costituito una commissione segreta per provare a dimostrare che Ahed e la sua famiglia erano davvero attori pagati, non palestinesi (per le sembianze poco mediterranee ndt), lì per “dare una cattiva immagine di israele”. La frustrazione  per  Pallywood li ha fatti esagerare.

Gli eventi della scorsa settimana hanno assunto un nuovo corso quando Mohammed, pur essendo ancora gravemente ammalato, è stato sequestrato insieme ad altri. Trascinato in una cella per essere interrogato , gli è stata negata la presenza di un avvocato o di un genitore. Poco dopo, Israele ha distribuito una confessione firmata nella quale si afferma  che le orribili ferite di Mohammed non erano state causate dai soldati  ma da  un incidente in bicicletta.

Yoav Mordechai, il più alto funzionario dell’occupazione,  ha sbandierato questa confessione come la prova che i Palestinesi “ hanno una cultura di bugie e di incitamento”. Le ferite di Mohammed erano “false notizie”, ed  i media israeliani lo hanno doverosamente riportato.

Ahed rischia di essere condannata dai giudici militari perché non c’è nessuna giustificazione per chi  schiaffeggia un soldato occupante. Eccetto il fatto che testimoni, registrazioni telefoniche e documentazione ospedaliera, comprese le scansioni cerebrali, dimostrano  che Mohammed (cugino di Ahed ndt) è stato sparato dai militari.

Questa era semplicemente un’altra delle infinite produzioni di Israellywood per dare automaticamente la colpa ai palestinesi. Centinaia di bambini sperimentano ogni anno queste strategie nelle carceri israeliane e sono costretti a  firmare confessioni – o patteggiamenti – per ottenere riduzioni della pena inflitte da tribunali che hanno un tasso di condanna di quasi il 100%.

Sembra più Franz Kafka che Hollywood.

La scorsa settimana è uscita un’altra manipolazione fatta dall’esercito. Un circuito di telecamere a circuito chiuso  ha mostrato Yasin Saradih, 35 anni, sparato a bruciapelo durante un’invasione di Gerico, poi picchiato selvaggiamente dai soldati mentre giaceva ferito e lasciato morire dissanguato. Non è stato un caso eccezionale. Un rapporto di Amnesty International il mese scorso ha rilevato come molte delle decine di palestinesi uccisi nel 2017 sono stati  vittime di esecuzioni extragiudiziali. Prima che uscisse il video dell’omicidio di Saradih, l’esercito ha emesso una serie di dichiarazioni false, tra cui che è morto per inalazione di gas lacrimogeno,  che  ha ricevuto un trattamento di primo soccorso,  e che  era armato con un coltello. Tutto questo è smentito dal video.

Negli ultimi due anni, dozzine di palestinesi, tra cui donne e bambini, sono stati uccisi in circostanze altrettanto sospette. Invariabilmente l’esercito conclude che sono stati uccisi mentre attaccavano i soldati con un coltello – Israele ha persino definito questo periodo di disordini   “l’intifada del coltello”.

Oggi i soldati portano con loro una “borsa piena di  coltelli”, proprio come Meir-Khamis portava una volta una borsa piena di  armi?

Mezzo secolo di occupazione non ha solo corrotto generazioni di soldati israeliani adolescenti a cui è stato concesso di avere piena supremazia sui palestinesi. Ha anche avuto bisogno di un’industria di menzogne e di auto-inganni per assicurarsi che le coscienze degli israeliani non vengano mai offuscate dal dubbio  che forse il loro esercito non è poi così morale.

L’Ambasciata, l’elemosina ed il BDS

“…il mondo mi ha fatto l’elemosina. Mi ha dato farina, vestiti, tende a me ed ai miei figli mai nati. Io in cambio gli ho dato la patria e la sicurezza.” Mahmud Darwish

In queste parole di uno dei più grandi autori del nostro secolo (Josè Saramago lo definisce il più grande poeta del mondo), prese da un racconto del 1973 “Diario di ordinaria tristezza”,  vedo condensata l’unica vera attività “politica” che le istituzioni internazionali  possono fare  per la Palestina ed il suo popolo: l’elemosina. L’UNHCR forse è messa un po’  in difficoltà dalle minacce di Trump, ma non c’è pericolo. La buona Europa è già pronta per coprire la cifra che Trump ha tolto all’agenzia. L’Europa continuerà a fare l’unica cosa che sa fare per i palestinesi: l’elemosina.

Era il 1973 quando Mahmud Darwish scriveva quelle parole e continua ad essere così oggi. L’unica cosa che è cambiata dal ’73 è la superficie della terra sotto i piedi dei palestinesi.  In un costante e continuo furto gli israeliani hanno occupato più dei 2/3 del territorio palestinese.  Non ci sono mai stati dei veri processi di pace, l’unico vero processo è il processo di occupazione di terre e di pulizia etnica. In ogni finto processo di pace a cui israele si è presentata non ha mai messo in discussione un solo centimetro di terra occupata. I finti processi di pace si devono sempre iniziare con lo status quo. Cioè con tutto quello che sono riusciti a rubare. Ora arriva Gerusalemme. Venerdì 23/02/18 l’accelerata Americana. Il trasferimento dell’ambasciata, e quindi il riconoscimento ufficiale di Gerusalemme come unica capitale israeliana, si farà non più in due anni ma in due mesi. A maggio , anche se il nuovo edificio non è ancora costruito. Nel consolato si stringeranno un po’. Questa accelerata è naturalmente a tutto vantaggio della traballante poltrona di Netanihau a causa di diverse accuse per frode. Non c’è comunque da stare allegri, chi vorrebbe prendere il suo posto è come lui e, se possibile,  peggio di lui.

A questo gravissimo atto, senza precedenti per le implicazioni del concetto di patria stessa che Gerusalemme ha  per tutti i palestinesi, come dovrebbero reagire questi ultimi? Con “rassegnazione”, con “tolleranza ”, cercando il “dialogo”. Abbas ha detto che non si siederà a nessun tavolo se israele dichiarerà Gerusalemme sua unica capitale. Ma continuerà a condannare ogni forma di resistenza del suo popolo.  E poi? Si dovrà continuare ad accettare “l’elemosina in cambio della patria”? Anche  le stesse UN riconoscono il diritto all’autodifesa del popolo occupato. Ma  quando uno sgangherato missile partito da Gaza cade sul territorio israeliano, i bombardamenti a tappeto israeliani cha fanno 2000 morti di cui 500 bambini,  sono politicamente accettati. Dico politicamente perché, al di là di innocue dichiarazioni di condanna sulle esagerazioni della risposta militare, non si è mai preso nessun tipo di provvedimento contro israele. Se un giovane si “suicida” buttandosi con un temperino contro altri giovani scafandrati che presidiano un check point in assetto di guerra e  che calpestano la sua terra, tutti i media lo chiamano terrorista. Non è un giovane resistente, un martire che sta difendendo la sua patria ma un “terrorista”.  “Gli stati hanno il diritto di uccidere i propri e gli altrui popoli, ma un individuo o un popolo non ha il diritto di combattere per la propria libertà” (Mahmud Darwish) . Con che cosa dovrebbe difendere la sua patria se altro non ha se non temperini, forbici e qualche volta una macchina da usare come arma? Con che cosa “il mondo” pensa che i palestinesi possano resistere all’occupante. Se avessero aerei, mitragliatrici, buldozer, li chiamerebbero soldati, siccome hanno pietre, coltelli e forbici, li chiamano terroristi.

Con il cuore, con tutto il cuore mi auguro che non ci sia più bisogno di giovani che muoiono ne da una parte ne dall’altra. Con il cuore. Con la ragione no. Israele non andrà mai a trattare per fare concessioni di nessun tipo. L’unica possibilità e che lo si costringa. E per essere costretto bisogna obbligarlo. Sono solo due le possibili condizioni che possono obbligare israele a sedersi in un tavolo e trattare davvero. La prima , la più pacifica, è l’isolamento internazionale soprattutto economico. Questa strada purtroppo si è dimostrata impercorribile. “Nel mondo” e prevalentemente nelle nazioni occidentali non c’è alcuna intenzione di punire israele. Anzi. Molti stati federali americani hanno promulgato leggi anti BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni); la Francia ha votato una legge anti BDS che ha già fatto le sue vittime tra i simpatizzanti del movimento BDS. La stessa Italia ha una legge già pronta ferma in un cassetto di qualche commissione parlamentare.

L’altra condizione è la paura. Se il popolo israeliano vivesse  nella paura di atti di resistenza sempre più numerosi che possono mettere in pericolo la vita spensierata e felice che conducono (secondo le statistiche è uno dei paesi più felici al mondo!) sarebbero loro stessi a rovesciare il sistema politico ed a cercarne un altro che garantisca un vero dialogo magari unendosi ai palestinesi per cercare di vivere meglio assieme. Non sto inneggiando alla violenza. Semmai alla resistenza contro la violenza dell’occupante sempre più sanguinaria e spavalda e non curante del diritto internazionale. Sto dicendo una cosa che molti pensano ma non vogliono ammettere.

Ma forse c’è qualcosa che può scardinare queste mie tristi certezze. La società civile. La società civile che spesso è stata capace di scardinare corsi storici ritenuti ormai ineluttabili. Se la società civile,  in ogni paese in ogni nazione, boicotta dal basso ogni prodotto, anche culturale, proveniente da israele non si avrà bisogno di imbracciare i fucili. Questa rivoluzione pacifica che giorno dopo giorno sta crescendo si chiama BDS. Speriamo che funzioni perché l’alternativa è o altro sangue o la  svendita della patria  per un po’ di elemosina.

Gianni Lixi.

 

Perché svegli il mondo?”

“Questa non è la mia voce. E’ il tonfo del mio cadavere che cade a terra.”

“Perché non muori in silenzio?”

“Perché una morte in silenzio è una vita insignificante.”

“E una morte urlata?”

“E’ una causa.”

“Sei venuto a dichiarare la tua presenza?”

“Al contrario, sono venuto a dichiarare la mia assenza.”

“Perché uccidi?”

“Non uccido che l’omicidio. Non uccido che il crimine.”

“Vai all’inferno.”

“Vengo dall’inferno.”

Mahmud Darwish, autore e poeta Palestinese nato nel 1941 ad   al -Birwa  un villaggio Palestinese che non esiste più perchè raso al suolo dagli israeliani, morto a Houston – Texas nel 2008. Il brano è preso da “Diario di ordinaria tristezza” racconto poetico contenuto in “Una trilogia palestinese” edizioni economiche  Feltrinelli

A proposito di “Voglio Israele in Europa”.

 

Il pezzo che ho scritto qualche settimana fa (qui) ha suscitato, tra l’esiguo pubblico dei miei lettori, reazioni contrastanti. In genere positive ma voglio prendere lo spunto da una mail “negativa” che mi è arrivata, per toccare alcuni punti a me cari.

Gentile Gianni,
le sue contorsioni logiche, tutto sommato elementari, sono troppo simili
a quelle dei politici exPCI che guidarono la “revisione laica” di Resistenza e Costituzione
per essere esenti da una mia profonda contrarietà sospettosa.
Ci sono, poi, i fatti che contraddicono in pieno il suo fallace assioma di base: l’ingresso in UE mette sotto analisi il paese entrante. Mi riferisco allo straordinario allargamento dell’Ue senza che questo comportasse un’analisi al microscopio dei paesi entranti e meno che mai la natura delle loro democrazie.
I radicali, notoriamente sionisti, così come i sostenitori nostrani d’Israele da anni premono perché si faccia entrare questo stato asiatico in UE. Anche l’accoglimento della sua federazione calcistica nella Uefa ne è un anticipo!
Scrivere che i più contrari al progetto sarebbero israeliani, non è probante per sostenere l’ingresso d’Israele nell’UE conservando una patente di “filopalestinianesimo”!
Cordialmente,
PS: Israele già un ufficio a Bruxelles, l’idea marcia!

 

La mail è stata scritta da una persona che non conosco direttamente ma che so essere una persona molto attiva per la Palestina e che lavora anche molto bene.

Il mio paradossale pezzo si prestava certo alle critiche che mi sono state mosse, ne ero consapevole, ma vorrei spiegare soprattutto a chi era diretto e perché.

Chi mi ha criticato fa parte di una schiera di militanti, per me mai troppo numerosa ma per fortuna sempre in crescita, che sono aggiornatissimi sulle tematiche Palestinesi. Non è certo a loro che penso quando scrivo. Non serve, non devo convincere o informare nessuno lì. Penso a chi sa poco o niente, cerco di non dare nulla per scontato, spiego anche cose che, a chi mastica ogni giorno pane e Palestina possono sembrare banali o scontate. E per fare questo utilizzo iperboli che mi possono aiutare a lasciare qualcosa nella mente e nel cuore di chi legge.

So perfettamente che il grande propositore dell’ingresso di israele in Europa è stato Marco Pannella. Ma a che cosa serve, in un pezzo dove devo trovare la maniera più efficace per parlare delle mostruosità israeliane , parlare del sionismo dei radicali (di cui tra l’altro ho già parlato in altri pezzi di questo blog)?

So perfettamente che israele ha una florida attività di lobby a Bruxelles, come ho scritto in questo ed in altri pezzi, ma non mi interessa  sapere dove è il  suo ufficio a Bruxelles.

C’è però un’accusa nella mail un po’ ”sinistra”  ma spero che si tratti solo di una frase buttata lì con l’imprecisione della fretta: “…per essere esenti da una mia profonda contrarietà sospettosa”. Sospetto di che? Che possa essere un sionista intrufolato nella militanza filopalestinese?  O addirittura un agente del mossad?

So perfettamente  che l’Europa non è in grado di  dare patentini di autentica democraticità a nessuno.  Tra l’altro, vista l’impopolarità del momento, tirarla in ballo adesso è per lo meno in controtendenza (e questo, devo dire, non mi dispiace). Nonostante questo però ritengo davvero che se mai si dovesse arrivare a discutere della fantasiosa entrata di israele in Europa, questo porterebbe nelle case di tutti i cittadini europei un po’ di Palestina. Sarebbe a quel punto difficile anche per l’Hasbara o la lobby israeliana impedire che si venga a conoscenza delle nefandezze che israele perpetra in Palestina e dei soprusi  a cui sottopone il popolo Palestinese.  Non è questo comunque il punto. La maggioranza dei contatti della mia mailing list (uso twitter ma non uso faceboock) è fatta da persone interessate a problemi del sociale, di pace e di (in) giustizia senza una competenza specifica delle problematiche palestinesi. Solo una minima parte è molto informata sulla questione palestinese. Il punto è quindi fare arrivare alle persone meno informate la maggior parte di informazioni scegliendo  strumenti semplici , di impatto immediato, elementari (quindi per me l’accusa di  essere “elementare” contenuta nella mail è in realtà un complimento) cercando di  portare sempre tutto ad un  minimo comune denominatore: l’abuso di uno stato che non esisteva,  su un popolo  ed una terra che esisteva prima di lui.

Il problema della Palestina non potrà mai avere un’egemonia politica se prima non ha un’egemonia culturale. Far arrivare il sapere, la conoscenza, a quanta più gente possibile con ogni mezzo possibile. Questo mi interessa! Non voglio tirare per la giacca Gramsci, non  sono un suo studioso. Non lo posso essere,  non ne ho il bagaglio ne la formazione necessari. Sono però un innamorato di Gramsci,  lo leggo di continuo e, per quanto i miei limiti intellettuali me lo permettano, cerco di interpretarlo, anche con l’aiuto di chi lo studia per professione. Per me una delle  dottrine politiche più importanti  che  ci ha lasciato è il concetto di  egemonia che prima che politica deve essere culturale.  Solo l’egemonia culturale può far crollare il castello di menzogne israeliano, su questo sono proprio sicuro che Gramsci non si sbagliava.

Quello che scrivo e che cerco di diffondere con mezzi miseri e con ancor più pochezza intellettuale lo faccio esclusivamente seguendo questo principio Gramsciano.  Mi interessa che chi non sa sappia. Se poi c’è qualche duro e puro che già sa tutto e se la prende un po’ pazienza!

Gianni Lixi

 

 

Voglio Israele in Europa

Sono davanti ad un banchetto della PSC (Palestina Solidarity Capaign) a Cambridge. Un banchetto come quelli dell’associazione Sardegna Palestina. Una signora, mentre prendo materiale mi accosta e mi dice: perché il mondo è così cieco e sordo? Già … perché?

Dico subito che non citerò fonti o metterò link di riferimento per tutti gli episodi di infamità israeliana che elencherò.  Ne e’ pieno il web. Dalle più piccole agenzie di stampa alle più grosse, anche israeliane , sino alle organizzazioni ufficiali tipo ONU; UE; ICJ (corte internazionale di giustizia). Queste ultime molto care a chi ha bisogno di dati acclarati da indagini sicure ed inconfutabili. Indagini sicure ed inconfutabili che però sono rese sempre molto difficili da israele e che hanno il grande difetto di arrivare a bocce ferme quando l’ondata di sdegno popolare si è placata ed israele è già riuscita ad annacquare tutto. Insomma sono stufo di dover continuamente giustificare con fonti quello che è sotto gli occhi di tutti. Se qualcuno ha ancora bisogno di questo se le vada  a cercare lui le fonti!

Torniamo al perché. Perché non basta che una giovane famiglia sia annientata dall’incendio della propria abitazione appiccato dai settler coperti dall’esercito Israeliano con  il conseguente processo farsa. Perché non bastano le esecuzioni sommarie su feriti inermi e sanguinanti a terra. Perché non bastano le gambizzazioni mirate : ”non  si devono fare martiri ma handicappati”. Perché non basta che gli insegnanti di una scuola vengano fatti denudare ad un ceck point subendo l’umiliazione davanti ai loro allievi. Perché non basta che gli israeliani radano al suolo case palestinesi nel rispetto di una legge che i palestinesi non hanno potuto votare. Perché non bastano i raid notturni nelle case palestinesi mettendo a soqquadro tutto e terrorizzando i bambini con il solo scopo di farli vivere nel terrore. Perché non basta assetare un terra ed i suoi abitanti con il furto continuo dell’acqua. Perché non basta che un bambino che ha la scuola ad 1 Km da casa ci debba metter più di 2 ore per arrivarci. Perché non basta che un malato o una donna in travaglio debba aspettare ore ed ore in ambulanza ad un check point. Perché non basta che israele ha uno dei più alti numeri di prigionieri “politici” al mondo. Perché non basta che israele ha il più grande numero di prigionieri bambini del mondo. Perché non basta che istituzioni internazionali  hanno riconosciuto che questi bambini subiscono torture. Perché non basta che in un mese 500 bambini palestinesi sono stati  ammazzati. Perché non basta che in acque palestinesi si spari sui  pescatori e si sequestrino le loro barche. Perché non basta che, in acque internazionali,  si ammazzino 9 attivisti internazionali che viaggiano su una nave che porta derrate a Gaza. Perché non basta che buldozer dell’esercito israeliano uccidano Rachel Corrie che si oppone alla demolizione di una casa. Perché non basta che Vittorio Arrigoni sia stato ucciso da componenti di una cellula salafita, infiltrata dal mossad, nata dal nulla poco tempo prima del suo assassinio. Perché non basta…..

La risposta è sempre la stessa: gli Usa. Naturalmente la risposta è scontata ma non è completa. Non si discutono gli interessi militari (e di conseguenza economici) degli americani in israele. Israele  è la più grande  portaerei americana situata in una delle zone più strategiche del mondo: il mediterraneo .  Ma questo non spiega il meccanismo che ci fa arrivare alla sordità ed alla cecità del mondo di cui mi parlava la signora.  Il meccanismo è ben confezionato e molto scivoloso. Giornali e reti televisive hanno in tutte le redazioni o nei consigli di amministrazione, in varia misura a seconda delle testate , la presenza di israeliani che fanno passare le notizie che vogliono, come vogliono. Quando dico tutte intendo proprio tutte. Ed è scivoloso proprio per questo, perché anche la dove non te lo aspetti ci sono. Un famoso giornalista inglese, Jonathan Cook, autore di diversi libri sulla Palestina, che vive a Nazareth e ha scritto per molti giornali tra cui il Guardian , ha anche scritto un interessante opuscolo intitolato “Publish it not!”, scaricabile dal web. In questo piccolo volumetto Cook  spiega la strategia di israele nel manovrare la stampa cosidetta liberal. Cita molti esempi di come proprio nel Guardian, giornale generalmente inteso come  filo palestinese, la presenza in posti strategici anche di un solo filo israeliano possa influenzare il risultato della pubblicazione  di un articolo.  Intervenire sui tempi di pubblicazione,  sul titolo, sulla correzione di alcuni aggettivi, tutto per spuntare la forza dell’articolo e l’impatto sull’opinione pubblica.  Fa forse più danno un articolo pro Palestina, edulcorato, fuori dai tempi  giornalistici , poco incisivo  ed annacquato, che un articolo dichiaratamente pro israele.  Altro esempio è quello della BBC,  già condannata in più di una occasione da una commissione deontologica interna per malpractice rispetto a notizie riguardanti la Palestina. Queste condanne hanno un valore puramente formale, nessuno ne sa mai niente perché non vengono pubblicizzate ed i filo israeliani se la ridono. Ormai il danno è fatto e loro continuano ad influenzare l’informazione a loro piacimento. Questo a me spaventa molto.

Se da una parte sento e vedo che la causa Palestinese è appoggiata da  una marea crescente della cosiddetta società civile planetaria  con cui israele dovrà prima o poi fare i conti, dall’altra mi chiedo  quanto tempo si dovrà ancora aspettare e quanto sangue si dovrà ancora versare a causa di questa informazione ingessata?

Ecco allora spiegato il titolo provocatorio. Entrare in Europa è un processo complesso che richiede una esposizione globale del paese che ne fa richiesta. In buona sostanza vuol dire che deve lavare i propri panni sporchi in pubblico. La commissione europea deve presentare rapporti regolari al consiglio europeo del paese sotto esame. Il paese deve rispettare i cosiddetti criteri di Copenaghen ed all’art 6 il trattato recita: “rispettare i principi di libertà, di democrazia, di rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, nonché dello Stato di diritto”. Insomma tutto quello che israele non fa. Purtroppo la classe politica Israeliana sa che sarebbe un Hara- Kiri e, nonostante in israele ci siano stati sondaggi favorevoli alla richiesta di entrare nell’unione europea, non c’è mai stato un politico che ne abbia mai fatto richiesta (e comunque, eccezion fatta per Cipro i paesi devono appartenere all’Europa intesa come continente). Molto più facile lavorare nel sottobosco delle commissioni parlamentari europee per fare approvare per esempio il trattato di cooperazione commerciale tra Europa ed israele.

A ben vedere credo che siano proprio i politici israeliani (e naturalmente  gli americani) i più contrari all’iniziativa: non sia mai che il mondo diventi meno cieco e meno sordo!

Gianni Lixi (Associazione Amicizia Sardegna Palestina)

In USA la Società Civile è Sempre Più Vicina ai Palestinesi

Ho scelto di  tradurre  questo articolo sia per il  contenuto (seppure  non sono cose nuove)  sia perchè ha  generato molte polemiche in USA. POLITICO, Il sito che lo ha pubblicato è un sito americano di area democratica liberale (in USA vorrebbe dire vicino alla sinistra moderata) , tra i cinque siti più visitati in America con circa 15 milioni di contatti mensili. Che un sito come quello abbia  pubblicato questo articolo ha un significato politico di indubbio interesse. Questo articolo può fare breccia sulla narrativa sionista “dell’arabo terrorista” e del “guardate quanto gli arabi ci odiano”, molto diffusa nei media americani. Le polemiche più accese sono venute da CAMERA. Il nome (che tradotto in italiano sarebbe macchina fotografica) non ha niente a che fare con la fotografia ma paradossalmente è l’acronimo per Committee for Accuracy in Middlle East Reporting in America (Comitato per una corretta informazione sulle problematiche medio orientali in America) . In buona sostanza un comitato di ebrei sionisti, il cui unico scopo è quello di discreditare e delegittimare qualsiasi mezzo di comunicazione che riporti notizie critiche nei confronti di israele. Questo comitato   ha esortato i suoi aderenti a scrivere al sito che ha pubblicato il pezzo  ed al suo direttore perché si lamentino della pubblicazione di un articolo che contesta la politica israeliana. Naturalmente non manca l’invito a spedire tweet non certo amichevoli anche a Ben Ehrenreich, autore dell’articolo.

Ben EhrenreichIn risposta a questo, lo stesso Ehrenreich il 17/06/16 ha chiesto ai suoi lettori, tramite la sua pagina faceboock, di scrivere a POLITICO per ringraziare la testata giornalistica per avergli concesso la pubblicazione del suo scritto.

Farsi prendere da facili   entusiasmi non è giusto, soprattutto nei confronti di chi ancora soffre una barbarica occupazione  a Gaza  ed in Cisgiordania. Io credo però che si  possa  dire che la pubblicazione di questo articolo su quel particolare sito  ci dice che  qualcosa si sta muovendo. La macchina della controinformazione, fatta di centinaia di associazioni in Palestina ed in tutto il mondo, che hanno a cuore i palestinesi e la loro lotta, centinaia  di giornalisti free lance, centinaia di siti dedicati a singole tematiche che ogni giorno ci aiutano a conoscere ed a capire, è ormai messa in moto e non c’è Hasbara o propaganda sionista che nonostante tutti i miliardi a disposizione, potrà spegnerla.

Un consiglio per la lettura dell’articolo. E’ un po’ lungo,  se potete stampatelo e leggetelo su carta (fronte retro su carta riciclata se è possibile) come fosse un capitolo di un libro. In effetti parte dell’articolo è preso proprio  dal suo ultimo libro appena pubblicato, The Way to the Spring: Life and Death in Palestine” by Penguin Press (14/06/16).
Ben Ehrenreich è uno scrittore e  giornalista freelance.

COME ISRAELE ALIMENTA LA VIOLENZA di Ben Ehrenreich fonte

La notizia è di quelle  purtroppo consuete , ma non per questo meno allarmante per il   brutto déjà vu : quattro israeliani uccisi nella notte di Mercoledì (08/06/16) da uomini armati palestinesi nel cuore di Tel Aviv. Il governo di Israele, il più di destra nella storia del paese, ha risposto con misure che l’ONU ha prontamente etichettato come “ punizioni collettive”: ha invaso  la Cisgiordania di militari, sigillando la Cisgiordania e Gaza, e revocando  permessi di ingresso che aveva già concesso a 83.000  palestinesi per  entrare in Israele per lavoro, per culto o per  problemi sanitari. Giovedì  il giorno dopo la sparatoria di Tel Aviv,  Ron Huldai, sindaco della città, ha trovato il coraggio di affermare l’ovvio: che la violenza persisterà fino a che non finisce l’occupazione. “Israele”- ha detto Huldai- “è forse l’unico paese al mondo, che tiene un’altra nazione sotto occupazione, senza diritti civili”. Di questi tempi una affermazione così può sembrare coraggiosa , ma anche Huldai sta minimizzando la verità. Non è solo l’occupazione militare della Palestina , che provoca tali attacchi. Da oltre Atlantico o anche dalla tranquilla Tel Aviv può essere difficile da comprendere, ma l’occupazione, come ho altre volte scritto nei resoconti che faccio dalla Cisgiordania dal 2011, funziona come un enorme meccanismo capace di creare incertezza, spoliazione  e sistematica umiliazione. Non è  solo una questione di soldati e pistole, ma una struttura di vasta portata che affligge tutti gli aspetti della vita dei palestinesi: una complessa rete di posti di blocco, mobilità negata , umilianti permessi, muri e recinzioni, tribunali e prigioni, vincoli infiniti sulle iniziative economiche, demolizioni di case, espropri di  terra, furto delle risorse naturali, e, troppo spesso, esecuzioni sommarie. Nessuna repressione preventiva ne  punizione collettiva potrà mai essere abbastanza per  porre fine al bagno di sangue a Tel Aviv o altrove. Fino a quando questo sistema oppressivo rimane in piedi, e gli Stati Uniti continuano a sostenerlo con miliardi di dollari all’anno in aiuti militari, la disperazione si diffonderà, e con essa la morte.

Due estati fa ho avuto una conversazione con un ex soldato israeliano di nome Eran Efrati (in questo link Efrati ci spiega chi è ndt.) che mi ha aiutato a  capire  come funziona l’occupazione. Ci siamo incontrati a Gerusalemme, all’inizio della  guerra a Gaza che avrebbe lasciato alla fine più di 2.000 morti palestinesi. Efrati ha da tempo lasciato l’esercito ed è diventato un attivista anti-occupazione, ma nel 2006 e nel 2007 ha trascorso molto tempo da militare  nella città di Hebron, a sud della Cisgiordania.S3-EfratiQuando è arrivato lì aveva 19 anni ed a quel tempo aveva  pochi strumenti per mettere in dubbio la presenza militare israeliana nella città. Nel  suo primo briefing, ricorda,  un ufficiale  chiede alle truppe come agirebbero se vedessero  un palestinese correre verso  un colono con un coltello. “Naturalmente la risposta è stata: devi sparargli al  centro del  corpo”, disse Efrati. Poi l’ufficiale ha posto la domanda al contrario: e se fosse stato il colono con un coltello? “La risposta è stata: non devi fare nulla. L’unica cosa  che puoi fare è chiamare la polizia, ma non ti è permesso toccarli. Fin dal primo giorno l’ordine  era, ‘non toccare i coloni.’ “Si capiva come per lui tutto avesse una logica”- disse  Efrati – “ I palestinesi erano il nemico; i  coloni per quanto sembrassero un pò folli, erano ebrei”.

Pochi giorni dopo, da tutta la Cisgiordania arrivarono migliaia di coloni per celebrare una festa religiosa. L’esercito impose  il coprifuoco per tenere i palestinesi lontano dalle strade. Il primo compito di Efrati ad  Hebron da soldato è stato quello di lanciare granate stordenti in una scuola elementare per segnalare  l’inizio del coprifuoco. “Lo feci come  tutti gli altri”, disse, “e in pochi secondi, centinaia di bambini corsero fuori. Ero in piedi all’ingresso e molti di loro mi guardavano negli occhi – è in quella occasione che per la priva volta ho accusato il colpo. Tutto ad un tratto ho capito quello che stavo facendo. Ho capito come potevo essere visto. Quel fine settimana, Efrati ricorda, i coloni hanno riempito il centro della città. Gli fu  assegnato il compito di scortare un gruppo di loro alla Tomba dei Patriarchi, un luogo sacro sia per i mussulmani che per gli ebrei , ed in cui si ritiene siano sepolti  Abramo, Isacco e Giacobbe e le loro mogli Sara, Rebecca, e Leah. Ai coloni fu concesso di entrare nel lato palestinese del sito, nella moschea. Quello che vide lo sconvolse: bambini israeliani urinavano sui pavimenti e bruciavano  i tappeti. I loro genitori erano lì, la moschea era piena di coloni, ma nessuno li fermò. Lui e un altro soldato afferrarono uno dei bambini e presero dalla sua mano l’accendino. “Iniziò ad urlare contro di noi”, disse Efrati, “gli ridemmo in faccia.” Cinque minuti più tardi, “uno dei nostri ufficiali di grado molto molto elevato venne dentro la mosche e disse, ‘Avete rubato qualcosa al ragazzo?’” Cercarono di spiegare, ma l’ufficiale ripeté la domanda “Dicemmo sì.” L’ufficiale ordinò loro di rendere l’accendino e chiedere scusa. Trovarono il bambino si scusarono e restituirono l’accendino. Il ragazzo corse dritto  nella stanza accanto, disse , e riprese a dar fuoco ai tappeti.

Le cose poi si sono fatte ancora  più strane. Efrati fu messo a capo di un checkpoint checkpoint hebronche separa la piccola zona di Hebron abitata da coloni, dalla parte più grande della città abitata dai palestinesi. Ha descritto quel lavoro come estenuante, noioso, bisognava stare  in piedi al freddo per almeno  16 ore, di solito affamati e sempre assonnati. Parte del nostro compito era umiliare i palestinesi. Gli insegnanti palestinesi  attraversavano il check point in giacca e cravatta. I soldati li facevano spogliare di fronte ai loro studenti ed  “a volte li facevamo aspettare per ore in mutande “, ha detto Efrati.

Il pretesto era quello di controllare che non avessero armi. “Non c’era nessuno di noi che pensava che qualcosa potesse accadergli “, ha detto, ma alle truppe veniva costantemente  detto dai loro superiori che tutti i palestinesi erano potenziali minacce, che chiunque li avrebbe potuti colpire  se avessero abbassato l’attenzione per un attimo. Questa prospettiva , disse Efrati , “ci ha fatto diventare molto, molto aggressivi. Gli ordini erano di spingerli   contro un muro, spogliarli e colpirli più volte con un arma li. Se dice qualcosa, colpitelo. Se si gira, colpitelo. Dovete stare attenti ad avere tutto completamente sotto controllo. ” Sono incominciati i primi sensi di colpa. Cominciò a portare dei pacchetti  di Bamba  -un popolare snack israeliano fatto con burro di arachidi –  per offrirli  ai bambini al checkpoint. bambaDopo un paio di giorni ” il ragazzino più coraggioso si avvicinò, prese un sacchetto di Bamba e corse via.” Efrati era entusiasta. Non molto tempo dopo un bambino palestinese di circa otto anni gli chiese se gli offriva  un pacchetto di Bamba. Questo bambino però non si mise a correre via. Aprì il pacchetto  e ne offrì un po ad Efrati. Si sedettero e mangiarono i chips insieme. Quando il ragazzo se ne andò, Efrati si sentì in estasi. Si sentiva in effetti  l’uomo che voleva essere, un soldato , amato per la sua gentilezza e che, allo stesso tempo, come disse, “proteggevo il mio paese da un secondo Olocausto “.

Quando tornò alla base, quella notte, gli fu ordinato di mangiare velocemente e prepararsi per un altro turno, non al posto di blocco questa volta , ma in una spedizione  di “mappatura” nella parte della città governata dall’Autorità Palestinese. Era ancora così eccitato dal successo con il Bamba che non gli importava di fare un altro turno. Il lavoro di “mappatura in fondo è semplice: ” Si va nelle case nel cuore della notte, sbatti tutti fuori di casa, fai una foto della famiglia, ed inizi a andare in giro per la casa distruggendo le cose”. Il pretesto è sempre quello di cercare le armi, “ma a noi interessava  inviare un messaggio “, disse Efrati, cioè assicurarsi che i residenti abbiano sempre ” la sensazione di essere continuamente  inseguiti. “(la frase  inglese, “sensazione di essere continuamente  inseguiti” può sembrare un pò strana,  ma in ebraico è una sola parola;  e questa parola i suoi superiori la usavano continuamente).Il suo compito era quello di redigere la mappa di ogni casa, disegnare dove erano le camere, le porte e le finestre. “Se da quella  specifica casa fosse partito un attacco terroristico,” l’esercito sarebbe stato pronto.

Quella notte, perlustrarono, misero a soqquadro  e mapparono due case nel quartiere di Abu Sneineh. Faceva freddo e nevicava. Quando ebbero finito, il sole non era ancora sorto, ed allora l’ufficiale scelse un’altra casa, apparentemente a caso. Fecero uscire la famiglia  fuori,  nella neve, entrarono in casa ed iniziarono a mettere tutto sotto sopra. Efrati aprì  la porta della camera di un bambino dove  si ricordò di aver visto un dipinto di Winnie-the-Pooh su una parete, e cominciò a fare la piantina della casa, ad un certo punto si accorse che sul letto c’era qualcuno. Un bambino, senza vestiti,  balzò fuori da sotto le coperte. Sorpreso, Efrati alzò la sua arma e mirò al bambino. Era il bambino che di pomeriggio aveva incontrato al checkpoint. “Iniziò a farsi la pipì addosso”, disse Efrati, “stavamo tremando, tutti e due stavamo tremando senza dire una parola.” Il padre del bambino,  che  scendeva le scale con un ufficiale,  vide che puntavo il fucile contro suo figlio e corse nella stanza. “Ma invece di spingermi indietro”, disse Efrati, “schiaffeggiò il bambino fino sul pavimento, lo prese a schiaffi  davanti a me e guardandomi mi disse, ‘Per favore, per favore non prendere il mio bambino. Qualunque cosa abbia fatto lo puniremo. ” Alla fine, l’ufficiale decise che il comportamento dell’uomo era sospetto, “stava nascondendo qualcosa.” Ordinò ad  Efrati di arrestarlo. “Così prendemmo il padre, gli bendammo gli occhi, ammanettammo  le mani dietro la schiena e lo mettemmo nella jeep militare.” Lo scaricammo come un sacco all’entrata della base e li “rimase seduto in mezzo alla neve per tre giorni in mutande e con una camicia tutta strappata ”. Alla fine, Efrati trovò il coraggio di chiedere al suo superiore  che cosa sarebbe accaduto al padre del ragazzo. “Non sapeva nemmeno di cosa stessi parlando”, disse  Efrati. “Cominciò a dire, ‘Quale padre?’” Efrati gli ricordò dell’uomo e l’ufficiale disse: “ah si lo puoi rilasciare . Ha imparato la lezione.”

Dopo aver tagliato le fascette di plastica che legavano i polsi dell’uomo e sciolto la benda che aveva negli occhi  lo vidi correre per la strada  in mutande ed a piedi nudi. A quel punto Efrati si rese conto che non aveva mai dato al suo comandante le mappe che aveva disegnato. Si affrettò a tornare nella stanza dell’ufficiale. “Ho fatto  davvero una cazzata”, gli disse, scusandosi per la sua negligenza. L’ufficiale, per nulla arrabbiato disse :  “Va tutto bene, non c’è problema, le mappe le puoi buttare via.” Efrati era confuso. Protestò: non era un compito vitale che avrebbe potuto  salvare la vita di altri soldati? L’ufficiale era infastidito. Disse :” avanti Efrati smettila di lamentarti. Vai via ‘ “. Ma Efrati continuava a parlare, voleva cercare di capire. Quando divenne evidente che non stava andando da nessuna parte, l’ufficiale gli disse: “Ascolta, è da quaranta anni che  ogni notte facciamo mappature delle case; tre o quattro case per notte.” La casa di quel bambino era stata mappata da lui stesso con altre unità altre due volte. Efrati si sentiva sempre più confuso. L’ufficiale provò un senso di compassione per Efrati e spiegò : “Se noi continuiamo ad irrompere  nelle loro case ed ogni volta ne arrestiamo qualcuno, li teniamo costantemente terrorizzati e  non ci attaccheranno mai . Si sentiranno sempre con il fiato sul collo”.  Questa, disse Efrati  “è stata la prima volta che ho capito che tutto quello che mi era stato detto erano delle totali stronzate”. “Da quel momento in poi non ho smesso di fare le cose che ho fatto, ho solo smesso di pensare.”

Naturalmente l’ufficiale di Efrati stava sbagliando. Se terrorizzi  la gente a lungo, alla fine perdono la loro paura. E allora sale la rabbia. Lo scorso ottobre, dopo un anno di relativa calma, giovani palestinesi hanno cominciato ad attaccare soldati israeliani, poliziotti e civili, raramente con armi o automobili, ma il più delle volte con articoli che si trovano comunemente in casa: coltelli, forbici, cacciaviti.armi palestinesi e israeliane Sono stati attacchi scoordinati ed al di fuori del controllo della leadership palestinese o delle tradizionali fazioni armate. Molti si sono verificati nella zona di Hebron, spesso in posti di blocco o di altri siti di attrito tra civili palestinesi e militari israeliani, ma anche su autobus e tram a Gerusalemme, nei supermercati e nelle strade.

Nel mese di novembre, il generale Herzl Halev, il più alto grado dell’intelligence militare di Israele, ha spiegato al gabinetto del primo ministro Benjamin Netanyahu che gli attacchi non erano attacchi ideologici. Erano, ha detto, motivati da rabbia e frustrazione e realizzati da giovani -per lo più adolescenti- che “sentivano di non aver nulla da perdere.” In realtà avevano molto da perdere, come chiunque altro, la vita che stava davanti di loro. Ma il fatto che tanti sono disposti a buttarla via, e con la loro anche quella di molti altri, testimonia la profondità della disperazione, generata dall’occupazione Israeliana.

Quando, all’inizio di questo mese, sono tornato in Israele e in Cisgiordania, la violenza sembrava che stesse scemando. Fino alla sparatoria  di mercoledì (08/06/16), nessun israeliano è stato ucciso da palestinesi dal 18 febbraio. Nello stesso periodo, le forze di sicurezza israeliane hanno ucciso 34 palestinesi, tra cui una bambina di sei anni, e il suo fratello di 10aa che sono morti per un  attacco aereo che con un missile ha colpito la loro casa nella Striscia di Gaza. I loro nomi erano Israa e Yasin Abu Khussa. Queste morti  raramente fanno notizia qui, ma per  palestinesi il loro ricordo rimane sempre vivido. Se tutto continua così, e l’occupazione va avanti, le occasioni per rattristarci non mancheranno.

La settimana in Palestina

Come leggerete, l’attività non violenta è praticamente un copia incolla della scorsa settimana. E questo è così ormai da molto tempo. E’ incredibile la costanza, la perseveranza e l’ostinazione dei palestinesi di questi villaggi (ed internazionali che si alternano) che manifestano pacificamente sapendo di andare incontro ogni settimana a botte ed intossicazioni.

Resoconto settimanale da sabato 04/06/16 a domenica 10/06/10 di IMEMC notizie fonte

 

Attività non violenta

Cominciamo il nostro resoconto  settimanale, come al solito, con le attività non violente organizzate in Cisgiordania. Questa settimana le proteste sono state organizzate nei villaggi di Bil’in, Ni’lin e Al Nabi Saleh che si trovano al centro della Cisgiordania.  Altre proteste sono state organizzate a nord della Cisgiordania, nel villaggio di Kufer Kadum. In questo villaggio le truppe israeliane hanno attaccato la consueta protesta settimanale e molti abitanti hanno avuto bisogno di cure a causa  della inalazione di gas lacrimogeni. Le truppe hanno poi preso d’assalto il villaggio e sparato gas lacrimogeni nelle case dei residenti.  I soldati israeliani hanno attaccato i manifestanti anche nei  villaggi di Bil’in e Ni’lin. L’attacco è avvenuto (come al solito ndr) non appena hanno raggiunto il cancello del muro che separa gli agricoltori locali dalle loro terre. Vicino a Ni’lin nel villaggio di Al Nabi Saleh, le truppe israeliane  hanno attaccato i manifestanti all’ingresso del paese. I soldati israeliani hanno sparato diversi colpi di proiettili di acciaio rivestiti di gomma e gas lacrimogeni sia contro i manifestanti che contro le case vicine. Anche qui molti residenti hanno subito gli effetti della  inalazione di gas lacrimogeni .

 Attività Politica

Questa settimana la Francia ha manifestato preoccupazione per  le misure che gli israeliani stanno prendendo contro i palestinesi. Intanto le fazioni palestinesi hanno invitato il Presidente Abbas a porre fine al coordinamento della sicurezza con Israele. La nota è di  Rami Al Meghari :

La Francia ha ammonito  che le attuali misure israeliane contro i palestinesi nei territori occupati, potrebbero ulteriormente complicare gli sforzi per la pace in Medio Oriente. Ha inoltre sottolineato la necessità di andare avanti con l’iniziativa  francese di organizzare  una conferenza internazionale per la pace in Medio Oriente. In precedenza aveva condannato la  sparatoria avvenuta nella città israeliana di Tel-Aviv, in cui sono stati uccisi quattro israeliani. La sparatoria all’interno di un supermercato è stata compiuta da due palestinesi di Hebron in Cisgiordania.

L’ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari nei territori palestinesi occupati, ha denunciato la decisione di Israele di annullare 83 mila permessi per i palestinesi della Cisgiordania e di Gaza, durante il mese sacro del Ramadan. L’ufficio ha descritto la decisione come una  ‘punizione collettiva “.

L’ Autorità palestinese ha condannato tutte le forme di violenza che colpiscono i civili, chiunque e ovunque. Questa dichiarazione è avvenuta in seguito alla  sparatoria di Tel-Aviv.

Nella Striscia di Gaza, il presidente del parlamento, Ahmad Bahar,  ha chiesto alla ANP  di abbandonare quello che viene definito il “ coordinamento della sicurezza” con gli occupanti israeliani, e di interrompere la campagna  di arresti di membri della resistenza palestinese. Bahar,  sulla base degli accordi precedenti fatti  a Gaza, Il Cairo e Doha, ha anche invitato il partito rivale di Fatah a lavorare per un intesa di unità nazionale, confermando la  piena adesione  del suo partito alla  realizzazione di questo progetto .

Nel frattempo, i rappresentanti di entrambi Hamas e Fatah si incontreranno la prossima settimana a Doha, per i colloqui su una possibile riconciliazione nazionale.

Per IMEMC Notizie, Rami Al Meghari da Gaza.

Cosa è successo in Cisgiordania e Gaza

Lunedi ‘, Jamal Dweikat 20 anni, è morto per le gravi  ferite subite la settimana scorsa dopo che i soldati israeliani gli hanno sparato durante un’incursione a  Nablus a nord della Cisgiordania.  Dweikat è stato sparato alla testa, e da subito le sue condizioni sono sembrate  molto gravi. Dweikat, ed un altro ferito palestinese, sono stati trasferiti in un ospedale di Nablus e poi  in un ospedale israeliano, dove è stato constatato il decesso.

Ad al-Khader, a sud di Betlemme, mercoledì mattina (08/06/16) alcuni coloni estremisti israeliani hanno invaso  terreni agricoli palestinesi. I coloni, protetti dai soldati israeliani dispiegati nella zona  hanno iniziato le provocazioni. Inoltre, fonti da media palestinesi hanno riferito che giovedì (09/06/16) dei coloni israeliani, hanno dipinto scritte razziste sui muri del villaggio palestinese di Abu Ghoush, a nord-ovest di Gerusalemme. Le scritte includevano frasi  come “Morte agli arabi” e “Articolo in vendita”.

Durante la settimana, le forze israeliane hanno condotto almeno 51 incursioni militari nelle comunità palestinesi della Cisgiordania e di Gerusalemme Est occupata. Durante queste incursioni, le truppe israeliane hanno arrestato almeno 44 civili palestinesi, tra cui 6 bambini.

Nel frattempo, il governo israeliano ha emesso un ordine di congelamento di più di 83.000 permessi che normalmente  consentono ai palestinesi di entrare nella Gerusalemme Est occupata. Il congelamento segue l’ attacco mortale a Tel Aviv nella notte di mercoledì, in cui quattro israeliani sono stati uccisi e sei sono stati feriti.

Due palestinesi sono stati arrestati sul posto, l’esercito israeliano ha anche arrestato un certo numero di palestinesi nella città di Yatta vicino a Hebron, da  dove provengono i due presunti aggressori.

Nella Striscia di Gaza questa settimana, mercoledì (08/06/16) all’alba,  le navi della marina israeliana hanno attaccato nella zona di Sudaniyya, a nord-ovest della città di Gaza , diverse  barche da pesca palestinesi,  ed hanno arrestato tre pescatori. La marina ha prima  mitragliato le barche dei pescatori, e poi li ha rapiti  per portarli al porto di Ashdod .

Lunedi (06/06/16), bulldozer militari israeliani sono penetrati nella Striscia di Gaza a est della barriera di confine. Testimoni oculari  hanno dichiarato che cinque bulldozer D9 israeliani, sono entrati  per  50 metri in terre palestinesi. I  bulldozer israeliani sconfinano  ripetutamente in queste aree in violazione degli accordi del Cairo del 2014, che sono seguiti all’ offensiva israeliana di quell’estate.

(Ndt: lo sconfinamento costante  dentro Gaza da parte israeliana ha lo scopo di aumentare la buffer zone a scapito delle terre palestinesi)

Per IMEMC notizie  George Rishmawi.

E questo è tutto per questa settimana.

Chi sono i terroristi

premier israeliani5Begin, Shamir, Sharon, Barak, Rabin hanno in comune due cose: sono terroristi e sono stati presidenti del governo israeliano. Sono terroristi non pentiti. Al più hanno goffamente tentato di negare l’evidenza storica, come i negazionisti che negano la shoà.  Del fascista Netanyahu e delle sue nefandezze non è neppure il caso di parlarne; ne è piena la cronaca. Basta aprire i giornali e leggere (purtroppo più avanti  dovrò invece riparlarne). Torniamo al titolo iniziale. Chi sono i terroristi.

Se si prendono diversi dizionari e si cerca la parola terrorista la definizione è più o meno simile: appartenente ad un gruppo che utilizza il terrorismo  per destabilizzare un regime od un governo. La cosa si fa più interessante se si cerca la parola terrorismo. Il dizionario Treccani recita: terrorismo, uso di violenza illegittima per destabilizzare ecc… Cioè sembra che l’uso della violenza legittima non sia da considerare terrorismo.  Ora torniamo ai presidenti del consiglio terroristi.

Begin , premio nobel per la pace, è colui che ha pianificato l’attentato terroristico all’Hotel King David ed il massacro di Deir Yassin. 91 morti il primo e più di  100 (ma secondo alcuni più di 250) il secondo. Motivo: cercare di conquistare una terra popolata da altre persone.

Shamir è responsabile degli attentati che hanno causato la morte del britannico Lord Moyne  e dello svedese Folke Bernadotte (che volevano una più equa distribuzione delle terra popolata in maggioranza da palestinesi), ed è stato attivamente coinvolto anche nel massacro di Deir Yassin. Motivo: cercare di conquistare una terra popolata da altre persone.

Sharon è direttamente responsabile del massacro di Qibya ed è responsabile del massacro di Sabra e Shatila. 70 civili il primo e più di 3000 il secondo. Motivo: cercare di conquistare una terra popolata da altre persone.

Barak si è travestito da donna in un raid  in Libano da lui organizzato contro i palestinesi, dove morirono 5 persone. Motivo: cercare di conquistare una terra popolata da altre persone.

Ytzhak Rabin, altro premio nobel per la pace…scusate…, qui mi fermo un attimo. Non che dia molta credibilità ai premi nobel, ma è possibile che un paese tra i più militarizzati del pianeta, condannato più e più volte da organizzazioni internazionali  per crimini contro l’umanità,  comandato da terroristi, sia anche quello che ha espresso più presidenti del consiglio premi nobel per la pace? Si, ovviamente  è possibile, basta infiltrare le commissioni svedesi di sionisti. Rabin, dicevo, ha dato ordine di eseguire la pulizia etnica di 2 città, Lydda e Ramla. In questa operazione  hanno perso la vita a causa di stenti più di 400 palestinesi.

Netanyahu ha fatto massacrare in un mese più di 500 bambini e più di 1700 adulti. Motivo: cercare di conquistare una terra popolata da altre persone.media israeliani

Mohammad Ahmad Mahamra è uno dei due attentatori palestinesi che ha recentemente causato la morte di 4 persone a Tel Aviv. Motivo: opporsi alla conquista della propria terra da parte di una forza occupante.

Ansar Hussam Harasha è stata uccisa in un checkpoint a Tulkarem perché avrebbe tentato di accoltellare un soldato. Motivo: opporsi alla conquista della propria terra da parte di una forza occupante.

Maram Salih Hassan Abu Ismail è stata uccisa al checkpoint di Qalandiya vicino a Ramallah insieme a suo fratello Ibrahim Abu Ismail perché avrebbero tentato un attacco per accoltellare un soldato. Motivo: opporsi alla conquista della propria terra da parte di una forza occupante.sparato

Ameer Fuad Al-Junaidi è stato ucciso insieme al suo amico Qasem Farid Jaber perché hanno aperto il fuoco in prossimità di una fermata di Bus vicino insediamento di Kiryat Arba  nei pressi di Hebron. Motivo: opporsi alla conquista della propria terra da parte di una forza occupante.

Yousef Mustafa Tarayra è stato ucciso ad Hebron dopo che la sua auto ha speronato un veicolo militare. Motivo: opporsi alla conquista della propria terra da parte di una forza occupante.

Possiamo anche lasciar perdere il pronunciamento di molte organizzazioni internazionali che si sono espresse per il diritto alla resistenza da parte del popolo occupato. Vorrei invece ritornare alla definizione della Treccani. Quale violenza è da considerarsi illegittima ; quella che si esercita per occupare la terra altrui o quella che si esercita per resistere alla occupazione della propria terra?

Gianni Lixi Associazione Amicizia Sardegna Palestina

La settimana in Palestina

Questa è la traduzione del resoconto settimanale curato dall’IMEMC (International Middle East Media Center). La settimana va dal sabato al venerdì quindi questa va da sabato 28 maggio a venerdì 3 giugno. Per non incorrere in confusioni temporali ho aggiunto  a fianco del giorno di cui si parla la data che non compare nel report originale.  Buona lettura  Il link è http://imemc.org/article/this-week-in-palestine-week-22-2016/?utm_source=dlvr.it&utm_medium=twitter e si può ascoltare su soundcloud al  https://soundcloud.com/ghassan-bannoura/this-week-in-palestine-week-22-2016

 L’attività non violenta
Cominciamo il nostro resoconto settimanale  come al solito con le attività non violente organizzate in Cisgiordania (West Bank). Venerdì (03/06/16) soldati israeliani hanno attaccato la manifestazione  settimanale pacifica nel villaggio di Al Nabi Saleh al centro della Cisgiordania . Molti residenti e i loro sostenitori sia internazionali che israeliani sono ricorsi a trattamenti medici  per gli effetti di inalazione di gas lacrimogeni. Le truppe hanno attaccato la protesta all’ingresso del paese con proiettili veri, gas lacrimogeni e proiettili di acciaio ricoperti di gomma. Successivamente  hanno fatto irruzione e sparato gas lacrimogeni contro le  case dei residenti, ed anche molti abitanti sono stati trattati per gli effetti di inalazione di gas lacrimogeni.

Nei vicini  villaggi di Bil’in e Ni’lin, non appena i manifestanti hanno raggiunto il cancello del muro che separa gli agricoltori locali dalle loro terre i soldati  hanno attaccato i manifestanti. Anche qui molti manifestanti hanno subito gli effetti dei gas lacrimogeni e sono stati trattati dai medici locali. A Bil’in alcuni alberi di ulivo hanno preso fuoco in seguito ai  lacrimogeni sparati dalle truppe israeliane.

Nel nord della Cisgiordania nel villaggio di Kufr Ka Dum nello stesso momento  molti civili sono ricorsi a trattamenti medici sempre per gli effetti di inalazione di gas lacrimogeni sparati dalle truppe israeliane che hanno attaccato la protesta settimanale organizzata dagli abitanti del villaggio .

Sempre venerdì (03/06/16), a Betlemme, almeno 400 attivisti palestinesi ed israeliani hanno marciato sulla road 60, la strada dei coloni, contro l’occupazione israeliana e la violenza che questa comporta. La protesta è stata organizzata da  movimento Combattenti per la Pace (un gruppo non violento dove militano palestinesi ed israeliani ndt) . Si sono uniti alla protesta anche parlamentari israeliani di sinistra.

 

L’attività politica
Venerdì scorso (03/06/16)  si è aperta a Parigi  la conferenza internazionale voluta dalla Francia con la partecipazione dei principali attori internazionali, tra cui Washington, Unione Europea ed altri paesi arabi, tra cui l’Egitto, la Giordania e l’Arabia Saudita. La Francia sostiene che la conferenza è un tentativo di far superare  la fase di stallo  in Medio Oriente e dovrebbe favorire la ripresa dei negoziati tra israeliani e palestinesi.

Sia Israele che la Palestina non hanno preso parte alla conferenza. Israele aveva in precedenza rifiutato  gli accordi di pace francesi  dicendo che il solo modo per rilanciare la pace sono  i negoziati incondizionati ed  unilaterali con i palestinesi.

L’Autorità palestinese ha approvato  la conferenza, ma  una serie di fazioni politiche palestinesi, compresa la Jihad islamica, Hamas, Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina, ha respinto la conferenza. Le fazioni sostengono che far rivivere i negoziati di pace sulla base di  iniziative futili, metterebbe a repentaglio i diritti legittimi basilari dei palestinesi , tra cui il diritto al ritorno alla Palestina storica.

L’ Unione europea intanto avverte che gli accordi di pace di Oslo del 1993, sono al  collasso, a meno che non vi si un  genuino intervento dei principali attori internazionali.

 

Cosa è successo in Cisgiordania e Gaza
Questa settimana i soldati israeliani hanno ucciso una donna palestinese ad un posto di blocco della Cisgiordania,  la marina militare di Israele ha aumentato gli attacchi contro i pescatori a Gaza. Corrispondenza di Ghassan Bannoura di IMEMC :

Giovedi (02/06/16) scorso  Ansar Harsha di 25 aa,  è stata uccisa dai soldati Israeliani ad un posto di blocco vicino a Tulkarem nel nord della Cisgiordania .Israeli security forces inspect the scene of a stabbing attack at a checkpoint near the West Bank city of Tulkarem on June 2, 2016 L’esercito israeliano ha affermato che la donna uccisa “ha tentato di pugnalare un soldato,” prima che venisse colpita e ferita gravemente (da altra fonte IMEMC si apprende che i soldati non hanno permesso che venisse soccorsa) . Un testimone oculare ha detto ai media locali che un ufficiale dell’esercito ha aperto il fuoco sulla donna  mentre lei era a più di tre metri dai soldati. L’esercito israeliano ha detto che tra i suoi soldati non ci sono stati feriti.

Inoltre, l’esercito israeliano ha  invaso  Venerdì(03/06/16)  all’alba, la città del nord di Nablus, ci sono stati scontri con molti giovani locali. Negli scontri  i soldati hanno ferito   due palestinesi con munizioni vere, ed uno di loro è stato colpito alla testa ed è in pericolo di vita. In un’altra invasione, a Qalqilya, nel nord della Cisgiordania occupata, i soldati israeliani hanno sparato e ferito, Martedì notte (31/05/16), due palestinesi.

Durante le incursioni delle truppe israeliane nelle comunità della Cisgiordania  e di Gerusalemme occupata questa settimana sono stati rapiti  almeno 99 palestinesi. Tra i rapiti c’erano 19 bambini.

Martedì (31/05/16), nella Striscia di Gaza un pescatore è stato colpito e ferito dal fuoco della marina israeliana. Altri quattro sono stati rapiti dopo che le navi militari li hanno attaccati in acque territoriali di Gaza, vicino alla costa nella zona di Wadi Gaza a sud-ovest della città di Gaza. Sempre  Martedì(31/05/16),  ed anche  Giovedi (02/06/16) sono stati segnalati altri attacchi della marina israeliana costringendo i pescatori a tornare a riva. Gli attacchi si sono intensificati dopo che Israele, in modo unilaterale, ha ridotto la zona di pesca nelle acque territoriali di Gaza a soli sei miglia nautiche. Questo  in tutte le acque di Gaza, dal nord sino alle zone meridionali della regione costiera. Nel marzo scorso  Israele aveva deciso  di aumentare a nove miglia nautiche  la zona di pesca nell’area che si estende dalla zona umida della Gaza Valley verso  la parte più meridionale della regione costiera,  ma ha mantenuto la zona nel nord di Gaza a sei miglia nautiche.

Sempre a Gaza Domenica(29/05/16), Martedì (31/05/16),  e Mercoledì (01/06/16), i soldati israeliani di stanza vicino ai confini meridionali e settentrionali della regione costiera hanno aperto il fuoco contro contadini palestinesi costringendoli a lasciare i loro campi.

Questo è tutto per questa settimana.

La statua di Mandela a Ramallha: foglia di fico dell’Autorità Nazionale Palestinese

Questo articolo l’ho tradotto da MEMO Middle East Monitor del 3 maggio 2016. Come vedete è uscito con un titolo diverso ed è stato scritto da  Ramzy  Baroud. Buona lettura
Gianni Lixi (Associazione Amicizia Sardegna Palestina)

Lo Spirito di Nelson Mandela in Palestina: è la sua vera eredità quella che  viene proclamata?

Quando ho saputo che in Palestina hanno eretto una statua di Nelson Mandela, l’icona dell’ anti apartheid sudafricana, ho avuto dei sentimenti contrastanti. Da un lato, mi ha fatto molto piacere sapere  che il rapporto  tra le lotte dei palestinesi e quelle dei sudafricani è ancora molto forte. Dall’altro,  temo  che i ricchi e corrotti palestinesi di  Ramallah stiano utilizzando l’immagine di Mandela per acquisire un capitale politico di cui hanno tremendamente bisogno.

La statua di bronzo di sei metri si trova ora in piazza Nelson Mandela, nel quartiere di Al-Tireh a Ramallah, dove ha sede il quartier generale dell’Autorità Nazionale Palestinese. La ANP è nota per la endemica corruzione della sua classe politica e finanziaria. In un certo senso, la sua sopravvivenza è essenziale sia per la ricca classe politica palestinese sia per l’occupazione militare israeliana.

E’ stato quindi abbastanza sconsolante assistere alla parodia teatrale in cui  l’artista principale,  il presidente della  ANP Mahmoud Abbas, che governa con un mandato scaduto da molto tempo, scopriva  la statua in una cerimonia in cui erano presenti  suoi ministri e diplomatici stranieri.

La statua è stata un dono della città di Johannesburg, ed il suo costo di 6 milioni di Rand (circa €348.000 ndt) è stato pagato dalla municipalità di quella città. Città  la cui solidarietà con la Palestina è intrecciata  in una lunga storia di lacrime , sangue, toccanti  grida di dolore e di libertà.  Cosa che rende il dono ancora più gradito.

Ma il Mandela che ora si trova eretto a Ramallah è stato inserito nel quartiere che incorpora lo spirito del tempo di questa città, il quartiere più ricco e radioso che fa mostra  di enormi ville in pietra bianca e auto di lusso. Avrebbe avuto un significato più profondo se la statua fosse stata eretta nel centro di Gaza, città che sta tuttora resistendo ad un  genocidio;  nel cuore di Jenin, una città nota per la sua audacia nonostante le sue scarse risorse; ad Al-Khalil, a Nablus o a Khan Younis. Vedere invece ricchi funzionari e uomini d’affari in stato di eccitazione che si affannavano a guadagnare un posto davanti alle tante telecamere palestinesi, ha spogliato l’evento del suo speciale significato.

E’ strano  ma non è solo la statua di Nelson Mandela a Ramallah che mi lascia inquieto ma anche quella  di  Sandton City a Johannesburg. Ho visitato il posto più di una volta, e nonostante la mia immensa ammirazione per Mandela, non è riuscito ad emozionarmi.

L’inserimento della statua di Mandela in un’area commerciale della città mi è sembrato un tentativo di ridefinire Mandela per quello che non era: da leader popolare  e da ex prigioniero con  orgogliosi legami con il  Partito Comunista ad un’icona senza energia , una  figura sfocata senza radici radicali.

Ancora peggio: è stato reclamizzato  come una qualsiasi merce all’interno di un incerto mercato neoliberista, in cui tutto è in vendita e dei valori rivoluzionari non c’è traccia. Il sito di Sandton City così descrive la piazza:“è la sede di alcuni dei migliori ristoranti del Sud Africa, esclusivi ed alla moda, una piazza in stile europeo: Nelson Mandela Square ,raffinata ed elegante, glamour ed alla moda, il tutto sotto il sole africano”.

Insomma il Mandela che è propagandato da alcuni in Sud Africa, e dai  loro simili in Palestina, è fondamentalmente diverso dal Mandela che molti di noi conoscevano. L’uomo deceduto il 5 dicembre 2013 ha evidentemente lasciato due eredità, quella celebrata nei campi profughi palestinesi e nelle baraccopoli del Sud Africa, e quella che viene venduta  al turista culturalmente sofisticato ed alla classe corrotta di Ramallah.

Vivendo con la mia famiglia a Gaza in un campo profughi in rovina sotto occupazione militare e la costante minaccia di violenza, Il nome ‘Nelson Mandela’ è sempre stato per noi un punto fermo  . Ogni volta che sentivamo il suo nome nei telegiornali ci precitavamo davanti al televisore. I nostri migliori giovani militanti sono stati inseguiti, picchiati, arrestati e fucilati solo perché tentavano  di scrivere il suo nome sui muri decadenti delle nostre umili abitazioni.

Questo è stato il Mandela che conoscevo, ed è lui che la maggior parte dei palestinesi ricorda con adorazione e rispetto. Quello in piedi a Ramallah, esposto da quei palestinesi che con orgoglio parlano di condurre con Israele un’azione coordinata per la sicurezza – dando congiuntamente  un giro di vite alla  resistenza palestinese – è un Mandela completamente diverso.

E’ un diverso Mandela perché Abbas e la sua autorità non incarnano neanche lontanamente lo spirito del Mandela  combattente per la libertà, il prigioniero capace di sfidare, il leader unificante, l’animatore del movimento di boicottaggio.

In realtà, la leadership palestinese, così come è rappresentata nel governo non eletto di Abbas a Ramallah, deve ancora riconoscere il movimento nato dalla  società civile palestinese per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), a sua volta generato dal  movimento di boicottaggio del Sud Africa.

Invece  l’ANP di Abbas ha sprecato più di 20 anni in negoziati inutili e senza senso , collaborando con Israele, dividendo la società palestinese  della  West Bank e lavorando attivamente  alla repressione della resistenza palestinese.

Con la sua popolarità sempre più in discesa  tra i palestinesi, Abbas si arrabatta disperatamente alla ricerca di vittorie che appaiono vuote , e insiste nel  presentarsi come leader di liberazione nazionale, nonostante tutto il suo modo di fare  provi il contrario.

Ma il legame tra il Sudafrica e la Palestina è molto più grande di una foto fatta  a Ramallah insieme a uomini eleganti che si ripetono in bugiardi cliché  sulla pace e sulla libertà. Oserei dire che è un legame più grande dello stesso Mandela , a prescindere da quale delle due eredità scegliamo per ricordarlo. Si tratta di un legame  che è stato consacrato dal sangue dei poveri e degli innocenti e dalla lotta tenace di milioni di africani neri o di pelle scura e da arabi palestinesi.

Io questo ho avuto la fortuna di poterlo constatare di persona. Pochi anni fa nel mio ultimo giro di conferenze in Sud Africa , sono stato avvicinato da due uomini sudafricani. Sembravano particolarmente grati per ragioni che inizialmente mi sfuggivano. “Vogliamo ringraziarvi molto per il vostro sostegno alla nostra lotta contro l’apartheid,” disse uno dei due con sincera franchezza e con un’emozione palpabile. In effetti era più che comprensibile. I palestinesi hanno visto la lotta dei loro fratelli neri come la loro lotta. I due uomini però non parlavano di sentimentalismi. Mentre il governo israeliano, i militari e l’intelligence sostenevano il governo dell’apartheid in molti modi, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) addestrava ed equipaggiava i  combattenti dell’ANC (African National Congress ndt). Cuba e altri hanno fatto lo stesso, ma mi riempiva di orgoglio pensare che mentre i palestinesi stessi erano impegnati in una estenuante lotta, la leadership palestinese di allora  ha avuto la  coscienza politica di offrire solidarietà ad una nazione in lotta per la sua libertà.

Quegli uomini mi hanno detto che anche dopo tutti questi anni tenevano ancora in bella evidenza le uniformi fornitegli dalla PLO (Palestine Liberation Organization). Ci abbracciammo e ci separammo, ma con il tempo mi sono reso conto che l’attuale lotta contro l’apartheid in Palestina non è solo simile a quella del Sud Africa. Entrambi le lotte sono estensione dello stesso movimento, la stessa lotta per la libertà ed in effetti  contro lo stesso nemico.

Quando Nelson Mandela disse: “Sappiamo fin troppo bene che la nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi”, non cercava di fare il  diplomatico con noi o di essere cordiale. Egli credeva veramente ad ogni singola parola di quella frase.

Speriamo che un giorno  una statua di Mandela, quello che rappresenta lo spirito della Resistenza in Palestina, si levi in alto tra le persone che hanno sostenuto la sua  causa e che lo hanno amato di più.

Dr Ramzy Baroud scrive su questioni Medio Orientali da più di  20 anni. E’ un giornalista internazionale, un consulente di media ed  autore di diversi libri ed il fondatore della Palestine Chronicle.com. Tra i suoi libri “Searching Jenin”, “The Second Palestinian Intifada” ed il suo ultimo “My Father Was a Freedom Fighter: Gaza’s Untold Story”. Il suo sito è http://www.ramzybaroud.net.