Voglio Israele in Europa

Sono davanti ad un banchetto della PSC (Palestina Solidarity Capaign) a Cambridge. Un banchetto come quelli dell’associazione Sardegna Palestina. Una signora, mentre prendo materiale mi accosta e mi dice: perché il mondo è così cieco e sordo? Già … perché?

Dico subito che non citerò fonti o metterò link di riferimento per tutti gli episodi di infamità israeliana che elencherò.  Ne e’ pieno il web. Dalle più piccole agenzie di stampa alle più grosse, anche israeliane , sino alle organizzazioni ufficiali tipo ONU; UE; ICJ (corte internazionale di giustizia). Queste ultime molto care a chi ha bisogno di dati acclarati da indagini sicure ed inconfutabili. Indagini sicure ed inconfutabili che però sono rese sempre molto difficili da israele e che hanno il grande difetto di arrivare a bocce ferme quando l’ondata di sdegno popolare si è placata ed israele è già riuscita ad annacquare tutto. Insomma sono stufo di dover continuamente giustificare con fonti quello che è sotto gli occhi di tutti. Se qualcuno ha ancora bisogno di questo se le vada  a cercare lui le fonti!

Torniamo al perché. Perché non basta che una giovane famiglia sia annientata dall’incendio della propria abitazione appiccato dai settler coperti dall’esercito Israeliano con  il conseguente processo farsa. Perché non bastano le esecuzioni sommarie su feriti inermi e sanguinanti a terra. Perché non bastano le gambizzazioni mirate : ”non  si devono fare martiri ma handicappati”. Perché non basta che gli insegnanti di una scuola vengano fatti denudare ad un ceck point subendo l’umiliazione davanti ai loro allievi. Perché non basta che gli israeliani radano al suolo case palestinesi nel rispetto di una legge che i palestinesi non hanno potuto votare. Perché non bastano i raid notturni nelle case palestinesi mettendo a soqquadro tutto e terrorizzando i bambini con il solo scopo di farli vivere nel terrore. Perché non basta assetare un terra ed i suoi abitanti con il furto continuo dell’acqua. Perché non basta che un bambino che ha la scuola ad 1 Km da casa ci debba metter più di 2 ore per arrivarci. Perché non basta che un malato o una donna in travaglio debba aspettare ore ed ore in ambulanza ad un check point. Perché non basta che israele ha uno dei più alti numeri di prigionieri “politici” al mondo. Perché non basta che israele ha il più grande numero di prigionieri bambini del mondo. Perché non basta che istituzioni internazionali  hanno riconosciuto che questi bambini subiscono torture. Perché non basta che in un mese 500 bambini palestinesi sono stati  ammazzati. Perché non basta che in acque palestinesi si spari sui  pescatori e si sequestrino le loro barche. Perché non basta che, in acque internazionali,  si ammazzino 9 attivisti internazionali che viaggiano su una nave che porta derrate a Gaza. Perché non basta che buldozer dell’esercito israeliano uccidano Rachel Corrie che si oppone alla demolizione di una casa. Perché non basta che Vittorio Arrigoni sia stato ucciso da componenti di una cellula salafita, infiltrata dal mossad, nata dal nulla poco tempo prima del suo assassinio. Perché non basta…..

La risposta è sempre la stessa: gli Usa. Naturalmente la risposta è scontata ma non è completa. Non si discutono gli interessi militari (e di conseguenza economici) degli americani in israele. Israele  è la più grande  portaerei americana situata in una delle zone più strategiche del mondo: il mediterraneo .  Ma questo non spiega il meccanismo che ci fa arrivare alla sordità ed alla cecità del mondo di cui mi parlava la signora.  Il meccanismo è ben confezionato e molto scivoloso. Giornali e reti televisive hanno in tutte le redazioni o nei consigli di amministrazione, in varia misura a seconda delle testate , la presenza di israeliani che fanno passare le notizie che vogliono, come vogliono. Quando dico tutte intendo proprio tutte. Ed è scivoloso proprio per questo, perché anche la dove non te lo aspetti ci sono. Un famoso giornalista inglese, Jonathan Cook, autore di diversi libri sulla Palestina, che vive a Nazareth e ha scritto per molti giornali tra cui il Guardian , ha anche scritto un interessante opuscolo intitolato “Publish it not!”, scaricabile dal web. In questo piccolo volumetto Cook  spiega la strategia di israele nel manovrare la stampa cosidetta liberal. Cita molti esempi di come proprio nel Guardian, giornale generalmente inteso come  filo palestinese, la presenza in posti strategici anche di un solo filo israeliano possa influenzare il risultato della pubblicazione  di un articolo.  Intervenire sui tempi di pubblicazione,  sul titolo, sulla correzione di alcuni aggettivi, tutto per spuntare la forza dell’articolo e l’impatto sull’opinione pubblica.  Fa forse più danno un articolo pro Palestina, edulcorato, fuori dai tempi  giornalistici , poco incisivo  ed annacquato, che un articolo dichiaratamente pro israele.  Altro esempio è quello della BBC,  già condannata in più di una occasione da una commissione deontologica interna per malpractice rispetto a notizie riguardanti la Palestina. Queste condanne hanno un valore puramente formale, nessuno ne sa mai niente perché non vengono pubblicizzate ed i filo israeliani se la ridono. Ormai il danno è fatto e loro continuano ad influenzare l’informazione a loro piacimento. Questo a me spaventa molto.

Se da una parte sento e vedo che la causa Palestinese è appoggiata da  una marea crescente della cosiddetta società civile planetaria  con cui israele dovrà prima o poi fare i conti, dall’altra mi chiedo  quanto tempo si dovrà ancora aspettare e quanto sangue si dovrà ancora versare a causa di questa informazione ingessata?

Ecco allora spiegato il titolo provocatorio. Entrare in Europa è un processo complesso che richiede una esposizione globale del paese che ne fa richiesta. In buona sostanza vuol dire che deve lavare i propri panni sporchi in pubblico. La commissione europea deve presentare rapporti regolari al consiglio europeo del paese sotto esame. Il paese deve rispettare i cosiddetti criteri di Copenaghen ed all’art 6 il trattato recita: “rispettare i principi di libertà, di democrazia, di rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, nonché dello Stato di diritto”. Insomma tutto quello che israele non fa. Purtroppo la classe politica Israeliana sa che sarebbe un Hara- Kiri e, nonostante in israele ci siano stati sondaggi favorevoli alla richiesta di entrare nell’unione europea, non c’è mai stato un politico che ne abbia mai fatto richiesta (e comunque, eccezion fatta per Cipro i paesi devono appartenere all’Europa intesa come continente). Molto più facile lavorare nel sottobosco delle commissioni parlamentari europee per fare approvare per esempio il trattato di cooperazione commerciale tra Europa ed israele.

A ben vedere credo che siano proprio i politici israeliani (e naturalmente  gli americani) i più contrari all’iniziativa: non sia mai che il mondo diventi meno cieco e meno sordo!

Gianni Lixi (Associazione Amicizia Sardegna Palestina)

In USA la Società Civile è Sempre Più Vicina ai Palestinesi

Ho scelto di  tradurre  questo articolo sia per il  contenuto (seppure  non sono cose nuove)  sia perchè ha  generato molte polemiche in USA. POLITICO, Il sito che lo ha pubblicato è un sito americano di area democratica liberale (in USA vorrebbe dire vicino alla sinistra moderata) , tra i cinque siti più visitati in America con circa 15 milioni di contatti mensili. Che un sito come quello abbia  pubblicato questo articolo ha un significato politico di indubbio interesse. Questo articolo può fare breccia sulla narrativa sionista “dell’arabo terrorista” e del “guardate quanto gli arabi ci odiano”, molto diffusa nei media americani. Le polemiche più accese sono venute da CAMERA. Il nome (che tradotto in italiano sarebbe macchina fotografica) non ha niente a che fare con la fotografia ma paradossalmente è l’acronimo per Committee for Accuracy in Middlle East Reporting in America (Comitato per una corretta informazione sulle problematiche medio orientali in America) . In buona sostanza un comitato di ebrei sionisti, il cui unico scopo è quello di discreditare e delegittimare qualsiasi mezzo di comunicazione che riporti notizie critiche nei confronti di israele. Questo comitato   ha esortato i suoi aderenti a scrivere al sito che ha pubblicato il pezzo  ed al suo direttore perché si lamentino della pubblicazione di un articolo che contesta la politica israeliana. Naturalmente non manca l’invito a spedire tweet non certo amichevoli anche a Ben Ehrenreich, autore dell’articolo.

Ben EhrenreichIn risposta a questo, lo stesso Ehrenreich il 17/06/16 ha chiesto ai suoi lettori, tramite la sua pagina faceboock, di scrivere a POLITICO per ringraziare la testata giornalistica per avergli concesso la pubblicazione del suo scritto.

Farsi prendere da facili   entusiasmi non è giusto, soprattutto nei confronti di chi ancora soffre una barbarica occupazione  a Gaza  ed in Cisgiordania. Io credo però che si  possa  dire che la pubblicazione di questo articolo su quel particolare sito  ci dice che  qualcosa si sta muovendo. La macchina della controinformazione, fatta di centinaia di associazioni in Palestina ed in tutto il mondo, che hanno a cuore i palestinesi e la loro lotta, centinaia  di giornalisti free lance, centinaia di siti dedicati a singole tematiche che ogni giorno ci aiutano a conoscere ed a capire, è ormai messa in moto e non c’è Hasbara o propaganda sionista che nonostante tutti i miliardi a disposizione, potrà spegnerla.

Un consiglio per la lettura dell’articolo. E’ un po’ lungo,  se potete stampatelo e leggetelo su carta (fronte retro su carta riciclata se è possibile) come fosse un capitolo di un libro. In effetti parte dell’articolo è preso proprio  dal suo ultimo libro appena pubblicato, The Way to the Spring: Life and Death in Palestine” by Penguin Press (14/06/16).
Ben Ehrenreich è uno scrittore e  giornalista freelance.

COME ISRAELE ALIMENTA LA VIOLENZA di Ben Ehrenreich fonte

La notizia è di quelle  purtroppo consuete , ma non per questo meno allarmante per il   brutto déjà vu : quattro israeliani uccisi nella notte di Mercoledì (08/06/16) da uomini armati palestinesi nel cuore di Tel Aviv. Il governo di Israele, il più di destra nella storia del paese, ha risposto con misure che l’ONU ha prontamente etichettato come “ punizioni collettive”: ha invaso  la Cisgiordania di militari, sigillando la Cisgiordania e Gaza, e revocando  permessi di ingresso che aveva già concesso a 83.000  palestinesi per  entrare in Israele per lavoro, per culto o per  problemi sanitari. Giovedì  il giorno dopo la sparatoria di Tel Aviv,  Ron Huldai, sindaco della città, ha trovato il coraggio di affermare l’ovvio: che la violenza persisterà fino a che non finisce l’occupazione. “Israele”- ha detto Huldai- “è forse l’unico paese al mondo, che tiene un’altra nazione sotto occupazione, senza diritti civili”. Di questi tempi una affermazione così può sembrare coraggiosa , ma anche Huldai sta minimizzando la verità. Non è solo l’occupazione militare della Palestina , che provoca tali attacchi. Da oltre Atlantico o anche dalla tranquilla Tel Aviv può essere difficile da comprendere, ma l’occupazione, come ho altre volte scritto nei resoconti che faccio dalla Cisgiordania dal 2011, funziona come un enorme meccanismo capace di creare incertezza, spoliazione  e sistematica umiliazione. Non è  solo una questione di soldati e pistole, ma una struttura di vasta portata che affligge tutti gli aspetti della vita dei palestinesi: una complessa rete di posti di blocco, mobilità negata , umilianti permessi, muri e recinzioni, tribunali e prigioni, vincoli infiniti sulle iniziative economiche, demolizioni di case, espropri di  terra, furto delle risorse naturali, e, troppo spesso, esecuzioni sommarie. Nessuna repressione preventiva ne  punizione collettiva potrà mai essere abbastanza per  porre fine al bagno di sangue a Tel Aviv o altrove. Fino a quando questo sistema oppressivo rimane in piedi, e gli Stati Uniti continuano a sostenerlo con miliardi di dollari all’anno in aiuti militari, la disperazione si diffonderà, e con essa la morte.

Due estati fa ho avuto una conversazione con un ex soldato israeliano di nome Eran Efrati (in questo link Efrati ci spiega chi è ndt.) che mi ha aiutato a  capire  come funziona l’occupazione. Ci siamo incontrati a Gerusalemme, all’inizio della  guerra a Gaza che avrebbe lasciato alla fine più di 2.000 morti palestinesi. Efrati ha da tempo lasciato l’esercito ed è diventato un attivista anti-occupazione, ma nel 2006 e nel 2007 ha trascorso molto tempo da militare  nella città di Hebron, a sud della Cisgiordania.S3-EfratiQuando è arrivato lì aveva 19 anni ed a quel tempo aveva  pochi strumenti per mettere in dubbio la presenza militare israeliana nella città. Nel  suo primo briefing, ricorda,  un ufficiale  chiede alle truppe come agirebbero se vedessero  un palestinese correre verso  un colono con un coltello. “Naturalmente la risposta è stata: devi sparargli al  centro del  corpo”, disse Efrati. Poi l’ufficiale ha posto la domanda al contrario: e se fosse stato il colono con un coltello? “La risposta è stata: non devi fare nulla. L’unica cosa  che puoi fare è chiamare la polizia, ma non ti è permesso toccarli. Fin dal primo giorno l’ordine  era, ‘non toccare i coloni.’ “Si capiva come per lui tutto avesse una logica”- disse  Efrati – “ I palestinesi erano il nemico; i  coloni per quanto sembrassero un pò folli, erano ebrei”.

Pochi giorni dopo, da tutta la Cisgiordania arrivarono migliaia di coloni per celebrare una festa religiosa. L’esercito impose  il coprifuoco per tenere i palestinesi lontano dalle strade. Il primo compito di Efrati ad  Hebron da soldato è stato quello di lanciare granate stordenti in una scuola elementare per segnalare  l’inizio del coprifuoco. “Lo feci come  tutti gli altri”, disse, “e in pochi secondi, centinaia di bambini corsero fuori. Ero in piedi all’ingresso e molti di loro mi guardavano negli occhi – è in quella occasione che per la priva volta ho accusato il colpo. Tutto ad un tratto ho capito quello che stavo facendo. Ho capito come potevo essere visto. Quel fine settimana, Efrati ricorda, i coloni hanno riempito il centro della città. Gli fu  assegnato il compito di scortare un gruppo di loro alla Tomba dei Patriarchi, un luogo sacro sia per i mussulmani che per gli ebrei , ed in cui si ritiene siano sepolti  Abramo, Isacco e Giacobbe e le loro mogli Sara, Rebecca, e Leah. Ai coloni fu concesso di entrare nel lato palestinese del sito, nella moschea. Quello che vide lo sconvolse: bambini israeliani urinavano sui pavimenti e bruciavano  i tappeti. I loro genitori erano lì, la moschea era piena di coloni, ma nessuno li fermò. Lui e un altro soldato afferrarono uno dei bambini e presero dalla sua mano l’accendino. “Iniziò ad urlare contro di noi”, disse Efrati, “gli ridemmo in faccia.” Cinque minuti più tardi, “uno dei nostri ufficiali di grado molto molto elevato venne dentro la mosche e disse, ‘Avete rubato qualcosa al ragazzo?’” Cercarono di spiegare, ma l’ufficiale ripeté la domanda “Dicemmo sì.” L’ufficiale ordinò loro di rendere l’accendino e chiedere scusa. Trovarono il bambino si scusarono e restituirono l’accendino. Il ragazzo corse dritto  nella stanza accanto, disse , e riprese a dar fuoco ai tappeti.

Le cose poi si sono fatte ancora  più strane. Efrati fu messo a capo di un checkpoint checkpoint hebronche separa la piccola zona di Hebron abitata da coloni, dalla parte più grande della città abitata dai palestinesi. Ha descritto quel lavoro come estenuante, noioso, bisognava stare  in piedi al freddo per almeno  16 ore, di solito affamati e sempre assonnati. Parte del nostro compito era umiliare i palestinesi. Gli insegnanti palestinesi  attraversavano il check point in giacca e cravatta. I soldati li facevano spogliare di fronte ai loro studenti ed  “a volte li facevamo aspettare per ore in mutande “, ha detto Efrati.

Il pretesto era quello di controllare che non avessero armi. “Non c’era nessuno di noi che pensava che qualcosa potesse accadergli “, ha detto, ma alle truppe veniva costantemente  detto dai loro superiori che tutti i palestinesi erano potenziali minacce, che chiunque li avrebbe potuti colpire  se avessero abbassato l’attenzione per un attimo. Questa prospettiva , disse Efrati , “ci ha fatto diventare molto, molto aggressivi. Gli ordini erano di spingerli   contro un muro, spogliarli e colpirli più volte con un arma li. Se dice qualcosa, colpitelo. Se si gira, colpitelo. Dovete stare attenti ad avere tutto completamente sotto controllo. ” Sono incominciati i primi sensi di colpa. Cominciò a portare dei pacchetti  di Bamba  -un popolare snack israeliano fatto con burro di arachidi –  per offrirli  ai bambini al checkpoint. bambaDopo un paio di giorni ” il ragazzino più coraggioso si avvicinò, prese un sacchetto di Bamba e corse via.” Efrati era entusiasta. Non molto tempo dopo un bambino palestinese di circa otto anni gli chiese se gli offriva  un pacchetto di Bamba. Questo bambino però non si mise a correre via. Aprì il pacchetto  e ne offrì un po ad Efrati. Si sedettero e mangiarono i chips insieme. Quando il ragazzo se ne andò, Efrati si sentì in estasi. Si sentiva in effetti  l’uomo che voleva essere, un soldato , amato per la sua gentilezza e che, allo stesso tempo, come disse, “proteggevo il mio paese da un secondo Olocausto “.

Quando tornò alla base, quella notte, gli fu ordinato di mangiare velocemente e prepararsi per un altro turno, non al posto di blocco questa volta , ma in una spedizione  di “mappatura” nella parte della città governata dall’Autorità Palestinese. Era ancora così eccitato dal successo con il Bamba che non gli importava di fare un altro turno. Il lavoro di “mappatura in fondo è semplice: ” Si va nelle case nel cuore della notte, sbatti tutti fuori di casa, fai una foto della famiglia, ed inizi a andare in giro per la casa distruggendo le cose”. Il pretesto è sempre quello di cercare le armi, “ma a noi interessava  inviare un messaggio “, disse Efrati, cioè assicurarsi che i residenti abbiano sempre ” la sensazione di essere continuamente  inseguiti. “(la frase  inglese, “sensazione di essere continuamente  inseguiti” può sembrare un pò strana,  ma in ebraico è una sola parola;  e questa parola i suoi superiori la usavano continuamente).Il suo compito era quello di redigere la mappa di ogni casa, disegnare dove erano le camere, le porte e le finestre. “Se da quella  specifica casa fosse partito un attacco terroristico,” l’esercito sarebbe stato pronto.

Quella notte, perlustrarono, misero a soqquadro  e mapparono due case nel quartiere di Abu Sneineh. Faceva freddo e nevicava. Quando ebbero finito, il sole non era ancora sorto, ed allora l’ufficiale scelse un’altra casa, apparentemente a caso. Fecero uscire la famiglia  fuori,  nella neve, entrarono in casa ed iniziarono a mettere tutto sotto sopra. Efrati aprì  la porta della camera di un bambino dove  si ricordò di aver visto un dipinto di Winnie-the-Pooh su una parete, e cominciò a fare la piantina della casa, ad un certo punto si accorse che sul letto c’era qualcuno. Un bambino, senza vestiti,  balzò fuori da sotto le coperte. Sorpreso, Efrati alzò la sua arma e mirò al bambino. Era il bambino che di pomeriggio aveva incontrato al checkpoint. “Iniziò a farsi la pipì addosso”, disse Efrati, “stavamo tremando, tutti e due stavamo tremando senza dire una parola.” Il padre del bambino,  che  scendeva le scale con un ufficiale,  vide che puntavo il fucile contro suo figlio e corse nella stanza. “Ma invece di spingermi indietro”, disse Efrati, “schiaffeggiò il bambino fino sul pavimento, lo prese a schiaffi  davanti a me e guardandomi mi disse, ‘Per favore, per favore non prendere il mio bambino. Qualunque cosa abbia fatto lo puniremo. ” Alla fine, l’ufficiale decise che il comportamento dell’uomo era sospetto, “stava nascondendo qualcosa.” Ordinò ad  Efrati di arrestarlo. “Così prendemmo il padre, gli bendammo gli occhi, ammanettammo  le mani dietro la schiena e lo mettemmo nella jeep militare.” Lo scaricammo come un sacco all’entrata della base e li “rimase seduto in mezzo alla neve per tre giorni in mutande e con una camicia tutta strappata ”. Alla fine, Efrati trovò il coraggio di chiedere al suo superiore  che cosa sarebbe accaduto al padre del ragazzo. “Non sapeva nemmeno di cosa stessi parlando”, disse  Efrati. “Cominciò a dire, ‘Quale padre?’” Efrati gli ricordò dell’uomo e l’ufficiale disse: “ah si lo puoi rilasciare . Ha imparato la lezione.”

Dopo aver tagliato le fascette di plastica che legavano i polsi dell’uomo e sciolto la benda che aveva negli occhi  lo vidi correre per la strada  in mutande ed a piedi nudi. A quel punto Efrati si rese conto che non aveva mai dato al suo comandante le mappe che aveva disegnato. Si affrettò a tornare nella stanza dell’ufficiale. “Ho fatto  davvero una cazzata”, gli disse, scusandosi per la sua negligenza. L’ufficiale, per nulla arrabbiato disse :  “Va tutto bene, non c’è problema, le mappe le puoi buttare via.” Efrati era confuso. Protestò: non era un compito vitale che avrebbe potuto  salvare la vita di altri soldati? L’ufficiale era infastidito. Disse :” avanti Efrati smettila di lamentarti. Vai via ‘ “. Ma Efrati continuava a parlare, voleva cercare di capire. Quando divenne evidente che non stava andando da nessuna parte, l’ufficiale gli disse: “Ascolta, è da quaranta anni che  ogni notte facciamo mappature delle case; tre o quattro case per notte.” La casa di quel bambino era stata mappata da lui stesso con altre unità altre due volte. Efrati si sentiva sempre più confuso. L’ufficiale provò un senso di compassione per Efrati e spiegò : “Se noi continuiamo ad irrompere  nelle loro case ed ogni volta ne arrestiamo qualcuno, li teniamo costantemente terrorizzati e  non ci attaccheranno mai . Si sentiranno sempre con il fiato sul collo”.  Questa, disse Efrati  “è stata la prima volta che ho capito che tutto quello che mi era stato detto erano delle totali stronzate”. “Da quel momento in poi non ho smesso di fare le cose che ho fatto, ho solo smesso di pensare.”

Naturalmente l’ufficiale di Efrati stava sbagliando. Se terrorizzi  la gente a lungo, alla fine perdono la loro paura. E allora sale la rabbia. Lo scorso ottobre, dopo un anno di relativa calma, giovani palestinesi hanno cominciato ad attaccare soldati israeliani, poliziotti e civili, raramente con armi o automobili, ma il più delle volte con articoli che si trovano comunemente in casa: coltelli, forbici, cacciaviti.armi palestinesi e israeliane Sono stati attacchi scoordinati ed al di fuori del controllo della leadership palestinese o delle tradizionali fazioni armate. Molti si sono verificati nella zona di Hebron, spesso in posti di blocco o di altri siti di attrito tra civili palestinesi e militari israeliani, ma anche su autobus e tram a Gerusalemme, nei supermercati e nelle strade.

Nel mese di novembre, il generale Herzl Halev, il più alto grado dell’intelligence militare di Israele, ha spiegato al gabinetto del primo ministro Benjamin Netanyahu che gli attacchi non erano attacchi ideologici. Erano, ha detto, motivati da rabbia e frustrazione e realizzati da giovani -per lo più adolescenti- che “sentivano di non aver nulla da perdere.” In realtà avevano molto da perdere, come chiunque altro, la vita che stava davanti di loro. Ma il fatto che tanti sono disposti a buttarla via, e con la loro anche quella di molti altri, testimonia la profondità della disperazione, generata dall’occupazione Israeliana.

Quando, all’inizio di questo mese, sono tornato in Israele e in Cisgiordania, la violenza sembrava che stesse scemando. Fino alla sparatoria  di mercoledì (08/06/16), nessun israeliano è stato ucciso da palestinesi dal 18 febbraio. Nello stesso periodo, le forze di sicurezza israeliane hanno ucciso 34 palestinesi, tra cui una bambina di sei anni, e il suo fratello di 10aa che sono morti per un  attacco aereo che con un missile ha colpito la loro casa nella Striscia di Gaza. I loro nomi erano Israa e Yasin Abu Khussa. Queste morti  raramente fanno notizia qui, ma per  palestinesi il loro ricordo rimane sempre vivido. Se tutto continua così, e l’occupazione va avanti, le occasioni per rattristarci non mancheranno.

La settimana in Palestina

Come leggerete, l’attività non violenta è praticamente un copia incolla della scorsa settimana. E questo è così ormai da molto tempo. E’ incredibile la costanza, la perseveranza e l’ostinazione dei palestinesi di questi villaggi (ed internazionali che si alternano) che manifestano pacificamente sapendo di andare incontro ogni settimana a botte ed intossicazioni.

Resoconto settimanale da sabato 04/06/16 a domenica 10/06/10 di IMEMC notizie fonte

 

Attività non violenta

Cominciamo il nostro resoconto  settimanale, come al solito, con le attività non violente organizzate in Cisgiordania. Questa settimana le proteste sono state organizzate nei villaggi di Bil’in, Ni’lin e Al Nabi Saleh che si trovano al centro della Cisgiordania.  Altre proteste sono state organizzate a nord della Cisgiordania, nel villaggio di Kufer Kadum. In questo villaggio le truppe israeliane hanno attaccato la consueta protesta settimanale e molti abitanti hanno avuto bisogno di cure a causa  della inalazione di gas lacrimogeni. Le truppe hanno poi preso d’assalto il villaggio e sparato gas lacrimogeni nelle case dei residenti.  I soldati israeliani hanno attaccato i manifestanti anche nei  villaggi di Bil’in e Ni’lin. L’attacco è avvenuto (come al solito ndr) non appena hanno raggiunto il cancello del muro che separa gli agricoltori locali dalle loro terre. Vicino a Ni’lin nel villaggio di Al Nabi Saleh, le truppe israeliane  hanno attaccato i manifestanti all’ingresso del paese. I soldati israeliani hanno sparato diversi colpi di proiettili di acciaio rivestiti di gomma e gas lacrimogeni sia contro i manifestanti che contro le case vicine. Anche qui molti residenti hanno subito gli effetti della  inalazione di gas lacrimogeni .

 Attività Politica

Questa settimana la Francia ha manifestato preoccupazione per  le misure che gli israeliani stanno prendendo contro i palestinesi. Intanto le fazioni palestinesi hanno invitato il Presidente Abbas a porre fine al coordinamento della sicurezza con Israele. La nota è di  Rami Al Meghari :

La Francia ha ammonito  che le attuali misure israeliane contro i palestinesi nei territori occupati, potrebbero ulteriormente complicare gli sforzi per la pace in Medio Oriente. Ha inoltre sottolineato la necessità di andare avanti con l’iniziativa  francese di organizzare  una conferenza internazionale per la pace in Medio Oriente. In precedenza aveva condannato la  sparatoria avvenuta nella città israeliana di Tel-Aviv, in cui sono stati uccisi quattro israeliani. La sparatoria all’interno di un supermercato è stata compiuta da due palestinesi di Hebron in Cisgiordania.

L’ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari nei territori palestinesi occupati, ha denunciato la decisione di Israele di annullare 83 mila permessi per i palestinesi della Cisgiordania e di Gaza, durante il mese sacro del Ramadan. L’ufficio ha descritto la decisione come una  ‘punizione collettiva “.

L’ Autorità palestinese ha condannato tutte le forme di violenza che colpiscono i civili, chiunque e ovunque. Questa dichiarazione è avvenuta in seguito alla  sparatoria di Tel-Aviv.

Nella Striscia di Gaza, il presidente del parlamento, Ahmad Bahar,  ha chiesto alla ANP  di abbandonare quello che viene definito il “ coordinamento della sicurezza” con gli occupanti israeliani, e di interrompere la campagna  di arresti di membri della resistenza palestinese. Bahar,  sulla base degli accordi precedenti fatti  a Gaza, Il Cairo e Doha, ha anche invitato il partito rivale di Fatah a lavorare per un intesa di unità nazionale, confermando la  piena adesione  del suo partito alla  realizzazione di questo progetto .

Nel frattempo, i rappresentanti di entrambi Hamas e Fatah si incontreranno la prossima settimana a Doha, per i colloqui su una possibile riconciliazione nazionale.

Per IMEMC Notizie, Rami Al Meghari da Gaza.

Cosa è successo in Cisgiordania e Gaza

Lunedi ‘, Jamal Dweikat 20 anni, è morto per le gravi  ferite subite la settimana scorsa dopo che i soldati israeliani gli hanno sparato durante un’incursione a  Nablus a nord della Cisgiordania.  Dweikat è stato sparato alla testa, e da subito le sue condizioni sono sembrate  molto gravi. Dweikat, ed un altro ferito palestinese, sono stati trasferiti in un ospedale di Nablus e poi  in un ospedale israeliano, dove è stato constatato il decesso.

Ad al-Khader, a sud di Betlemme, mercoledì mattina (08/06/16) alcuni coloni estremisti israeliani hanno invaso  terreni agricoli palestinesi. I coloni, protetti dai soldati israeliani dispiegati nella zona  hanno iniziato le provocazioni. Inoltre, fonti da media palestinesi hanno riferito che giovedì (09/06/16) dei coloni israeliani, hanno dipinto scritte razziste sui muri del villaggio palestinese di Abu Ghoush, a nord-ovest di Gerusalemme. Le scritte includevano frasi  come “Morte agli arabi” e “Articolo in vendita”.

Durante la settimana, le forze israeliane hanno condotto almeno 51 incursioni militari nelle comunità palestinesi della Cisgiordania e di Gerusalemme Est occupata. Durante queste incursioni, le truppe israeliane hanno arrestato almeno 44 civili palestinesi, tra cui 6 bambini.

Nel frattempo, il governo israeliano ha emesso un ordine di congelamento di più di 83.000 permessi che normalmente  consentono ai palestinesi di entrare nella Gerusalemme Est occupata. Il congelamento segue l’ attacco mortale a Tel Aviv nella notte di mercoledì, in cui quattro israeliani sono stati uccisi e sei sono stati feriti.

Due palestinesi sono stati arrestati sul posto, l’esercito israeliano ha anche arrestato un certo numero di palestinesi nella città di Yatta vicino a Hebron, da  dove provengono i due presunti aggressori.

Nella Striscia di Gaza questa settimana, mercoledì (08/06/16) all’alba,  le navi della marina israeliana hanno attaccato nella zona di Sudaniyya, a nord-ovest della città di Gaza , diverse  barche da pesca palestinesi,  ed hanno arrestato tre pescatori. La marina ha prima  mitragliato le barche dei pescatori, e poi li ha rapiti  per portarli al porto di Ashdod .

Lunedi (06/06/16), bulldozer militari israeliani sono penetrati nella Striscia di Gaza a est della barriera di confine. Testimoni oculari  hanno dichiarato che cinque bulldozer D9 israeliani, sono entrati  per  50 metri in terre palestinesi. I  bulldozer israeliani sconfinano  ripetutamente in queste aree in violazione degli accordi del Cairo del 2014, che sono seguiti all’ offensiva israeliana di quell’estate.

(Ndt: lo sconfinamento costante  dentro Gaza da parte israeliana ha lo scopo di aumentare la buffer zone a scapito delle terre palestinesi)

Per IMEMC notizie  George Rishmawi.

E questo è tutto per questa settimana.

Chi sono i terroristi

premier israeliani5Begin, Shamir, Sharon, Barak, Rabin hanno in comune due cose: sono terroristi e sono stati presidenti del governo israeliano. Sono terroristi non pentiti. Al più hanno goffamente tentato di negare l’evidenza storica, come i negazionisti che negano la shoà.  Del fascista Netanyahu e delle sue nefandezze non è neppure il caso di parlarne; ne è piena la cronaca. Basta aprire i giornali e leggere (purtroppo più avanti  dovrò invece riparlarne). Torniamo al titolo iniziale. Chi sono i terroristi.

Se si prendono diversi dizionari e si cerca la parola terrorista la definizione è più o meno simile: appartenente ad un gruppo che utilizza il terrorismo  per destabilizzare un regime od un governo. La cosa si fa più interessante se si cerca la parola terrorismo. Il dizionario Treccani recita: terrorismo, uso di violenza illegittima per destabilizzare ecc… Cioè sembra che l’uso della violenza legittima non sia da considerare terrorismo.  Ora torniamo ai presidenti del consiglio terroristi.

Begin , premio nobel per la pace, è colui che ha pianificato l’attentato terroristico all’Hotel King David ed il massacro di Deir Yassin. 91 morti il primo e più di  100 (ma secondo alcuni più di 250) il secondo. Motivo: cercare di conquistare una terra popolata da altre persone.

Shamir è responsabile degli attentati che hanno causato la morte del britannico Lord Moyne  e dello svedese Folke Bernadotte (che volevano una più equa distribuzione delle terra popolata in maggioranza da palestinesi), ed è stato attivamente coinvolto anche nel massacro di Deir Yassin. Motivo: cercare di conquistare una terra popolata da altre persone.

Sharon è direttamente responsabile del massacro di Qibya ed è responsabile del massacro di Sabra e Shatila. 70 civili il primo e più di 3000 il secondo. Motivo: cercare di conquistare una terra popolata da altre persone.

Barak si è travestito da donna in un raid  in Libano da lui organizzato contro i palestinesi, dove morirono 5 persone. Motivo: cercare di conquistare una terra popolata da altre persone.

Ytzhak Rabin, altro premio nobel per la pace…scusate…, qui mi fermo un attimo. Non che dia molta credibilità ai premi nobel, ma è possibile che un paese tra i più militarizzati del pianeta, condannato più e più volte da organizzazioni internazionali  per crimini contro l’umanità,  comandato da terroristi, sia anche quello che ha espresso più presidenti del consiglio premi nobel per la pace? Si, ovviamente  è possibile, basta infiltrare le commissioni svedesi di sionisti. Rabin, dicevo, ha dato ordine di eseguire la pulizia etnica di 2 città, Lydda e Ramla. In questa operazione  hanno perso la vita a causa di stenti più di 400 palestinesi.

Netanyahu ha fatto massacrare in un mese più di 500 bambini e più di 1700 adulti. Motivo: cercare di conquistare una terra popolata da altre persone.media israeliani

Mohammad Ahmad Mahamra è uno dei due attentatori palestinesi che ha recentemente causato la morte di 4 persone a Tel Aviv. Motivo: opporsi alla conquista della propria terra da parte di una forza occupante.

Ansar Hussam Harasha è stata uccisa in un checkpoint a Tulkarem perché avrebbe tentato di accoltellare un soldato. Motivo: opporsi alla conquista della propria terra da parte di una forza occupante.

Maram Salih Hassan Abu Ismail è stata uccisa al checkpoint di Qalandiya vicino a Ramallah insieme a suo fratello Ibrahim Abu Ismail perché avrebbero tentato un attacco per accoltellare un soldato. Motivo: opporsi alla conquista della propria terra da parte di una forza occupante.sparato

Ameer Fuad Al-Junaidi è stato ucciso insieme al suo amico Qasem Farid Jaber perché hanno aperto il fuoco in prossimità di una fermata di Bus vicino insediamento di Kiryat Arba  nei pressi di Hebron. Motivo: opporsi alla conquista della propria terra da parte di una forza occupante.

Yousef Mustafa Tarayra è stato ucciso ad Hebron dopo che la sua auto ha speronato un veicolo militare. Motivo: opporsi alla conquista della propria terra da parte di una forza occupante.

Possiamo anche lasciar perdere il pronunciamento di molte organizzazioni internazionali che si sono espresse per il diritto alla resistenza da parte del popolo occupato. Vorrei invece ritornare alla definizione della Treccani. Quale violenza è da considerarsi illegittima ; quella che si esercita per occupare la terra altrui o quella che si esercita per resistere alla occupazione della propria terra?

Gianni Lixi Associazione Amicizia Sardegna Palestina

La settimana in Palestina

Questa è la traduzione del resoconto settimanale curato dall’IMEMC (International Middle East Media Center). La settimana va dal sabato al venerdì quindi questa va da sabato 28 maggio a venerdì 3 giugno. Per non incorrere in confusioni temporali ho aggiunto  a fianco del giorno di cui si parla la data che non compare nel report originale.  Buona lettura  Il link è http://imemc.org/article/this-week-in-palestine-week-22-2016/?utm_source=dlvr.it&utm_medium=twitter e si può ascoltare su soundcloud al  https://soundcloud.com/ghassan-bannoura/this-week-in-palestine-week-22-2016

 L’attività non violenta
Cominciamo il nostro resoconto settimanale  come al solito con le attività non violente organizzate in Cisgiordania (West Bank). Venerdì (03/06/16) soldati israeliani hanno attaccato la manifestazione  settimanale pacifica nel villaggio di Al Nabi Saleh al centro della Cisgiordania . Molti residenti e i loro sostenitori sia internazionali che israeliani sono ricorsi a trattamenti medici  per gli effetti di inalazione di gas lacrimogeni. Le truppe hanno attaccato la protesta all’ingresso del paese con proiettili veri, gas lacrimogeni e proiettili di acciaio ricoperti di gomma. Successivamente  hanno fatto irruzione e sparato gas lacrimogeni contro le  case dei residenti, ed anche molti abitanti sono stati trattati per gli effetti di inalazione di gas lacrimogeni.

Nei vicini  villaggi di Bil’in e Ni’lin, non appena i manifestanti hanno raggiunto il cancello del muro che separa gli agricoltori locali dalle loro terre i soldati  hanno attaccato i manifestanti. Anche qui molti manifestanti hanno subito gli effetti dei gas lacrimogeni e sono stati trattati dai medici locali. A Bil’in alcuni alberi di ulivo hanno preso fuoco in seguito ai  lacrimogeni sparati dalle truppe israeliane.

Nel nord della Cisgiordania nel villaggio di Kufr Ka Dum nello stesso momento  molti civili sono ricorsi a trattamenti medici sempre per gli effetti di inalazione di gas lacrimogeni sparati dalle truppe israeliane che hanno attaccato la protesta settimanale organizzata dagli abitanti del villaggio .

Sempre venerdì (03/06/16), a Betlemme, almeno 400 attivisti palestinesi ed israeliani hanno marciato sulla road 60, la strada dei coloni, contro l’occupazione israeliana e la violenza che questa comporta. La protesta è stata organizzata da  movimento Combattenti per la Pace (un gruppo non violento dove militano palestinesi ed israeliani ndt) . Si sono uniti alla protesta anche parlamentari israeliani di sinistra.

 

L’attività politica
Venerdì scorso (03/06/16)  si è aperta a Parigi  la conferenza internazionale voluta dalla Francia con la partecipazione dei principali attori internazionali, tra cui Washington, Unione Europea ed altri paesi arabi, tra cui l’Egitto, la Giordania e l’Arabia Saudita. La Francia sostiene che la conferenza è un tentativo di far superare  la fase di stallo  in Medio Oriente e dovrebbe favorire la ripresa dei negoziati tra israeliani e palestinesi.

Sia Israele che la Palestina non hanno preso parte alla conferenza. Israele aveva in precedenza rifiutato  gli accordi di pace francesi  dicendo che il solo modo per rilanciare la pace sono  i negoziati incondizionati ed  unilaterali con i palestinesi.

L’Autorità palestinese ha approvato  la conferenza, ma  una serie di fazioni politiche palestinesi, compresa la Jihad islamica, Hamas, Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina, ha respinto la conferenza. Le fazioni sostengono che far rivivere i negoziati di pace sulla base di  iniziative futili, metterebbe a repentaglio i diritti legittimi basilari dei palestinesi , tra cui il diritto al ritorno alla Palestina storica.

L’ Unione europea intanto avverte che gli accordi di pace di Oslo del 1993, sono al  collasso, a meno che non vi si un  genuino intervento dei principali attori internazionali.

 

Cosa è successo in Cisgiordania e Gaza
Questa settimana i soldati israeliani hanno ucciso una donna palestinese ad un posto di blocco della Cisgiordania,  la marina militare di Israele ha aumentato gli attacchi contro i pescatori a Gaza. Corrispondenza di Ghassan Bannoura di IMEMC :

Giovedi (02/06/16) scorso  Ansar Harsha di 25 aa,  è stata uccisa dai soldati Israeliani ad un posto di blocco vicino a Tulkarem nel nord della Cisgiordania .Israeli security forces inspect the scene of a stabbing attack at a checkpoint near the West Bank city of Tulkarem on June 2, 2016 L’esercito israeliano ha affermato che la donna uccisa “ha tentato di pugnalare un soldato,” prima che venisse colpita e ferita gravemente (da altra fonte IMEMC si apprende che i soldati non hanno permesso che venisse soccorsa) . Un testimone oculare ha detto ai media locali che un ufficiale dell’esercito ha aperto il fuoco sulla donna  mentre lei era a più di tre metri dai soldati. L’esercito israeliano ha detto che tra i suoi soldati non ci sono stati feriti.

Inoltre, l’esercito israeliano ha  invaso  Venerdì(03/06/16)  all’alba, la città del nord di Nablus, ci sono stati scontri con molti giovani locali. Negli scontri  i soldati hanno ferito   due palestinesi con munizioni vere, ed uno di loro è stato colpito alla testa ed è in pericolo di vita. In un’altra invasione, a Qalqilya, nel nord della Cisgiordania occupata, i soldati israeliani hanno sparato e ferito, Martedì notte (31/05/16), due palestinesi.

Durante le incursioni delle truppe israeliane nelle comunità della Cisgiordania  e di Gerusalemme occupata questa settimana sono stati rapiti  almeno 99 palestinesi. Tra i rapiti c’erano 19 bambini.

Martedì (31/05/16), nella Striscia di Gaza un pescatore è stato colpito e ferito dal fuoco della marina israeliana. Altri quattro sono stati rapiti dopo che le navi militari li hanno attaccati in acque territoriali di Gaza, vicino alla costa nella zona di Wadi Gaza a sud-ovest della città di Gaza. Sempre  Martedì(31/05/16),  ed anche  Giovedi (02/06/16) sono stati segnalati altri attacchi della marina israeliana costringendo i pescatori a tornare a riva. Gli attacchi si sono intensificati dopo che Israele, in modo unilaterale, ha ridotto la zona di pesca nelle acque territoriali di Gaza a soli sei miglia nautiche. Questo  in tutte le acque di Gaza, dal nord sino alle zone meridionali della regione costiera. Nel marzo scorso  Israele aveva deciso  di aumentare a nove miglia nautiche  la zona di pesca nell’area che si estende dalla zona umida della Gaza Valley verso  la parte più meridionale della regione costiera,  ma ha mantenuto la zona nel nord di Gaza a sei miglia nautiche.

Sempre a Gaza Domenica(29/05/16), Martedì (31/05/16),  e Mercoledì (01/06/16), i soldati israeliani di stanza vicino ai confini meridionali e settentrionali della regione costiera hanno aperto il fuoco contro contadini palestinesi costringendoli a lasciare i loro campi.

Questo è tutto per questa settimana.

La statua di Mandela a Ramallha: foglia di fico dell’Autorità Nazionale Palestinese

Questo articolo l’ho tradotto da MEMO Middle East Monitor del 3 maggio 2016. Come vedete è uscito con un titolo diverso ed è stato scritto da  Ramzy  Baroud. Buona lettura
Gianni Lixi (Associazione Amicizia Sardegna Palestina)

Lo Spirito di Nelson Mandela in Palestina: è la sua vera eredità quella che  viene proclamata?

Quando ho saputo che in Palestina hanno eretto una statua di Nelson Mandela, l’icona dell’ anti apartheid sudafricana, ho avuto dei sentimenti contrastanti. Da un lato, mi ha fatto molto piacere sapere  che il rapporto  tra le lotte dei palestinesi e quelle dei sudafricani è ancora molto forte. Dall’altro,  temo  che i ricchi e corrotti palestinesi di  Ramallah stiano utilizzando l’immagine di Mandela per acquisire un capitale politico di cui hanno tremendamente bisogno.

La statua di bronzo di sei metri si trova ora in piazza Nelson Mandela, nel quartiere di Al-Tireh a Ramallah, dove ha sede il quartier generale dell’Autorità Nazionale Palestinese. La ANP è nota per la endemica corruzione della sua classe politica e finanziaria. In un certo senso, la sua sopravvivenza è essenziale sia per la ricca classe politica palestinese sia per l’occupazione militare israeliana.

E’ stato quindi abbastanza sconsolante assistere alla parodia teatrale in cui  l’artista principale,  il presidente della  ANP Mahmoud Abbas, che governa con un mandato scaduto da molto tempo, scopriva  la statua in una cerimonia in cui erano presenti  suoi ministri e diplomatici stranieri.

La statua è stata un dono della città di Johannesburg, ed il suo costo di 6 milioni di Rand (circa €348.000 ndt) è stato pagato dalla municipalità di quella città. Città  la cui solidarietà con la Palestina è intrecciata  in una lunga storia di lacrime , sangue, toccanti  grida di dolore e di libertà.  Cosa che rende il dono ancora più gradito.

Ma il Mandela che ora si trova eretto a Ramallah è stato inserito nel quartiere che incorpora lo spirito del tempo di questa città, il quartiere più ricco e radioso che fa mostra  di enormi ville in pietra bianca e auto di lusso. Avrebbe avuto un significato più profondo se la statua fosse stata eretta nel centro di Gaza, città che sta tuttora resistendo ad un  genocidio;  nel cuore di Jenin, una città nota per la sua audacia nonostante le sue scarse risorse; ad Al-Khalil, a Nablus o a Khan Younis. Vedere invece ricchi funzionari e uomini d’affari in stato di eccitazione che si affannavano a guadagnare un posto davanti alle tante telecamere palestinesi, ha spogliato l’evento del suo speciale significato.

E’ strano  ma non è solo la statua di Nelson Mandela a Ramallah che mi lascia inquieto ma anche quella  di  Sandton City a Johannesburg. Ho visitato il posto più di una volta, e nonostante la mia immensa ammirazione per Mandela, non è riuscito ad emozionarmi.

L’inserimento della statua di Mandela in un’area commerciale della città mi è sembrato un tentativo di ridefinire Mandela per quello che non era: da leader popolare  e da ex prigioniero con  orgogliosi legami con il  Partito Comunista ad un’icona senza energia , una  figura sfocata senza radici radicali.

Ancora peggio: è stato reclamizzato  come una qualsiasi merce all’interno di un incerto mercato neoliberista, in cui tutto è in vendita e dei valori rivoluzionari non c’è traccia. Il sito di Sandton City così descrive la piazza:“è la sede di alcuni dei migliori ristoranti del Sud Africa, esclusivi ed alla moda, una piazza in stile europeo: Nelson Mandela Square ,raffinata ed elegante, glamour ed alla moda, il tutto sotto il sole africano”.

Insomma il Mandela che è propagandato da alcuni in Sud Africa, e dai  loro simili in Palestina, è fondamentalmente diverso dal Mandela che molti di noi conoscevano. L’uomo deceduto il 5 dicembre 2013 ha evidentemente lasciato due eredità, quella celebrata nei campi profughi palestinesi e nelle baraccopoli del Sud Africa, e quella che viene venduta  al turista culturalmente sofisticato ed alla classe corrotta di Ramallah.

Vivendo con la mia famiglia a Gaza in un campo profughi in rovina sotto occupazione militare e la costante minaccia di violenza, Il nome ‘Nelson Mandela’ è sempre stato per noi un punto fermo  . Ogni volta che sentivamo il suo nome nei telegiornali ci precitavamo davanti al televisore. I nostri migliori giovani militanti sono stati inseguiti, picchiati, arrestati e fucilati solo perché tentavano  di scrivere il suo nome sui muri decadenti delle nostre umili abitazioni.

Questo è stato il Mandela che conoscevo, ed è lui che la maggior parte dei palestinesi ricorda con adorazione e rispetto. Quello in piedi a Ramallah, esposto da quei palestinesi che con orgoglio parlano di condurre con Israele un’azione coordinata per la sicurezza – dando congiuntamente  un giro di vite alla  resistenza palestinese – è un Mandela completamente diverso.

E’ un diverso Mandela perché Abbas e la sua autorità non incarnano neanche lontanamente lo spirito del Mandela  combattente per la libertà, il prigioniero capace di sfidare, il leader unificante, l’animatore del movimento di boicottaggio.

In realtà, la leadership palestinese, così come è rappresentata nel governo non eletto di Abbas a Ramallah, deve ancora riconoscere il movimento nato dalla  società civile palestinese per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), a sua volta generato dal  movimento di boicottaggio del Sud Africa.

Invece  l’ANP di Abbas ha sprecato più di 20 anni in negoziati inutili e senza senso , collaborando con Israele, dividendo la società palestinese  della  West Bank e lavorando attivamente  alla repressione della resistenza palestinese.

Con la sua popolarità sempre più in discesa  tra i palestinesi, Abbas si arrabatta disperatamente alla ricerca di vittorie che appaiono vuote , e insiste nel  presentarsi come leader di liberazione nazionale, nonostante tutto il suo modo di fare  provi il contrario.

Ma il legame tra il Sudafrica e la Palestina è molto più grande di una foto fatta  a Ramallah insieme a uomini eleganti che si ripetono in bugiardi cliché  sulla pace e sulla libertà. Oserei dire che è un legame più grande dello stesso Mandela , a prescindere da quale delle due eredità scegliamo per ricordarlo. Si tratta di un legame  che è stato consacrato dal sangue dei poveri e degli innocenti e dalla lotta tenace di milioni di africani neri o di pelle scura e da arabi palestinesi.

Io questo ho avuto la fortuna di poterlo constatare di persona. Pochi anni fa nel mio ultimo giro di conferenze in Sud Africa , sono stato avvicinato da due uomini sudafricani. Sembravano particolarmente grati per ragioni che inizialmente mi sfuggivano. “Vogliamo ringraziarvi molto per il vostro sostegno alla nostra lotta contro l’apartheid,” disse uno dei due con sincera franchezza e con un’emozione palpabile. In effetti era più che comprensibile. I palestinesi hanno visto la lotta dei loro fratelli neri come la loro lotta. I due uomini però non parlavano di sentimentalismi. Mentre il governo israeliano, i militari e l’intelligence sostenevano il governo dell’apartheid in molti modi, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) addestrava ed equipaggiava i  combattenti dell’ANC (African National Congress ndt). Cuba e altri hanno fatto lo stesso, ma mi riempiva di orgoglio pensare che mentre i palestinesi stessi erano impegnati in una estenuante lotta, la leadership palestinese di allora  ha avuto la  coscienza politica di offrire solidarietà ad una nazione in lotta per la sua libertà.

Quegli uomini mi hanno detto che anche dopo tutti questi anni tenevano ancora in bella evidenza le uniformi fornitegli dalla PLO (Palestine Liberation Organization). Ci abbracciammo e ci separammo, ma con il tempo mi sono reso conto che l’attuale lotta contro l’apartheid in Palestina non è solo simile a quella del Sud Africa. Entrambi le lotte sono estensione dello stesso movimento, la stessa lotta per la libertà ed in effetti  contro lo stesso nemico.

Quando Nelson Mandela disse: “Sappiamo fin troppo bene che la nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi”, non cercava di fare il  diplomatico con noi o di essere cordiale. Egli credeva veramente ad ogni singola parola di quella frase.

Speriamo che un giorno  una statua di Mandela, quello che rappresenta lo spirito della Resistenza in Palestina, si levi in alto tra le persone che hanno sostenuto la sua  causa e che lo hanno amato di più.

Dr Ramzy Baroud scrive su questioni Medio Orientali da più di  20 anni. E’ un giornalista internazionale, un consulente di media ed  autore di diversi libri ed il fondatore della Palestine Chronicle.com. Tra i suoi libri “Searching Jenin”, “The Second Palestinian Intifada” ed il suo ultimo “My Father Was a Freedom Fighter: Gaza’s Untold Story”. Il suo sito è http://www.ramzybaroud.net.

Yehoshua e gli altri: confusi ed ipocriti.

“ Se ne vedete qualcuno avvisatemi. Sono una categoria di persone in via d’estinzione. Si capisce sempre meno cosa dicono e soprattutto cosa vogliono. E tutto nasce dal fatto che neanche loro sanno bene cosa vogliono”.  Questa è la risposta che Ilan Pappè ha dato a Cagliari alla domanda su cosa ne pensasse dei “liberal” israeliani. Mi è ritornata in mente leggendo l’intervista di Abraham Yehoshua su l’Espresso del 05/05/16 (postatami su twitter). Mai come in questo caso definizione è stata così azzeccata. Dall’intervista emerge il grado di confusione mentale che questa “categoria di persone” ha sul problema palestinese. L’intervista inizia con degli insulti all’Europa ed agli europei (ai quali in verità mi associo)  “Voi Europei siete vili ed anche poco dignitosi… L’Europa nel Medio Oriente può fare moltissimo; e per quanto riguarda il conflitto tra noi israeliani ed i palestinesi, può e deve essere decisiva, visto che tutto quello che fanno gli States è nocivo e distruttivo e che Washington è ormai ostaggio della destra israeliana”. Prima grossa bugia: gli USA non sono ostaggio della destra Israeliana, gli USA sono ostaggio di Israele e Yehoshua lo sa bene. Con  tutti i governi Israeliani gli USA sono stati l’arma principale che Israele  ha usato contro i palestinesi.  L’articolo va avanti inanellando una perla dopo l’altra. Parlando dei territori occupati dice “..li è tutto assurdo. I fondamentalisti ebrei vanno ad abitare all’interno dei quartieri e delle città palestinesi.” Cioè a Tel Aviv Yehoshua può abitare  perché i palestinesi sono stati ammazzati o cacciati (ce lo dicono gli storici israeliani) mentre nei territori occupati no perché ci sono i palestinesi e non puoi mischiarti in mezzo alla gente che non parla l’ebraico. Si questo è proprio quello che ha detto più avanti nell’intervista  parlando del vero sionismo: “Perché il sionismo consiste nel legare l’identità ebraica alla lingua ed al territorio”. E continua:  “Il sionismo ha realizzato quello che si è prefigurato. Esiste una nazione israeliana. Esiste una lingua ebraica”.  Insomma si adira con i coloni perché non sono abbastanza sionisti. Se stermini i palestinesi, fai terra bruciata e poi ti insedi in un territorio senza palestinesi va bene, se nel territorio rimangono palestinesi allora no, non va bene, non sei un vero sionista.
A proposito del BDS dice: “Sono contrario. Nelle fabbriche di proprietà israeliana nei Territori lavorano i palestinesi.  Vogliamo privarli dello stipendio?”. Si Yehoshua vogliamo proprio privarli dello stipendio. Perché se li private dello stipendio e restituite la terra e l’acqua  ai legittimi proprietari i palestinesi tornerebbero  a lavorare come hanno sempre fatto senza dipendere per la loro sussistenza da fabbriche abusive.
Ilan Pappè aveva proprio ragione: poche idee, ma confuse.

I compagni della associazione  Sardegna Palestina mi prendono un po’ in giro e mi dicono: Gianni hai ancora voglia di parlare di Grossman, Yeohoshua, Oz , Beinart? Si, in verità si. Lo faccio perché per me questi personaggi sono molto pericolosi. Sono  la testa di ariete che permette ad israele di entrare nei salotti buoni del pseudo intellettualismo  europeo dove avrebbero un po’ di difficoltà  ad entrare con l’impresentabile faccia di Netanyahu. Ed a conferma di questo Yeohshua è stato invitato, proprio  in questi giorni, a Milano a tenere una Lectio Magistralis, nientemeno che al festival dei diritti umani !

Iddio, Allah, Buddha,  i giusti di questa terra  ci liberino da Netanyahu ma soprattutto ci liberino  da questi ipocriti  nel cui cuore non c’è il minimo desiderio  di riconciliarsi con il popolo che hanno cercato di sterminare. Senza riuscirci.

 MILANESI BOICOTTATE YEHOSHUA E CHI LO INVITA!

Gianni Lixi (Associazione Amicizia Sardegna Palestina)

Severgnini il terzismo non esiste.

Caro Beppe Severgnini ricordo più di 10 aa fa il tema del terzismo nella professione giornalistica. Era una bufala allora e lo è ancor di più oggi. Nessun giornalista può essere super partes. Ma quello che è emerso con chiarezza da quel periodo è che i giornalisti che si volevano far passare per terzisti erano proprio quelli che più proficuamente portavano acqua al sistema dominante (un esempio didascalico tra i tanti è stato il suo collega GB Battista). In altre parole i terzisti sono l’ipocrita faccia di cui si serve il potere politico dominante  per somministrarci un’informazione addomesticata. Non è quindi possibile non prendere posizione. Quando si dice che lo si fa si sta sempre sposando la  posizione del più forte, ed in questo caso la posizione più forte, anche militarmente, è quella di Israele.

Lei dice : “ impossibile parlarne (di Israele ndr) senza scontentare qualcuno”.  In più di una occasione ha detto che prima dell’inizio della trasmissione ha avuto pressioni da parte dei filo israeliani perché  non andasse in onda , ma ha ricevuto pressioni anche da organizzazioni filo palestinesi (anche dall’Associazione Sardegna Palestina tramite il sottoscritto https://lazuccablog.wordpress.com/2016/04/10/beppe-severgnini-e-lerba-israeliana/). Stia tranquillo Severgnini, nonostante la bella intervista a Moni Ovadia,  ha sicuramente accontentato gli strateghi della propaganda Israeliana (Hashbara vedi link https://www.youtube.com/watch?v=QVnCQUtYOEY). E’ riuscito infatti a far passare senza alcun contradditorio alcuni dei  falsi miti a cui la propaganda israeliana è più legata. Proverò a spiegare la falsità di questi miti  con documenti e testimonianze israeliane e non palestinesi. Naturalmente  i Palestinesi, seppure inascoltati hanno già da molto tempo documentato la falsità di  queste narrazioni fantastiche.

Nella trasmissione, il cartoon di animazione della ricostruzione dei fatti storici   dice ad un certo punto “….guerra persa dagli arabi e profughi ovunque”. Gli storici Isreliani Ilan Pappè e Benny Morris ci hanno da qualche hanno aiutato a trovare le prove di quello che i Palestinesi ci dicono già da tempo. Dallo studio di documenti desecretati infatti risulta evidente che non si è trattato di una guerra ma di una aggressione premeditata. Per la verità il lavoro di Ilan Pappè è stato anche più oneroso perché ha smascherato il collega Benny Morris. Morris infatti, storico sionista, ha si utilizzato i documenti desecretati, ma attraverso l’uso selettivo di alcuni documenti e l’omissione di altri, ha cercato di modificare la verità storica. Pappè usando gli stessi documenti in maniera completa ha riportato gli avvenimenti storici di quegli anni alla loro giusta interpretazione. Queste fonti ormai non lasciano più dubbi sul fatto che la decisione di deportare i palestinesi per liberare quanta più terra possibile  agli ebrei risale a ben prima della dichiarazione del 14/05/48. Anno della dichiarazione di Ben Gurion che  istituiva lo stato Israeliano. Pappè infatti nel suo libro “La pulizia Etnica della Palestina” ci racconta che i padri fondatori del sionismo,  da Theodor Herzl a Ben Gurion, hanno da sempre pianificato la deportazione dei nativi palestinesi come prerequisito per la creazione in Palestina di uno stato esclusivamente ebraico attraverso il cosidetto “Master Plan”. In questi documenti desecretati si evince che Ben Gurion alla Jews Agency Executive, l’organizzazione che aveva il compito di procurare terra per gli ebrei in territorio palestinese   scrive: “Io sono per la deportazione dei palestinesi e non ci trovo nulla di immorale in questo”.  Riporto dalla sua trasmissione “…nel ’47 l’ONU decide nuovi confini e 2 nuovi stati, ad Israele va bene e si dichiara indipendente, agli arabi no….”  Per quanto riguarda  il piano di partizione Pappè ci ricorda che non è corretto riferirsi alle Nazioni Unite come se si trattasse dell’Onu di questi anni. L’organizzazione non era un organismo con le garanzie che oggi conosciamo. Il rappresentante delle Nazioni Unite incaricato delle trattative era una persona che non conosceva affatto il problema ed era stato sul posto pochissime  volte. I Palestinesi non erano rappresentati, i paesi arabi votarono contro, e tra  i paesi che più si diedero da fare per  il piano di partizione c’erano la Russia e gli Stati Uniti.  Gli uni volevano  risolvere i problemi dei progrom sovietici gli altri allontanare lo spettro dell’invasione ebraica.  E naturalmente gli Europei volevano lavarsi la coscienza dall’olocausto.  Sempre Pappè ci ricorda che quel piano prevedeva  che i 2/3 della popolazione (i palestinesi) disponessero del 42% della terra, mentre dava agli israeliani, 1/3 della popolazione, il 56% della terra. Il restante, Gerusalemme e Betlemme era zona internazionale. Ora mi chiedo e le chiedo , quale popolo può accettare un accordo di questo tipo?

Non è certo la sede per affrontare tutti i problemi storici che Ilan Pappè ci ha aiutato a chiarire nei suoi libri di  cui consiglio vivamente la lettura, mi lasci però concludere con due altre considerazioni. Una riguarda una sua improvvida affermazione “….perché è così in Israele si può e si deve parlare di tutto e gli israeliani sono molto contenti di farlo…”. Come può essere vera questa affermazione se proprio Pappè trova difficoltà estrema a parlare nel suo paese? Nato e cresciuto in Israele ad Haifa, dove insegnava all’Università ora insegna all’università di Exeter in UK. Non parliamo poi della difficoltà che hanno tutti i militanti israeliani he si occupano di diritti umani in genere e dei diritti dei palestinesi in particolare.

L’altra considerazione riguarda la presentazione di Tzipi Livni. Ha parlato dei suoi precedenti incarichi ministeriali, della rivista Forbes che l’ha indicata come una delle donne più influenti della terra ma ha omesso  una cosa molto grave. La signora Livni è la ministra che è riuscita ad entrare in UK nel 2011 solo con uno stratagemma. Era infatti persona non gradita perché accusata di crimini contro l’umanità a causa della guerra “piombo Fuso”.  Guerra di cui è stata una delle principali artefici e che ha spianato la strada agli altri attacchi su Gaza. Un’altra cosa che ha omesso è che ora, la signora Livni,  fa praticamente il consulente legale di tutti i primi ministri Europei che scrivono sotto sua  dettatura la legge anti BDS che alcuni governi hanno già varato. La stessa Livni ha fatto qualche ammissione in questo senso. In buona sostanza si cerca di rendere impraticabile  quello che quasi tutti i paesi del pianeta hanno utilizzato per sconfiggere l’Apartheid sudafricana.

No signor Severgnini i giornalisti terzisti non esistono, lei è schierato, forse a sua insaputa.

Gianni Lixi (Associazione Amicizia Sardegna Palestina).

Beppe Severgnini e l’erba Israeliana

Gentile Beppe Severgnini il regime di Apartheid Israeliano conoscerà grazie a lei un grosso momento di propaganda. Il suo programma infatti, l’erba dei vicini, giovedì 14/04/16 ospiterà come paese Israele. Questo proprio quando molti intellettuali in tutto il mondo  si stanno mobilitando contro l’Apartheid Israeliano. Intellettuali, artisti , accademici stanno facendo loro le riflessioni che la società civile di quasi tutto il modo ormai da tempo cerca di divulgare. Grazie al passa parola della rete i palestinesi ci informano, praticamente in diretta  su tutte le angherie, i soprusi e le violenze che gli occupanti della Palestina stanno loro procurando. Ormai è impossibile non sapere. Se non sai è perché la cosa non ti interessa e non ti informi ma se fai un programma giornalistico ospitando un paese,  hai l’obbligo morale di informarti. Devi conoscere tutto della  politica discriminatoria e fascista che questo paese sta attuando su una popolazione solo sulla base di una appartenenza etnica diversa. Questo, signor Severgnini si chiama Apartheid. E lo strumento per sconfiggerlo si chiama BDS. Naturalmente se a dirlo fossi solo io non significherebbe certamente molto. Il fatto è signor Severgnini che  Nelson Mandela, l’uomo che ha liberato il suo popolo dall’apartheid, non ci sarebbe riuscito senza uno strumento di lotta pacifico e non violento come Il BDS. A proposito di Mandela poi non le sembra sintomatico il fatto che ai suoi funerali il grande architetto dell’Apartheid israeliana, Netanyahu non sia andato? D’altra parte si sarebbe trovato in buona compagnia. Avrebbe infatti trovato tutti i suoi più grandi sostenitori economici.  Ricordo i servizi strappa lacrime per la morte di Nelson Mandela, anche del suo giornale, dove tutti i grandi della terra si sperticavano le mani applaudendo il feretro di colui che aveva lottato e vinto contro l’Apartheid. Ma quell’uomo qualche anno prima aveva pronunciato una frase molto dolorosa: il mio cuore non sarà mai in pace sino a quando la Palestina non sarà liberata dall’apartheid. Che ipocrisia, che ignobile grande ipocrisia tutto quel batter di mani.

In una risposta che lei diede qualche anno fa  ad un lettore filo israeliano lei scrisse: “… ma so bene che Israele è un paese dinamico, ottimista e giovane; e questa sensazione si trasmette subito a chi arriva”. Come mai gli stessi aggettivi non possono essere usati per i palestinesi? Come può essere dinamico un paese la cui economia è praticamente messa in ginocchio dalle politiche di strozzinaggio degli occupanti? La produzione di olio, olive, arance praticamente non esiste più a causa dell’occupazione delle terre e del furto dell’ acqua (http://www.btselem.org/download/not_even_a_drop.pdf  http://www.ochaopt.org/annual/c7/3.html ). E’ una economia del tutto dipendente dagli aiuti internazionali che per degli assurdi accordi, passano nelle mani degli Israeliani e li distribuiscono con ricatti. Come può essere ottimista un paese che giorno dopo giorno si vede rubare  sotto i propri piedi la terra su cui sono nate, non solo  le generazioni precedenti ma anche quelle che attualmente la abitano. Come può essere ottimista un popolo che ha come unica arma di resistenza temperini, coltelli, sassi, al massimo qualche automobile contro , giubbotti antiproiettili,mitragliatrici, autoblindo, carri armati, aerei, sottomarini, fregate, bombe atomiche? L’unico paese che, per legge,  non si può difendere?  Chi semina veramente quotidianamente il terrore in quell’area del mondo sono delle ragazzine e dei  ragazzini  vestiti da militari con il mitra in mano che quotidianamente rapiscono uomini, donne e bambini palestinesi senza il minimo di una giustificazione legale che peraltro nessun giudice  chiede. Sono quelle ragazzine e quei ragazzini vestiti da militari che dentro un autoblindo bloccano strade non loro, impedendo una vita normale ai palestinesi che in quelle strade devono passare per andare a lavorare o  in ospedale, o a trovare familiari in un paese vicino. Sono quelle ragazzine e ragazzini vestiti da militari con il mitra in mano che nel cuore della notte entrano nelle case dei Palestinesi svegliano i bambini che dormono, li terrorizzano e poi se ne vanno. Sono i capi politici ed i generali che decidono di radere al suolo interi palazzi dove bambini donne uomini e vecchi   stanno cercando riparo sperando invano che all’orrore non si aggiunga orrore.
Tutto questo  per perseguire l’obiettivo sempre meno nascosto dei governi Israeliani: rendere la vita impossibile ai Palestinesi e cacciarli via dalla loro terra.

Più avanti nella stessa risposta lei continua: “Io ho visitato Hebron e non la dimentico facilmente: raramente ho visto così tanto odio in così poco spazio. … Gran Paese (Israele ndr): se vincesse anche la pace dopo aver vinto le guerre, si annuncerebbe per tutti voi  (filo Israeliani ndr)l’età dell’oro! “  Hebron era una florida e dinamica città. La più grande città della Cisgiordania con una popolazione di 17000 persone tenute in scacco da 500 famiglie di coloni che hanno occupato alcune zone della città protetti notte e giorno dai militari Israeliani. Da quando sono arrivati gli occupanti (i primi nella primavera 1968) Hebron ha conosciuto un inesorabile declino sociale ed economico.  Dice che non ha mai visto tanto odio in poco spazio ma non dice chi ha seminato e semina l’odio. Dice che se vincesse la pace arriverebbe anche per gli Israeliani l’età dell’oro. Ma come crede che si possa arrivare alla pace? Dando visibilità all’apartheid Israeliana invitandola a programmi televisivi? Lei signor Severgnini è un giornalista, un  intellettuale che può usare uno strumento non violento e micidiale come il BDS. Se non lo usa, la pace di cui parla è aria fritta. La pace non può arrivare dall’alto ma si deve costruire giorno dopo giorno ed il BDS al momento si sta rivelando l’unico strumento di cui Israele ha veramente paura. Una paura folle.

Gianni Lixi (Associazione Amicizia Sardegna Palestina)

Evviva hanno arrestato Abdeslam. Evviva che cosa?

Grande euforia su tutti i giornali per l’arresto di Salah Abdeslam , con accuse dirette  e velate alla comunità mussulmana. Conferenza stampa congiunta di Hollande e del primo ministro Belga entrambi con sorriso smagliante. Naturalmente come sempre ho difficoltà a capire. Hanno arrestato un ragazzo belga con  un passato di disadattamento sociale, condanne per atti di criminalità, furti, spaccio di droga, con aspirazione ad imporre la propria personalità come riscatto alla sua frustrazione sociale. Nella religione, con cui non aveva quasi nessun rapporto,  Salah ha certamente visto la possibilità, il mezzo per affermarsi. Nella radicalizzazione delle religioni, di tutte le religioni, c’è sicuramente un incitamento alla violenza. C’è nel cristianesimo , c’è nell’islamismo, c’è nell’ebraismo. Gli israeliani si servono quotidianamente della violenza dei coloni, ebrei radicali, che attaccano comunità palestinesi nelle loro case e città .  Anzi qui accade di peggio. IL governo israeliano pianifica proprio l’utilizzo di questi elementi radicali per espropriare sempre più terre ed abitazioni ai palestinesi.  Non sono interessato alle religioni. Ognuna è migliore dell’altra;  e questo lo trovo un ostacolo alla ricerca della fratellanza fra  tutti i popoli . Questo anche  perchè le grandi compagnie finanziarie che guidano il pianeta si servono proprio di questo elemento divisivo per poter raggiungere, attraverso il controllo delle risorse energetiche, del mercato delle armi, del riciclaggio,  introiti miliardari.

Grazie alla ospitalità di sorella e figli vado spesso a Bruxelles.  La rue des Quatre-Vents, dove hanno preso  Abdeslam è la strada dove c’è un simpatico meccanico dove spesso ho portato la macchina. Tra l’altro questo meccanico ha come apprendisti meccanici dei  ragazzi con problemi sociali alle spalle in virtù della collaborazione   con l’assistenza sociale del comune per il loro reinserimento. La parallela di questa strada ospita l’ostello della gioventù molto conosciuto tra i ragazzi di tutto il mondo che vanno in vacanza a Bruxelles.  Se giri per Molenmbeck e quartieri attigui e ti capita di prendere il tram nelle ore di punta,  la maggioranza delle persone che trovi sono  giovani donne belghe di religione mussulmana con carrozzina ed almeno 2 bambini al seguito. La natalità, per motivi sociali e culturali, almeno a Bruxelles, è affidata alla comunità mussulmana e non ne sono affatto preoccupato. Per me potrebbero essere di qualsiasi  estrazione religiosa, anche se come detto preferirei non appartenessero a nessuna religione.

Prima di tornare a Salah vorrei citare una frase non mia ma che ho preso da un manifesto attaccato sui muri della mia città “Le bombe della democrazia hanno causato centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi e gonfiato di odio innumerevoli cuori “. Salah Abdesalam è il terrorista che noi ci siamo allevati. Cosa c’è da esultare per la sua cattura? Preso lui c’è ne saranno tanti altri. E tanto più indecorosi saranno gli incontri che si stanno consumando proprio in questi giorni  nei palazzi della UE tanto più  ne creeremo. Ad Abdeslam  gli hanno anche dato del codardo perché non si è fatto saltare in aria. Non so se sia codardo o no ma è certamente meno codardo dei nostri rappresentanti politici in Europa che, non avendo il coraggio di prendere il mitra e sparare sui profughi , consegnano questi a chi il mitra non ha paura di usarlo e danno 6 miliardi di euro (ripeto sei miliardi di euro! 3+3) ad un paese che il mitra lo usa già contro i kurdi , non rispetta i diritti umani e dove non c’è libertà di stampa. Figuriamoci se si mettono problemi  a respingere migliaia di persone verso sorti indegne di una umana esistenza, quando non incontro alla morte.

L’esultanza potrebbe essere giustificata se si dovesse riuscire a mettere le manette ad un pianificatore del genocidio di un popolo (per esempio Netanyahu),  ad un massacratore di bambini, solo in un mese ne ha uccisi 500 (per esempio Netanyahu); ad uno che sta cercando di far approvare a nazioni sue amiche leggi illiberali per impedire che si utilizzino dei normali strumenti democratici che le stesse nazioni hanno in passato utilizzato per  rovesciare pacificamente il sistema di apartheid sudafricano (per esempio Netanyahu).

Cosa c’è da esultare nell’arresto di uno dei tanti Salah  Abdeslam se non si fa un passo per evitare che se ne formino altri ed anzi, con le politiche scellerate delle cosiddette “potenze occidentali” se ne incoraggia il loro reclutamento?

Gianni Lixi (Associazione Amicizia Sardegna Palestina)