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Antisemitismo, quella sacra parola così vandalizzata

Sto leggendo (rileggendo) “Se questo è un uomo”- di Primo Levi. Non riesco a considerarlo un libro. Per me è una specie di Bibbia. Cioè ci sono i libri e poi c’è “Se questo è un uomo”. Un libro che parla dell’ “arte” della deumanizzazione. Un pugno nello stomaco a cui non possiamo sottrarci. Non c’è scampo, quelli siamo noi. Siamo noi, appartenenti al genere umano,  che abbiamo studiato a tavolino tutti i percorsi più cinici per arrivare al risultato finale che non è la morte ma la deumanizzazione. Dalle parole di Levi: “Distruggere l’uomo è difficile, quasi quanto crearlo: non è stato agevole, non è stato breve, ma ci siete riusciti, tedeschi. Eccoci docili sotto i vostri sguardi: da parte nostra nulla più avete a temere: non atti di rivolta, non parole di sfida, neppure uno sguardo giudice.” “L’ultima traccia di civiltà era sparita intorno a noi e dentro di noi. L’opera di bestializzazione…era stata portata a compimento…”. Il successo del progetto antisemita.

Ogni anno l’uomo cerca di ricordare perché queste cose non abbiano più ad accadere. Ed ogni anno cerco di vedere se in qualche angolo del pianeta ci sono situazioni che possono avvicinarsi alle atrocità di quel periodo storico. Penso ai Rohingya, ai margini della società in tutti i paesi in cui si sono rifugiati costretti in campi profughi deumanizzanti. Penso ai mussulmani in India cacciati e bastonati per le strade contro i quali si fanno leggi che li costringono  a vivere sempre più in uno stato di marginalizzazione. Penso ai mussulmani Uyghuri in Cina internati in campi di rieducazione. Penso ai nostri migranti che lavorano per noi, super sfruttati e che vivono in campi fatiscenti e deumanizzanti e che non possono neanche avere lo stato giuridico di  profughi a causa di una legge fatta da un governo italiano presieduto da Giuseppe Conte e sostenuto da Matteo Salvini e Luigi di Maio. Penso alle decine e decine di campi profughi dove i Palestinesi sono costretti a vivere in condizioni di assoluta precarietà. Penso alla disumanizzazione scientifica perpetrata dagli occupanti israeliani che si manifesta nelle forme più svariate: dall’incursione notturna dei terroristi dell’esercito israeliano nelle case palestinesi , svegliando di soprassalto tutti,  e terrorizzando i bambini  con il solo scopo di incutere paura e di deumanizzare (qui in italiano) (qui in inglese). Penso alle attese di ore nei check point disseminati in tutta la Palestina occupata. Attese di ambulanze con feriti, di ambulanze con  donne gravide che costringono la giovane donna e suo marito ad implorare di farli passare. Penso all’insegnante palestinese che con la scusa della perquisizione è costretto a denudarsi davanti ai suoi alunni. Penso a tutte queste situazioni deumanizzanti ed ad altre simili, ma non riesco ad avvicinargli il termine antisemita. E non perché non siano altrettanto drammatiche o perché il termine non sia corretto da un punto di vista linguistico (nel caso dei Palestinesi tra l’altro lo sarebbe anche essendo un popolo semita) ma perché quella parola ha assunto per me un significato sacro e credo vada utilizzata con  molto rispetto e prudenza. Rispetto per il ricordo del sangue e dell’abbruttimento spirituale che per moltissime persone ha rappresentato. Prudenza perchè la forza che si porta appresso non deve essere sminuita da un uso superficiale e propagandistico. Chi è invece che usa con molta disinvoltura quella parola? Sono proprio gli israeliani e gli ebrei che fanno gli interessi degli israeliani in occidente. C’è un disegno propagandistico che mira ad etichettare tutto quello che è antisraeliano come antisemita.

Qualche mese fa con cinismo ed in spregio al suo sacro significato, sono riusciti, utilizzando questa parola a decretare la fine di Corbyn, il leader laburista in UK, ed a fare eleggere un nuovo segretario, sionista dichiarato. Se volete approfondire come vengono artatamente e scientificamente portate avanti queste accuse di antisemitismo vi consiglio questo bell’articolo di Miko Peled (in inglese qui). Un’altra interessante fonte  su come venga utilizzata a sproposito dai sionisti la parola antisemita è in questa bellissima inchiesta di Al Jazeera (qui).

La Hasbara, l’istituto di propaganda israeliana, ha tra i suoi scopi quello di cercare di influenzare l’opinione pubblica mondiale sulla percezione che questa ha di israele. Uno dei sistemi che utilizza è cercare di occupare quante più testate giornalistiche per ammorbidire molte notizie su israele a danno dei palestinesi. Gli ebrei sono una minoranza nel pianeta, però sono presenti in percentuale elevatissima nei media. Dire questo, secondo gli israeliani e gli ebrei filo israeliani significa dire una cosa antisemita. Cioè dire che dei signori super potenti e super pagati indirizzano artatamente l’informazione su israele, è antisemita. Ma che cosa c’entra? Cosa c’entra questo con l’antisemitismo? Solo una persona cinica e bara può usare con sfrontatezza questo termine alto e grondante di sangue ad uso propagandistico. Se dici che per cercare di interrompere l’occupazione della Palestina e le angherie che i Palestinesi sono  costretti a subire, è meglio il boicottaggio di israele piuttosto che la lotta armata, allora sei antisemita. Cioè se boicotti uno dei paesi più potenti del pianeta, sorretto dalla quasi totalità dei  governi del pianeta, prevalentemente di destra, sei un antisemita. Ma come può anche solo minimamente essere accostabile la parola antisemita ad una iniziativa di lotta pacifica? Come possono molti paesi produrre leggi contro il BDS (Boycott, Disinvestment and Santions) tacciandolo di antisemitismo? La risposta è solo una : propaganda. Qui non c’è solo un utilizzo improprio di una parola ma lo svillaneggiamento  della parola che condensa in se il significato più atroce per l’essere umano: la sua “bestializzazione”.

Gianni Lixi

 

Silvia scusaci

L’articolo 661 del codice penale condanna chi abusa della credulità popolare. Credo che sia un articolo non applicato quanto dovrebbe. Gli stessi che ora lanciano strali,  parole scomposte ed aimè anche atteggiamenti minacciosi, contro Silvia Romano, sono gli stessi che brandiscono rosari, presepi, processioni, messe, nell’ intento di accattivarsi la simpatia di persone fragili e senza un grande background culturale, abusando della loro credulità perché possibili elettori. Ora usano l’islam, una delle religioni più diffuse del pianeta per aizzare l’odio e guadagnare consensi, l’altro giorno erano i migranti.

Sono per il superamento delle religioni. Sono uno strumento  che tutti i poteri politici usano per dividere anziché per unire. Un bel paradosso: quello che dovrebbe affratellarci viene utilizzato per dividere. E d’altra parte le religioni tutte si prestano a questo. Quale uomo che aderisce ad una religione pensa che la sua non sia la migliore? Hanno in se un elemento divisivo dalla nascita. Non si diventa fratelli con le religioni. Ci si deve sforzare di diventare fratelli, come tutti gli incontri interconfessionali (più che benvenuti) che  si promuovono in questo senso dimostrano.

Capisco però che il trasporto che un individuo ha di aderire a questa o a quella religione nasce, quando non è una adesione automatica come può accadere quando si aderisce ad una religione egemonica nel tuo ambito culturale (la religione cattolica in Italia, altre religioni in altri paesi) da una esigenza di spiritualità. Questa è una componente che non credo sia dissociabile dalla natura umana. La spiritualità si può vivere in tanti modi, non solo religiosi, anzi direi che le religioni sono in questi ultimi decenni in fase di decadenza. La spiritualità per la terra, per i suoi frutti, per l’uomo stesso, senza intermediazioni religiose. Sia come sia, la scelta deliberata e non automatica di una religione ha alla base la ricerca di spiritualità. Questo è un fatto molto intimo e trovo pornografico che ci sia qualcuno che spogli questa intimità. Tanti, troppi giornalisti non solo nelle testate di destra ma anche nelle testate meno reazionarie (micromega per esempio) hanno sentito un irrefrenabile impulso di cercare di interpretare (in genere sminuendolo) questo delicato, imperscrutabile ed intimo passo fatto da Silvia.

Durante la prigionia di Silvia ogni tanto mi scendevano le lacrime a pensarla. Forse perché al posto suo ci sarebbe potuta essere mia figlia che lavora nel campo dei diritti umani e che ha lavorato in Africa. Mi succedeva la stessa cosa pensando a Giulio Regeni. Forse  perché un altro figlio faceva in quegli anni un percorso simile al suo. E se penso a Patrick  Zaky è lo stesso.

Da padre, e da cittadino del mondo, gioisco per il ritorno di Silvia anche se mi angoscia la gogna mediatica a cui è costretta, e continuo a piangere Giulio che non è ritornato.

Gianni lixi

La brigata inglese ebraica è solo un pretesto della propaganda israeliana

 

Com’è arcinoto, sono moltissimi gli ebrei partigiani che hanno contribuito a liberare l’Italia dal fascismo. Ricordare con una giornata nazionale i partigiani che hanno perso la vita per la liberazione dal fascismo,  significa affermare che sistemi di oppressione e di violenza come quello sono banditi da questo paese. Non è una festa di libertà, la liberta è una conseguenza. E’ la ricorrenza della liberazione dal fascismo, un sistema che o combatti o  sposi, non ci sono alternative. Per dirla con una riuscita sintesi di Potere al Popolo ” il 25 aprile è divisivo solo se sei fascista”.

Da qualche anno israele sta cercando di avere visibilità provocando divisioni all’interno della manifestazione del 25 aprile usando la brigata inglese ebraica come cavallo di Troia per poter sventolare i suoi vessilli. Naturalmente è un progetto della Hasbara israeliana una organizzazione che muove una immensa quantità di denaro per fare propaganda. E lo fa anche con i giornali. Attraverso redazioni  compiacenti, si manda avanti  un pezzo o lo si raffredda a seconda delle convenienze del momento, come ben ci spiega un famoso giornalista inglese che ha lavorato al Guardian, Jonathan Cook  in questo pamphlet  La Repubblica torna sul tema della brigata intervistando in due articoli di Simonetta Fiori lo storico Marco Revelli (qui) e  Piero Cividalli un partigiano, antisalviniano dichiarato che ha fatto parte della brigata inglese ebraica (qui). Cividalli l’anno scorso in una intervista  (qui)  ad una giornalista di destra Salviniana  che è andata ad intervistarlo nella sua casa di Tel Aviv si è espresso contro la visita di Salvini in Israele cosa che ha fatto sobbalzare la sua interlocutrice. In un altro articolo di Globalist  (qui) Cividalli se la prende sempre con Salvini e con l’avanzare delle destre e dei sovranismi.

Perchè utilizzare un vecchio partigiano come Cividalli per alimentare le divisioni visto che non centra molto con le bandiere israeliane che in questo periodo sono il vessillo delle destre (vedi Salvini e Meloni) , del sovranismo e tramite l’America,  della supremazia della razza bianca (ancorchè antisemita) ?

Per quanto riguarda la brigata inglese ebraica , le accuse tra chi l’avversa e chi non l’avversa sono banali e per me di scarso interesse perché il problema non è la brigata inglese ebraica. Ogni anno le accuse che si leggono sono (gli uni agli altri):  non conoscete la storia…   sono state formate da Churchill…. si ma noi eravamo autonomi…..si ma  c’erano anche arabi….. abbiamo affiancato i partigiani…. si ma l’italia era già liberata….no ci siamo uniti ai partigiani del nord…, tutto questo a me interessa veramente poco. La brigata ebraica come detto è un pretesto che la propaganda israeliana usa maldestramente. Non è quindi questo il punto.  A me piuttosto interessa entrare nel merito del sistema di oppressione fascista e come,  il ricordo della liberazione da quel sistema abbia l’intento di evitare che queste cose si ripetano e per questo ringraziamo tutti i partigiani, anche a quelli della brigata ebraica.

Torniamo quindi a Cividalli.  E’ un italiano che vive a Tel Aviv, anzi più precisamente a Ramat Gan, un tempo periferia di Tel Aviv  ora inglobata a tutti gli effetti. Ramat Gan e’ un insediamento israeliano nato con l’acquisto di terre palestinesi da parte dei sionisti nel 1929. Stando ad una sua  intervista sul sito della casa editrice sionista La Giuntina (qui) il padre di Cividalli era un fervente sionista della prima ora. “A casa nostra-  in Via Andrea del Castagno a Firenze -dice Cividalli- c’erano gli uffici del Keren Ka Yemet, un ente per raccogliere fondi per comprare terreni qui in Palestina” e continua “ La nostra partenza da cosa fu determinata?  Dalle leggi razziali o dal sionismo di mio padre? Credo di poter dire da ambedue”.  Poi il giovane Cividalli a 22aa “…mi presentai immediatamente e il primo febbraio del ’48 cominciai l’addestramento nell’Haganà, l’esercito ebraico”.  Naturalmente non era un esercito, siamo prima della dichiarazione del piano di partizione del  ‘48,  era una organizzazione terroristica responsabile di molti attentati e massacri. Questi sono stati studiati da molti storici, primo fra tutti uno storico israeliano, Ilan Pappè che ha lavorato su  molti documenti desecretati qualche anno fa,  ed interpretati come pulizia etnica (La pulizia etnica della Palestina – Ilan PappéFazi 2015). Uno fra i molti è il massacro di Deir Yasin del 09/04/1948 raccontato da un sopravissuto Dawud A Assad in :  Palestine Rising: How I survived the 1948 Deir Yasin Massacre  –  XLibris  September 24, 2010. O se questo sembra troppo di parte potrei citare il documento dell’ONU  Document symbol: A/AC.21/UK/113 (qui) dove sono anche presenti delle ipocrite scuse.  Cioè non facevano azioni di resistenza per liberare un popolo, ma vere e proprie azioni di conquista  e di pulizia etnica, che spesso avevano lo scopo di spaventare la popolazione per indurla a scappare,  e poter  conquistare ed annettersi le terre.  Questo era il sionismo.  Questo è il sionismo.

E torniamo ancora a Tel Aviv quartiere di Ramat Gam dove vive Cividalli. Anzi, scusate un inciso prima. In  questo bell’artico di Gideon Levy, il bravo giornalista israeliano (qui) inizia con un incipit : “La nostra amata Tel Aviv, la cui reputazione di città illuminata e aperta è famosa nel mondo, è costruita in parte sulle rovine di villaggi palestinesi – e rifiuta di riconoscerlo”. Segue un elenco dettagliato di  villaggi. Io mi occuperò di due villaggi che stanno, che stavano, a poca distanza da casa di Cividalli, non compresi nell’elenco di Levy.  Salama , distretto di Jaffa, la popolazione al 1948 era di 7810 palestinesi, occupata il 30/04/1948 , operazione militare “Bi’ur Hametz”, unità occupante “Alexandroni”. Il villaggio prima di riuscire ad essere occupato è stato sottoposto più volte ad attacchi iniziati 5 mesi prima della sua conquista.  Nei documenti dell’Hagana si legge che nel dicembre del ‘47 “ il comando dell’Hagana a Tel Aviv decise di attaccare l’infame villaggio di Salama”. Questo attacco non ebbe successo. Per chi volesse continuare a conoscere come sono andate le cose può collegarsi con l’interessante sito di Zochrot (qui) dove ci sono testimonianze di un famoso storico dichiaratamente sionista come Benny Morris. Voglio solo aggiungere che della cittadina rimangono  ancora un discreto numero di abitazioni, alcune delle quali abitate da israeliani;  4 caffè, due cimiteri . Di 4 case si è riuscito a risalire al nome dei proprietari palestinesi: Ahmad Muhammad Salih, Mustafa Abu Najm, Abu Jarada, and Abu ‘Amasha. Così come anche per i 4 caffè del villaggio: Muhammad al-Hawtari, Abu ‘Asba, Sha’ban al-Naji, and al-‘Arbid. Dei due cimiteri, in una ci sono erbacce, nell’altro un parco israeliano.

Sempre a poca distanza dalla casa di Cividalli stava un altro villaggio, più piccolo.  Al-Jammasin al-Sharqi, distretto di Jaffa, la popolazione al 1948 era di 850 palestinesi, data di occupazione 01/04/1948, unità occupanti Irgun e Hagana, alcune case sono ancora visibili e sono state incluse insieme ad altri edifici nelle strade di Tel Aviv.

Sempre nell’intervista della casa editrice sionista La Giuntina c’è un’altra agghiacciante ammissione “….Avevo una grande fiducia che il popolo ebraico, con tutte le sofferenze che aveva passato, potesse essere un popolo diverso, più elevato, superiore. La guerra mi fece passare queste idee….”  “….militavo nella Brigata Giv’ati…. era il 15 maggio del ’48, me lo ricordo bene perché ci si aspettava che proprio quel giorno arrivasse la dichiarazione ufficiale di Ben Gurion si trattava di conquistare un’altura su cui c’era il piccolo villaggio arabo di Abushusha (si pronunciava così), oggi scomparso… di arabi non c’era quasi più nessuno, solo un gruppo di ragazzetti… l’ufficiale, o forse era un sergente, diede l’ordine di ammazzare tutti i ragazzi… vederli fucilare, così, in ginocchio…” . Aggiungo qualcosa io che forse Cividalli non ha ricordato o ha omesso; il villaggio in arabo si chiamava Abu Shusha, distretto di Haifa, la popolazione al 1948 era di 840 palestinesi, l’occupazione avvenne il 10/04/1948 (al-Khalidi, Walid (ed.). All that remains: the Palestinian villages occupied and depopulated by Israel in 1948. Washington DC: 1992). Quindi alla data riferita da Cividalli il villaggio era già stato occupato, il massacro dei ragazzini avvenne quindi deliberatamente (come peraltro fa intendere Cividalli) a puro titolo dimostrativo, per incutere paura alle popolazioni vicine ed indurle a scappare secondo una tecnica consolidata di pulizia etnica.

Oggi si continua, c’è in programma l’annessione della Cisgiordania per arrivare al grande sogno sionista della “Eretz Yisrael dal mare al Giordano”. Mi chiedo cosa ci sia più da annettere in  Cisgiordania,  con tutti gli insediamenti dei coloni, a parte qualche città e villaggio, la West Bank  (Cisgiordania)così come era stata intesa non esiste più perchè israele non ha mai rispettato i patti. Coloni che si servono di leggi fatte ad hoc per occupare le terre e costruire case, che razziano nelle terre palestinesi rimanenti distruggendo oliveti scortati dall’esercito israeliano, uno stato etnocratico integralista  che ha una doppia legislazione, una per gli israeliani ed una  per i palestinesi che non sono israeliani e che non possono votare i parlamentari che votano quelle leggi, quadro che caratterizza  una chiara e poco confutabile situazione di apartheid. Uno dei paesi che ha il più alto numero di prigionieri al mondo per reati di opinione (certamente  il più alto in percentuale alla popolazione), che oltre alle migliaia di adulti, riesce ad ammazzare in un mese 500 bambini, più quelli che muoiono perché non viene garantito loro un uguale accesso alle cure. Secondo molti intellettuali ed esponenti anche di sinistra le bandiere palestinesi alla manifestazione del 25 aprile non c’entrano nulla. E perché? Si può manifestare solo contro il fascismo italiano? Non è fascismo? No non si può chiamare fascismo perché  mancano le tradotte ed i sei milioni mandati a morire nelle camere a gas!

Sono gli stessi partigiani, che ricordo sono gli ideatori ed organizzatori della giornata del 25 aprile, che ogni hanno ripetono: “contro tutti i fascismi del mondo, perché non si ripeta più”. Come lo vogliamo chiamare? Nuovo fascismo? Quasi fascismo?

Semmai chi è in disaccordo con le bandiere palestinesi  potrebbe  chiedersi come mai il 25 aprile non ci siano anche altre bandiere espressione di altri fascismi presenti sul nostro pianeta! Certo ai filo israeliani  da certamente  fastidio il fatto che in Italia ci sia una profonda coscienza  delle ingiustizie che vive il popolo Palestinese, e non tollerano che le bandiere palestinesi alla manifestazione del 25 aprile  siano una conseguenza di questi sentimenti così diffusi. E’ proprio questo che israele attraverso  l’hasbara cerca di contrastare,  ed ha quindi  tirato fuori il pretesto della brigata ebraica per poter controbilanciare le bandiere del popolo che lui aggredisce.

Gianni Lixi

 

Quella brutta parola

Lavoro sommerso per necessità, imprenditori che diventeranno (stanno già diventando) ostaggi delle varie mafie che al momento dispongono di quella liquidità tanto importante ora e  che sarà capace di calamitare, magari con  forme subdole, anche il più onesto degni imprenditori. Piccole partite IVA che vivono del loro  lavoro giorno per giorno senza mai aver avuto  la possibilità di poter accantonare nulla e che quindi hanno il granaio completamente vuoto. Il barbiere dove mi taglio i capelli  da da vivere a  due famiglie, l’affitto , il materiale da pagare, gli impegni fiscali rimangono quasi tutti, e le famiglie pure. Il ceramista che vive di quello che fa giorno per giorno ed è regolarmente iscritto all’artigianato è nelle stesse condizioni. Ma mi voglio spingere oltre, (perché alcuni non lo giudicheranno molto popolare) il mio amico dentista che ha un piccolo ambulatorio. Bravo, modesto e soprattutto onesto nel pagare le tasse. Pagando regolarmente le tasse e dovendo vincere una spietata concorrenza di franchising odontoiatrici dalla dubbia moralità, non ha certo avuto la possibilità con una famiglia di 4 persone, di mettersi da parte denaro (l’odontoiatria è molto cambiata da 20 aa a questa parte) affitto, fornitori, bollette, sono li,  ma l’ambulatorio è vuoto. Dall’ordine dei medici gli hanno anche scritto una lettera informandolo che se malauguratamente un paziente si dovesse infettare l’assicurazione non lo copre ( e spesso soprattutto per le urgenze odontoiatriche la visita è supplicata dai pazienti!) ed oltre alla sua famiglia ha un’altra famiglia, quella dell’assistente di poltrona che dipende da quell’ambulatorio. Sentiamo dire la situazione è grave, tutti insieme ce la faremo, eurobond, incrementare il debito , gare di solidarietà, quanto siamo generosi…! Sparate di cifre stratosferiche quasi sempre in favore di telecamera (che in questo periodo sono i telefonini), ma nessuno ha ancora mai parlato dell’unica vera importante risorsa che abbiamo:  una tassa di solidarietà. Non ho niente (o quasi) con le donazioni se chi dona non si lamenta se si dovesse predisporre una nuova tassa per aiutare chi, adesso, mentre scrivo, ha  urgente bisogno. Il mio ragionamento è partito dal fatto che l’altro giorno nel mio conto mi hanno accreditato lo stipendio, al mio barbiere, all’amico ceramista, all’amico dentista niente. Io posso andare a fare la spesa, anzi posso finanche risparmiare, perché i consumi sono diminuiti giocoforza, molti ma molti altri no. Si ha paura di usare quella parola, tassa. L’opposizione potrebbe cavalcarla! A parte tutte le iniziative che si stanno prendendo Io credo che non ne usciamo se chi adesso percepisce regolarmente uno stipendio, sanità, amministrazioni, filiera logistica indispensabile, scuola, non metta  mano al portafoglio e paghi secondo il solito principio della proporzionalità. Si anch’io mi arrabbio spesso con quegli autonomi che non pagano le tasse, però ora per me sono tutti come i miei amici di cui sopra. In un paese dove purtroppo è quasi sempre valido il principio che si è colpevoli sino a prova contraria mi piacerebbe applicare il principio che tutti i lavoratori autonomi sono innocenti sino a prova contraria! Mi piacerebbe sentire parlare meno di donazioni e più di tasse. Chissà che non si scopra, sempre secondo il principio della proporzionalità, che chi adesso “dona” in realtà potrebbe e dovrebbe “donare” molto di più!

Gianni Lixi

Grave leggerezza (scivolone) del “Theandric Teatro Nonviolento”

Sono tra chi sostiene che la nonviolenza sia un potente strumento e che, laddove si possa utilizzare, si deve percorrere questa strada perchè in taluni casi si riesce davvero a disarmare l’avversario. È con tristezza, però, che ricordo il viso sorridente di Rachel Corrie e le sue mani libere da qualsiasi strumento offensivo e, qualche secondo dopo, il suo corpo esanime a terra travolto da un soldato israeliano a bordo del suo gigante bulldozer. Il suo torto? Opporsi alla demolizione di una casa palestinese in territorio palestinese con la sola forza non violenta del suo corpo. Penso ai giovani palestinesi di Gaza che manifestano in prossimità del confine con in mano solo la bandiera del popolo palestinese, colpiti con mira spietata e infallibile dai cecchini dell’esercito israeliano, vera arma di terrore per il popolo palestinese. E naturalmente penso ai bambini, alle famiglie ammazzate nel sonno durante i bombardamenti su Gaza. Militari armati da tutti i governi israeliani dal 1948 ad oggi. È difficile, è veramente difficile pensare che tanta brutalità possa essere vinta con la sola forza della non violenza e della danza!

Mi ha molto colpito quindi la nota molto risentita e perfino minacciosa (“Ci riserviamo di ricorrere nelle sedi opportune per ogni notizia falsa pubblicata”) che gli organizzatori del “Love Sharing” (festival di Teatro e cultura nonviolenta), hanno fatto all’associazione Sardegna Palestina che si è giustamente lamentata dell’evento per aver accettato finanziamenti (in termini di rimborso biglietti e pernottamento come sempre si fa in queste manifestazioni) dall’ambasciata israeliana.

Precisano gli organizzatori che Nimrod Freed l’israeliano invitato da loro con fondi dell’ambasciata israeliana “promuove una cultura di pace, …è direttore della compagnia di danza Tami Dance Company, è un ferreo pacifista che afferma che “per tutta la nostra vita speriamo, preghiamo e danziamo per la pace. Vorremmo davvero che questo eterno conflitto si risolvesse pacificamente.”  Nutro una sincera diffidenza nei confronti del signor Nimrod Freed, non sono convinto che sia veramente animato da sentimenti di pacificazione con il popolo palestinese o comunque che lavori per questo, come cercherò di dimostrare.

Di seguito riporto i nomi degli artisti israeliani che chiedevano ad altri artisti internazionali di boicottare Eurovision song conest a Tel Aviv 2019 : Aviad Albert musicista, Shlomit Altman artista, Meira Asher sound artista, Kerem Blumberg film maker, Dror Dayan filmaker, Anat Even filmmaker, Ohal Grietzer musicista, Nir Harel artista, Avi Hershkovitz film director, Liad Hussein Kantorowicz performance, Noki Katan artist, DJ Jonathan Ofir  direttore d’orchestra e violinista, Hagar Ophir installation and performance artista, David Oppenheim artista, musicista, Michal Peleg scrittore, Nira Pereg artista, Timna Peretz, filmmaker Sigal Primor, artista Danielle Ravitzki, musicista, visual artist Ben Ronen, visual artist Michal Sapir, musicista, scrittore Anka Schneidermann, artistaYonatan Shapira, musicista Eyal Sivan, documentary filmmaker Eran Torbiner, documentary filmmaker Eyal Vexler, art and cultural producer and curator; Oriana Weich,artista.

Ed ecco alcune motivazioni che hanno portato gli artisti israeliani a boicottare l’evento:

“Noi, ebrei israeliani che desideriamo vivere in una società pacifica e democratica, riconosciamo che non c’è modo di ottenerla senza porre fine all’oppressione del nostro governo su milioni di Palestinesi. Una società non può essere considerata democratica se mantiene un dominio militare su milioni di persone, negando loro i diritti fondamentali, incluso il diritto di voto…”

…Nella stessa Tel Aviv Israele  espelle  i nativi  palestinesi di Giaffa usando mezzi economici e pseudo legali, sfrattando le famiglie, demolendo le  case e trascurando e distruggendo interi quartieri….

..Abbiamo riflettuto profondamente sulle esibizioni programmate. Da un lato, sarebbe meraviglioso ascoltare la vostra  musica e i vostri  messaggi di inclusività. Dall’altro, questo messaggio  sarà diffuso a Tel Aviv, e sarà usato da Israele come mezzo di pubbliche relazioni per distrarre dalla sua occupazione militare, dalle politiche di apartheid e dalla pulizia etnica contro il popolo palestinese. Sarebbe un perfetto diversivo. Noi, come artisti, non possiamo tacere mentre le nostre controparti palestinesi soffrono in silenzio disumanizzazione e violenza, e vi chiediamo di unirvi a noi per denunciare. Gli artisti palestinesi vi hanno esortato a ritirarvi dall’Eurovision e noi ci uniamo alla loro esortazione, per il loro bene e per il nostro futuro.

Nimrod Freed, artista israeliano: non pervenuto.

Scorrendo frettolosamente i curricula degli artisti firmatari, si evince che molti sono stati costretti o hanno lasciato Israele per vivere in altre città europee. Per motivi di spazio e per non appesantire lo scritto mi soffermo su un artista, Jonathan Ofir  direttore d’orchestra e violinista che ora vive in Danimarca. In un articolo per “The Turban Times” scrive: “Sin dall’inizio i sionisti avrebbero sperato che la Palestina sparisse. Dapprima per loro era “una terra senza popolo”, poi Golda Meir disse che “la Palestina non esiste (1969)”, poi Moshe Dayan disse che “la Palestina non esiste più. È tutto finito (1973)”. Ma non è finita, non se n’è andata, non se ne sono andati!”

Ecco cosa si legge invece sul sito di Nimrod Freed: Nimrod’s works are successfully performed world-wide and in Israel. Italy – the International Biennale of Architecture in Venice; New York –Central Park SummerStage Festival; China – Shanghai Expo, the world’s largest exposition, and the Guangdong Festival; Australia – among the opening performances of the huge prestigious Brisbane Festival, in an international co-production; Johannesburg – the interdisciplinary Biennale for Architecture; India – the international film festival in Goa; Tokyo – performances with international cooperation with the Japanese Stage  Designers Organization; Europe – the Minsk Opera House in Belarus; Portugal, Croatia, Romania, Germany, Cyprus,  Spain; Israel – the Israel Festival in 1990, 2007, 2008, 2011, Spring Festival in Rishon LeZion, Akko Festival, Bat Yam Festival, Carmiel Festival, Suzzanne Dellal- International Exposure Festival, etc.,  in addition to performances at more than 40 cities and communities throughout Israel.”

Cioè è andato dappertutto ma non è andato in Palestina!! Un pò pochino per uno che dice che con la danza vuole aiutare a risolvere pacificamente questo conflitto (si lo chiama proprio così!).

Nella note biografiche di Jonathan Ofir  direttore d’orchestra e violinista israeliano e in quelle degli altri artisti firmatari dell’appello al boicottaggio dell’Eurovision contest song non c’è naturalmente traccia di finanziamenti ricevuti dal governo israeliano.

Nel sito di Nimrod Freed si legge invece: “It is supported by the Ministry of Culture and Sport, the Culture Administrationdepartment of Dance,The Lottery Council for Culture and Art, the Foreign Ministry – the Division for Culture and Scientific Relations, Tami House Central Tel Aviv Community Center, Choreographers’ Association.

Ora, è del tutto evidente il tipo di ritorno di immagine che ha Israele nel mandare in giro un artista che non parla delle nefandezze del suo paese ma che trasmette un messaggio di non violenza e arte in forma di danza. Delle due l’una: o questo artista si comporta inconsapevolmente facendo l’utile idiota (e per un artista è imperdonabile); oppure, come forse è più probabile, i soldi del ministero che lo sponsorizza sono a piè di lista del libro paga della Hasbara, l’ente di propaganda israeliana che ha un budget più alto del ministero dell’interno.

A questo punto gli organizzatori del convegno hanno uno strumento non violento e pacifico per non prestarsi a strumentalizzazioni: riconoscere con umiltà che l’errore è stato fatto in buona fede. Sarebbe già abbastanza.

Naturalmente poi sarebbe opportuno che tutte le associazioni che hanno dato la propria adesione prendessero ufficialmente le distanze sopratutto quelle che in altre occasioni hanno espresso solidarietà al popolo palestinese.

PS: Ho appena appreso che Mouhamed Dieng ha revocato con una comunicazione ufficiale la sua partecipazione all’evento quando ha saputo che tra gli sponsor c’era l’ambasciata israeliana.

Gianni Lixi

‘Night of the Atrocity’

Ecco cosa è successo la notte del 24 marzo nella prigione di Ketziot nel Negev, lontano dagli occhi del pubblico: 100 prigionieri palestinesi, legati mani e piedi con fascette di plastica, sono stati gettati a terra, picchiati con bastoni e sparati con Tasers. Al mattino, le manette di plastica sono state sostituite con quelle in acciaio, e sono stati incatenati l’uno all’altro a coppie.donna per i prigionieri Sono rimasti  così per un giorno e mezzo, sotto il cielo del freddo deserto, senza acqua, senza cibo, senza servizi igienici. La maggior parte avevano ferite, alcuni sanguinavano. La pioggia che cadeva su di loro si mescolava al sangue che scorreva dalle loro ferite.Sono stati feriti quando forze speciali del Servizio carcerario israeliano, della polizia di frontiera e della polizia regolare – un totale di circa 300 guardie e ufficiali – hanno invaso le loro sezioni della prigione dopo che un prigioniero ha pugnalato e ferito due guardie con un picco improvvisato. Ciò è accaduto mentre i prigionieri venivano spostati da un’ala all’altra della prigione , in risposta alla tensione che ha recentemente attanagliato quel carcere che questa settimana ha portato a uno sciopero della fame da parte dei detenuti associati alla Jihad islamica di Hamas.

La situazione era diventata particolarmente tesa tra le guardie di Ketziot ei prigionieri dopo che ai palestinesi sono stati bloccati i loro cellulari – con il pretesto che la misura era stata adottata per preservare i prigionieri dalle radiazioni del telefono.  Tale restrizione,fatta passare per una falsa tutela, ha fatto arrabbiare ancora di più i prigionieri, ancora più isolati dalle proprie famiglie. In seguito sono arrivate le pugnalate e poi i brutali atti di punizione e vendetta da parte dell’IPS e delle forze di polizia contro i detenuti nell’ala A-4. Hanno usato taser e mazze su quasi tutti i prigionieri dell’ala. Ci sono stati dozzine di feriti, otto sono stati portati all’ospedale in elicottero.

I media locali hanno riportato poco o nulla di questi eventi. Questa settimana, tuttavia, è emersa un’opportunità per conoscere quello  che è realmente accaduto il mese scorso.  Due settimane fa un prigioniero è stato rilasciato da Ketziot. Anche lui fu ferito nella notte delle atrocità ed è stato ricoverato in ospedale. Ora, dopo che è stato dimesso e liberato, ha ancora bisogno di essere medicato.

Mohammed Salaima, sua moglie, Ruseila, ei loro due figli – Yazar di 2 anni e Mayis di 8 mesi, nato mentre suo padre era a Ketziot – vivono in un piccolo appartamento di una stanza nel quartiere di Jabel Kurbaj a Hebron. È un panettiere sorridente e tozzo di 25 anni, incarcerato per due anni dopo essere stato condannato per aver tentato di pugnalare ad Hebron dei poliziotti fuori dalla Tomba dei Patriarchi .salaima

Il 29 marzo, cinque giorni dopo l’esplosione di disordini a Ketziot, Salaima ha terminato la sua pena ed è tornato a casa. Lo abbiamo incontrato lì questa settimana insieme a Musa Abu Hashhash, un ricercatore che lavora per l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem. Per tre ore Salaima ci ha descritto gli eventi della notte del 24 marzo, che ha definito la “notte dei crimini” e la “notte delle atrocità”.

Prima di allora, ha parlato francamente del motivo per cui aveva tentato di pugnalare il Border Policeman. L’idea gli è venuta nel 2014, quando è iniziata l’ondata dei cosiddetti attacchi da lupo solitario. Era particolarmente sconvolto dopo l’uccisione, nel settembre 2015, di Hadeel Hashlamoun di Hebron, che divenne un’eroina locale; la diciottenne, che indossava il velo, aveva destato il sospetto di soldati a un posto di blocco ed è stato colpito a morte. Un’indagine delle Forze di Difesa Israeliane ha stabilito che i soldati avrebbero potuto arrestarla invece di ucciderla.

I social network e le trasmissioni della stazione televisiva Al-Aqsa di Hamas, insieme a una canzone nazionalista scritta in memoria di Hashlamoun, hanno suscitato sentimenti molto forti in lui, ci riferisce Salaima, anche se la ragazza lui non la  conosceva così come non ha mai conosciuto nessun altro palestinese ucciso dalle forze Israeliane. Voleva dare a sua figlia il nome  Hadeel, ma dalla prigione non ha potuto mettersi in contatto con la sua famiglia. In ogni caso, per mesi ha combattuto con se stesso, rimandando ripetutamente l’attacco con coltelo che stava progettando, senza dirlo a nessuno. Ma una sera nella casa dei genitori ha avuto una discussione con suo fratello che è degenerata in una violenta rissa che è culminata con una ferita provocata da un sasso lanciato da suo. Dopo questo episodio ha deciso di portare avanti il piano che stava rimandando da molti mesi  – per dimostrare a suo fratello che anche lui era un vero uomo.

La moglie di Salaima era incinta all’epoca; il loro primogenito aveva 7 mesi – “Ma la decisione era già presa”, dice. La mattina del 5 maggio 2017, il giorno dopo il bisticcio con il fratello, ha afferrato il coltello più lungo in cucina, si è messo un cappotto per nascondere l’arma (nonostante il caldo) ed ha raggiunto  la Tomba dei Patriarchi . All’ingresso c’erano solo pochi poliziotti di frontiera e decise di aspettare che arrivassero altri. Pensò che sarebbe stato in grado di pugnalare  alcuni ufficiali, uscirne vivo e persino fuggire. Ma suscitò il sospetto di due poliziotti, che si avvicinarono e gli spararono due volte, alla vita e al bacino. Cadde a terra, gridando “Allahu akbar” – Dio è grande – e “Non c’è altro Dio che Allah, e Maometto è il suo profeta”, il verso recitato prima della morte. Era sicuro di morire.

Salaima è stato ricoverato in ospedale per un mese all’Hadassah Medical Center di Gerusalemme, con le braccia e le gambe legate al letto e per un altro mese nella struttura medica dell’IPS a Ramle. È stato condannato a due anni in patteggiamento, in quanto il pubblico ministero ha apparentemente preso in considerazione la sua grave ferita e altre circostanze personali. Le stesse motivazioni che ha raccontato a noi sul perchè a scelto di compiere questo gesto, le ha riferite nei suoi interrogatori. E’ stato incarcerato a Ketziot nell’ala dove si trovano i prigionieri di Hamas e della Jihad Islamica.

Fino a poco tempo fa, ci spiega, i rapporti tra i prigionieri e le guardie a Ketziot erano buoni  e impostati sul  rispetto reciproco. Il problema è iniziato con l’annuncio dell’installazione di dispositivi di disturbo del segnale telefonico il 18 febbraio, nell’ala A-4, dove più di 110 prigionieri sono alloggiati in sei tende. All’epoca i prigionieri usavano 4 o 5 cellulari che erano riusciuti a fare entrare abusivamente nella prigione e ciascun prigioniero riusciva a parlare con le famigli per 15 minuti ogni 3 giorni.

La notizia del posizionamento dei dispositivi di alterazione del segnale telefonico è stata data ai prigionieri dalle stesse guardie della prigione, che hanno anche specificato che l’iniziativa non era stata presa della amministrazione della prigione ma era una iniziativa politica presa ai più alti livelli. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ed il ministro dll’interno Gilad Erdan, in vista delle elezioni del 9 aprile, volevano  far vedere che il loro  atteggiamento nei confronti  con i prigionieri di Hamas era sempre più duro.
Il 19 febbraio, i detenuti dell’ala  A-4 sono stati spostati in autobus in un’altra ala per alcune ore, per permettere l’installazione dei dispositivi. La direzione di Ketziot ha promesso che il blocco delle frequenze dei cellulari per il momento non sarebbe iniziato. I rappresentanti dei detenuti si sono accordati con la direzione della prigione perché la misura di restrizione delle comunicazioni fosse comunque negoziata con loro. Alla fine del mese di febbraio i dispositivi sono stati attivati senza che i rappresentanti dei prigionieri potessero negoziare con la direzione.  Oltre ai telefoni è stata anche alterata la ricezione radiotelevisiva, ma oltre a questo, quello che preoccupava molto i prigionieri è stato l’aver appreso che le radiazioni emanate dalle apparecchiature installate potevano essere dannose per la loro salute .

La direzione ha negato che ci potessero essere conseguenze per la salute  affermando  che anche le guardie della prigione erano esposte alle radiazioni e questo doveva garantirli sul fatto che non fossero nocive.  Da parte loro, i reclusi sostenevano che non si poteva comparare l’esposizione alle radiazioni delle guardie con quella dei prigionieri. Infatti la guardie non stanno esposte 24 h su 24  per anni come i prigionieri. Si sono quindi organizzati per fare nella loro ala una piccola manifestazione di protesta agitando dei cartelli con su scritto: “Non vogliamo morire lentamente”.

Salaima ci prepara un tè e continua raccontando  che a un certo punto i prigionieri hanno interrotto tutti i contatti con la direzione ed hanno sospeso tutte la attività ricreative compreso il ping-pong . La tensione nella prigione saliva lentamente. Alti funzionari dell’IPS giunsero al blocco per dire che la decisione di installare i dispositivi di disturbo era stata presa a livello ministeriale. Il 20 marzo i detenuti sono stati separati in blocchi diversi , nel tentativo di disinnescare una bomba ad orologeria innescata dall’iniziativa presa dal governo. Tutti stavano aspettando che succedesse qualcosa. Poi il 24 marzo è arrivato quello che Salaima chiama il “giorno del disastro”.

La direzione della prigione ha annunciato che sarebbe stato effettuato un controllo nell’ala A-4 e che per far questo  i detenuti sarebbero stati trasferiti. In quel periodo c’erano circa 100 prigionieri in quel blocco poi alcuni  sono stati rilasciati. All’inizio la direzione aveva detto  che l’operazione  sarebbe durata solo due ore. Poi hanno detto che sarebbe durata tutta  la notte, ma alla fine ai detenuti è stato ordinato di prendere i loro effetti personali  perché sarebbero  stati spostati nell’ala A-3, che era stata liberata per due settimane. Inizialmente il trasferimento è andato avanti senza problemi a gruppi di  10 detenuti alla volta, finché nell’ala A-4 sono rimasti solo pochi prigionieri. E’ stato  allora che,  nell’ala A4 quasi vuota, sono state accoltellate le due guardie. Secondo Salaima, l’attacco è stato compiuto da un prigioniero di nome Islam Mushahi. L’intera procedura di trasferimento è stata seguita sia da agenti delle forze speciali dell’IPS che della  polizia. Chi ha materialmente eseguito il pestaggio sono stati : Masada, Yamam, Yamar e Keter, mentre i circa 300 agenti che hanno fatto irruzione nella prigione tenevano a bada  i detenuti dell’ala A3 e ed i pochi detenuti rimasti nell’ala A4.  Nessun prigioniero è riuscito a sfuggire  ai colpi di mazza  o ai  Taser, dice Salaima, aggiungendo che le percosse erano indiscriminate ed hanno trasformato quelle sezioni  della prigione in un campo di battaglia. Sono stati feriti quarantacinque detenuti. Salaima ha cercato  di nascondersi in un angolo ma è stato trovato e bastonato e  le cicatrici sulla fronte e sul naso sono li a dimostrarlo.

“Hanno rotto gambe, braccia, naso, faccia, costole”, dice, riferendosi  alle forze speciali entrate nella prigione. “Masada ha sparato, e Yamar, Yamam e Keter hanno fatto il pestaggio.” Contro detenuti sono stati sparati circa 340 colpi di Taser ed anche utilizzato anche   15-20 cani che hanno ferito  alcuni prigionieri. Il fatto  si è compiuto  durante la notte ed è durato tre o quattro ore,  secondo quanto riferisce  Salaima. Dopo il pestaggio sono stati ammanettati mani e piedi  e lasciati  fuori  di notte per 36 ore – buttati in terra, legati, affamati, assetati, feriti, esposti al freddo,

Questa è la  dichiarazione che il portavoce dell’IPS ha rilasciato al reporter  di Haaretz, Josh Breiner: “Domenica, 24 marzo, in un atto terroristico pianificato e concordato tra i  prigionieri di Hamas a Ketziot hanno cercato di assassinare degli ufficiali dell’IPS. Un esame preliminare degli avvenimenti  indica che gli agenti di polizia penitenziaria  IPS sulla scena sono andati in soccorso dei colleghi che erano sotto attacco e che sono  stati feriti ed hanno soppresso la rivolta  per prevenire ulteriori attacchi da parte dei prigionieri e non esporli ad altri potenziali attacchi mortali. “Va notato che prima del tentato omicidio, le guardie della prigione hanno compiuto un’operazione nell’ala di Hamas che aveva lo scopo di salvare la vita dei prigionieri, alla luce del timore che in quella sezione della prigione, come atto di protesta , si potesse sviluppare un incendio.
“Va anche notato che, secondo tutte le valutazioni degli esperti dell’IPS, esiste ancora il pericolo di un attacco contro il personale da parte dei prigionieri di Hamas, come dimostra il fatto che in  settimana c’è stato un ulteriore tentativo di attacco da parte di un prigioniero di Hamas in Ketziot. Come per ogni incidente operativo di questo tipo, l’evento sarà investigato e [i risultati saranno presentati a tutti i livelli. ”

gideon levy           Gideon Levy    Haaretz Correspondent

 

Amos Oz non era una colomba

Qualche mese fa è morto Amos Oz celebrato scrittore israeliano che molti citano come un paladino della pace tra israele e Palestina. In questo articolo di Miko Peled, israeliano nato a Gerusalemme, leggiamo tutta un’altra storia. In sostanza, se gli israeliani , come se niente fosse, vengono  ancora considerati un paese “normale” da molti paesi, soprattutto occidentali  e non un paese integralista violento ed autoritario è proprio grazie a scrittori sionisti come Oz. Sono personaggi come lui, Grossman e purtroppo tanti altri, che aiutano a presentare  israele sotto mentite spoglie nonostante tutte le nefandezze che quel paese perpetra ai danni dei palestinesi.
Nessuno può mai definirsi amico dei palestinesi se non si definisce anche antisionista.
Buona lettura G.L.

da qui

TEL AVIV, ISRAELE – Lo scrittore israeliano Amos Oz è morto il 27 dicembre 2018, dieci anni dopo che l’esercito israeliano ha bombardato a tappeto Gaza, uccidendo innumerevoli innocenti. Oz ha definito   questo massacro “comprensibile ed accettabile”.

Amos Oz aveva 79 anni, i suoi libri hanno venduto milioni di copie in tutto il mondo e sono stati tradotti in dozzine di lingue. Rappresentava il tipico  intellettuale liberale israeliano che, invano, cercava di spingere Israele verso la pace. Sotto queste vesti tuttavia, era un sionista, che per decenni ha coperto gli orribili crimini commessi da Israele contro il popolo della Palestina.

“Son qui da molto tempo  e qui ho visto accadere grandi cose”, diceva  Oz, riferendosi alla colonizzazione sionista della Palestina. Era profondamente impressionato dallo sviluppo della lingua ebraica e dalla città di Tel Aviv, ma ha sempre parlato poco del fatto che questa cultura si è sviluppata sulle ceneri di un popolo che ha  preceduto il sionismo e che ora è costretto a vivere  una vita di miseria nei campi profughi.

Il mito della simmetria

In un’intervista rilasciata da Oz a Johann Hari di Huffington Post a Londra nel 2009, Hari scrive: Sembra lontano e molto tempo fa, ma Oz una volta sognava di bombardare questa città [Londra]. Era uno di quei bambini che partecipavano a quella che lui chiama “l’intifada ebraica” -: cioè il lancio di pietre contro l’occupante britannico in cui si metteva a rischio la propria vita. Hari poi chiede: ” Signor Oz se lei fosse un bambino a Gaza ora,  starebbe sognando di fare le stesse cose contro israele?” E Oz risponde: Per rispondere a questa domanda non devo inventarmi nulla perché ho vissuto le stesse cose. Ero un bambino nel ’48 quando  Gerusalemme fu assediata, bombardata, affamata, la fornitura d’acqua interrotta. E conosco l’orrore, e conosco la disperazione, e conosco cosa significa perdere la speranza, e conosco la rabbia, e conosco la frustrazione. ”

La Gerusalemme di cui parla Oz, la Gerusalemme Ovest, è la città in cui io più tardi sono nato e cresciuto. Fu sottoposta ad una campagna di pulizia etnica alla fine della quale non fu permesso a un singolo residente palestinese della città di rimanere. Le belle case palestinesi furono prese dagli israeliani; i quartieri esistono ancora ma la gente è stata mandata via. Le cose che un tempo appartenevano alle famiglie palestinesi di Gerusalemme sono state saccheggiate e tutto questo con una tale efficienza che persino libri di rara importanza sono stati raccolti, catalogati ed ora sono nelle mani di Israele.

Per Oz i colonizzatori , che per un breve periodo  hanno dovuto subire  la debole resistenza  del popolo colonizzato, possono essere paragonati a chi nel frattempo subiva  la pulizia etnica. Possono essere paragonati  ai palestinesi di  Gaza, che da sette decenni vivono in condizioni invivibili e sono sottoposti a bombardamenti a tappeto e ad incursioni costanti da parte delle forze israeliane.

“Conosco la disperazione e conosco la rabbia, e conosco la frustrazione.” Ma come può affermare di conoscere queste cose? Allo stesso modo degli europei che hanno colonizzato l’America, Oz dice: “Sono nato qui sotto il regno di re Giorgio V, sono  un nativo .” In entrambi i casi i colonizzatori hanno violentato e saccheggiato gli indigeni e poi quando si sono stancati di pagare le tasse al re d’Inghilterra, si sono ribellati  e si sono presentati come persone oppresse in cerca di libertà.

Nella sua intervista a Londra, Oz ha proseguito: “Hamas ha lanciato circa 10.000 missili nel sud di Israele, dove vivo. E non penso che nessun paese al mondo possa semplicemente porgere l’altra guancia. Non credo che l’Inghilterra si fermerebbe se qualcuno lanciasse 10.000 missili contro  lo Yorkshire . Quindi a mio avviso una risposta israeliana era comprensibile e accettabile. ”

Quel bombardamento a tappeto è iniziato alle 11:25 e alla fine della giornata Israele aveva  lanciato 100 tonnellate di bombe su una popolazione senza forza militare, senza carri armati e senza alcuna possibilità di difendersi.

In un’altra intervista Oz descrive la colonizzazione israeliana e la distruzione della Palestina e della resistenza palestinese come “uno scontro tra destra e destra”, in un altro ancora lo definisce “una lite tra noi e gli arabi”. “Israele vuole raggiungere  la pace”, dice, ma poi continua  ” pensare di vivere insieme non è realistico, ci dobbiamo dividere “.

In una conferenza a Tel-Aviv intitolata “Le sfide sulla sicurezza nel 21 ° secolo”, Oz ha spiegato che una democrazia con uguali diritti è impossibile perché “un stato unico dal fiume al mare potrà essere solo uno stato arabo e se ciò accade non invidio i nostri figli e nipoti “. Ha raccomandato come unica soluzione un Israele forte e militarizzato, anche se entro i confini pre-1967, aggiungendo che ” da 70 anni e fino a tutt’oggi è la nostra forza militare che ci ha salvato dalla distruzione “.

Oz, in un’altra intervista in ebraico, dice che sebbene abbia visitato la Germania e l’Austria innumerevoli volte, non è riuscito a dormire la notte e ha dovuto ricorrere all’uso di sonniferi – “molti, molti sonniferi”. E dormire a Khulda, il kibbutz in cui ha scelto di vivere per tre decenni? Khulda si trova a pochi chilometri dal villaggio palestinese di Khulda, distrutto dai terroristi sionisti nel 1948. E che dire del fatto di aver dormito ad Arad, una colonia sionista in cui Oz ha scelto di vivere per altri tre decenni? Fu costruita nel Naqab su terre prese alla tribù palestinese beduina Jahalin, ancora oggi terrorizzata dai colonizzatori sionisti. Oz chiamava Tel Aviv un sogno, un miracolo, ma sembra si sia espresso poco sul fatto che è nata dalle ceneri di molti villaggi palestinesi. Per non parlare di quello che è stata la grande città palestinese di Yafa, e da cui i palestinesi sono stati costretti ad esiliare.

È sbagliato parlare male dei morti. Amos Oz, tuttavia, non era un privato cittadino, non era solo un individuo ma un’icona. Ha fatto fortuna  ed ha tratto grandi benefici dalla sua immagine di sionista, patriota con un’aura di  uomo amante della pace, una vera “colomba”. Oz era l’icona della cultura del colonizzatore.

Può una società che si basa sulla colonizzazione e che è anche razzista e violenta sviluppare una cultura di resistenza a tale società, una cultura che non è oppressiva? Il film Black Butterflies, che descrive la vita della poetessa sudafricana Ingrid Jonker, ci dà una risposta a questa domanda. Jonker era un afrikaner, un’icona della cultura afrikaner, ma parlava e scriveva dell’ingiustizia dell’apartheid praticata dal suo popolo e questo lo pagava a caro prezzo. Nel maggio 1994 Nelson Mandela la menzionò e recitò la sua poesia “Die Kind” (Il bambino), che fu scritto sulla scia del massacro di Sharpeville del 1960.

Nella Palestina occupata, come in Sud Africa, il colonizzatore ha creato una nuova cultura ed un nuovo popolo. Gli israeliani sono come i sudafricani bianchi ed entrambi fanno parte dello scenario di queste terre che furono brutalmente colonizzate. Tuttavia, c’è una differenza tra una cultura che riconosce ed ammette almeno l’ingiustizia per cui esiste, da quella che invece  la ignora. Jonker rappresenta la prima, Oz la seconda. Non credo che il primo presidente della Palestina libera reciterà versi di Oz così come fece Mandela con la poetessa Jonker.

Miko Peled è un autore e attivista per i diritti umani nato a Gerusalemme. Figlio del Generale israeliano Matti Peled , è l’ autore di “Il figlio del generale. Viaggio di un israeliano in Palestina “e” Ingiustizia, la storia della Fondazione Terra Santa Five “.

Gli ebrei e la memoria. Gli israeliani e la propaganda

Ok va bene, era importante cercare di frenare questa ondata populista di destra che ammicca l’occhio al fascismo, si dimentica delle leggi razziali ed ha scordato come sia stato importante l’apporto che l’Italia ha dato allo sterminio di ebrei, Rom e gay.  Va bene quindi la fiumana di trasmissioni, dirette e “celebrazioni” per la giornata della memoria. Potrebbero però cercare di spiegarmi Marino Sinibaldi, Paolo Mieli, Lilli Gruber, Maurizio Mannoni ecc… per che  cosa realmente  vogliono ricordare? Vogliono ricordare perché non succeda più? Allora, se il motivo è veramente questo, perché non riescono mai ad attualizzare il ricordo portando alla luce quelle situazioni che nel nostro pianeta stanno riproponendo discriminazioni, vessazioni, soprusi, assassinii legate a doppio filo all’olocausto? Quello che hanno appena fatto le  signore ed i signori di cui sopra nei giorni passati non è ricordare ma “celebrare”.  Vuote celebrazioni che non influiscono in nulla su quello che è o può essere un nuovo sterminio. Si , parlo di un nuovo sterminio. Come li chiamate gli assassini mirati ad opera di cecchini che sparano su manifestanti che chiedono il rispetto delle convenzioni internazionali? Come lo chiamate lo sterminio di 2500 persone in un mese, compresi 500 bambini? Come la chiamate l’impossibilità ad una vita degna di questo nome da parte di una forza militare che presidia costantemente terre non sue umiliando e deumanizzando la vita di milioni di palestinesi.  E che cosa è una esecuzione a sangue freddo di un resistente palestinese già ferito a terra ed inerme da parte di un soldato israeliano? Soldato (Elor Azaria)  condannato ad una pena irrisoria e che ora fa il testimonial come “eroe” nella propaganda elettorale di un vice ministro (Yaron Mazuz) del governo Netanyahu? Avete un nome diverso per dei ragazzini e ragazzine ventenni che provengono dall’America e da tutte le parti d’Europa che arrestano donne e bambini che hanno il solo torto di difendere la loro terra?

Gli israeliani non sono il popolo ebraico,  il popolo ebraico è un popolo dalla connotazione religiosa ed in quanto tale non è definibile dai confini nazionali di uno stato. Sono presenti in molte nazioni del mondo e sono spesso in disaccordo con lo stato di israele. Si, mi si dirà che israele si sta affannando a farlo diventare uno stato ebraico, ma la secolarizzazione dell’ebraismo nello stesso israele gli sta dando molto filo da torcere. Sono sempre più gli atei che non osservano o gli ebrei poco osservanti . Se ne faranno una ragione è un trend mondiale che riguarda un po’ tutte le religioni e speriamo che sia l’inizio del superamento delle religioni che ci possa permettere in un futuro spero non troppo lontano di poter vivere in pace, uguali tra fratelli (sembra quasi un ossimoro vero?).  Ma torniamo alla  “Memoria“. Se io critico israele perché sta commettendo delle atrocità contro il popolo palestinese, perché vengo considerato un antisemita da molti giornalisti italiani e dalla quasi totalità degli israeliani pur non rinnegando niente della Shoa ed anzi cercando di dare un senso alla sua memoria? Che senso ha ed a chi giova mettere sullo stesso piano antisemitismo ed antisionismo? La risposta purtroppo è molto semplice e me l’ha data Ira Glunts un ebreo americano che il giorno del ricordo ha commentato:  Il giorno del ricordo dell’Olocausto è stato voluto nel 2005 dal governo israeliano. Il suo scopo , così come tutte le commemorazioni dell’Olocausto ha come obbiettivo principale quello di promuovere il sionismo . Certo Glunts forse non sapeva che l’iniziativa israeliana all’ONU fu preceduta 5aa prima dalla proposta di legge del parlamentare e giornalista italiano Furio Colombo con la quale si istituì in Italia il giorno della memoria il 27 gennaio. Questa proposta poi rimbalzò all’ONU dove trovò il quasi fanatico consenso degli israeliani pronti ad usare questa sacrosanta istituzione della giornata della memoria a fini propagandistici. Se veramente vogliamo ricordare, per far si che la memoria ci aiuti a che queste atrocità non accadano più, perché non evitare che la propaganda israeliana lo utilizzi barbaramente e senza scrupolo additando chiunque di antisemitismo ogni volta che si parla delle sue atrocità commesse ai danni del popolo palestinese? E come mai Furio Colombo ed i giornalisti di cui sopra non hanno mai difeso il giorno della memoria dalle fredde e ciniche aggressioni propagandistiche degli israeliani?

g.l.

Chi è l’ignorante?

di Gideon Levy  (Haaretz 03/10/2018) qui

Nella sua grottesca richiesta che il Real Madrid “si scusi” per aver ospitato l’attivista palestinese Ahed Tamimi, Yair Lapid ha deciso che l’incontro di Madrid “testimonia quanto siano ignoranti  coloro che vogliono distruggere lo Stato di Israele”.

Lasciamo da parte la questione delle capacità distruttive di una ragazza di 17 anni privata dei suoi diritti e l’artificiosa paranoia di un politico israeliano di 55 anni. In una competizione sull’ignoranza di ciò che sta accadendo sotto l’occupazione, si può dire che i padroni di casa di Tamimi a Madrid ne sanno molto di più del leader del partito centrista che proviene dall’elegante quartire di   Ramat Aviv Gimel, che, si può presumere, non ha mai messo piede a Nabi Saleh, casa della famiglia Tamimi. Le uniche sue informazioni sui palestinesi gliele da  l’esercito, lo Shin Bet ed i media israeliani. Lapid, che evita di incontrarsi con qualsiasi palestinese  , che non ha mai visitato territori palestinesi, così come fanno tutti i politici israeliani, non ha la minima idea della vita e delle persone di  questo villaggio dedito alla lotta, cosi come di qualsiasi altra località palestinese posta a meno di mezzora da casa sua.

L’ignoranza di Lapid è cosa ben nota. lapidQualsiasi europeo, lettore medio di giornali sa più di qualsiasi israeliano su ciò che sta accadendo in Palestina. La nuda e semplice verità che puoi trovare sulla stampa internazionale non la trovi su quella Israeliana.  Sulla stampa israeliana la verità è ben nascosta ed  è ammantata di un strumentale allarmismo e di bugie. Nell’Europa occidentale ai lettori non viene fatto il lavaggio del cervello con storie su una ragazzina  “terrorista” di 17 anni di una “famiglia di assassini” proveniente  da un “villaggio terrorista”. O con storie sulla  la distruzione di Israele, sul terrorismo diplomatico o sul terrorismo degli aquiloni. Nella stampa Europea  raccontano come è la vita sotto l’occupazione e cosa motiva l’opposizione ad essa.

Il Real Madrid vede Tamimi come un’eroina, un simbolo che merita rispetto e solidarietà per la sua legittima opposizione all’occupante, un occupante che con forza brutale invade e opprime il suo villaggio. C’è qualche altro modo per descrivere la vita a Nabi Saleh? Fatta eccezione per Haaretz ed altri  due o tre giornalisti che coprono i territori occupati per altre testate e che cercano di bilanciare il quadro presentato da Israele con un’immagine della verità, a volte scontrandosi  con i loro editor, le informazioni che escono dai territori occupati sono distorte ed ingannevoli. Ognuno è un terrorista. Si alzano la mattina – terroristi. Vanno  a dormire – terroristi. Terroristi nati per uccidere ebrei.
L’occupazione israeliana non trova spazio  nei media israeliani. Le descrizioni della routine, della vita quotidiana sotto occupazione non ha pubblico. Nessuno è interessato alle raffigurazioni degli orrori e dei crimini. IDF (le forze di occupazione israeliane) e Shin Bet (i servizi segreti israeliani) sono le uniche fonti di informazione degli israeliani per quasi tutto ciò che accade nel campo profughi di Balata.

Dalla  seconda intifada questo lavaggio del cervello si è intensificato enormemente e la popolazione israeliana non conosce nulla  della realtà della vita nella West Bank e nella Striscia di Gaza. Hanno solo informazioni distorte ed una  propaganda che sconfina nell’incitamento. I tentativi di descrivere la vita da incubo a Gaza, per esempio, sono molto più rari nella stampa israeliana che nella stampa internazionale  e, quando succede, questi suscitano ostilità e derisione. Gli israeliani scelgono di non informarsi e tendono a  raggomitolarsi nella loro ignoranza.

Israele ha proibito ai giornalisti israeliani di entrare nella Striscia di Gaza negli ultimi 12 anni, e nessuno apre la bocca. Anche le città della Cisgiordania, i suoi villaggi  ed i campi profughi ricevono più visite da giornalisti stranieri che da israeliani. Il risultato: una ignoranza terribile, pregiudizi, stereotipi, paura, odio, arroganza e disprezzo per qualsiasi cosa abbia a che fare con i palestinesi. In assenza di qualsiasi contatto diretto con loro,  è decisivo l’incitamento verso  la visione del mondo israeliana.

Qualcuno potrebbe anche  credere, a rischio di essere terribilmente ingenui, che se Lapid, non il politico ma l’ex-giornalista, dovesse una volta visitare Nabi Saleh per cercare di capire , con una mente aperta e non accecata, come è avvenuta la brutale occupazione  delle terre del villaggio e riuscisse a percepire che sia a  Nabi Saleh che nel vicino insediamento di Halamish si vive il vero ritratto dell’apartheid, applaudirebbe il Real Madrid per l’illuminazione che ha avuto nel voler accogliere una figlia di quel villaggio che ha osato affrontare l’occupante e lo ha sopraffatto.

Forse a Lapid ed a tutto il branco di israeliani che lo segue alla cieca, lo fa impazzire il fatto che Tamimi dopo rilasciosia tutto ciò che  lui, figlio di papà  che non ha  mai dovuto lottare per qualcosa e senza particolari doti di coraggio, non è mai stato e non  sarà mai: una combattente coraggiosa disposta a pagare un pesante prezzo personale, nata e cresciuta sotto l’occupazione ed ora simbolo della resistenza a quell’occupazione.

L’antisalvinismo non puo’ assolverti

Gli occhi dei nostri fratelli più sfortunati (la loro sfortuna siamo noi) che cercano di salvarsi quando sono in quei fatiscenti gommoni sono gli occhi della disperazione. Gli occhi delle stesse persone quando scendono a terra accompagnati da personale che li aiuta nei primi momenti del loro sbarco, sono gli occhi della felicità è della riconoscenza. Una riconoscenza finora mal riposta. Ed infatti quegli occhi si trasformeranno in occhi di rassegnazione che in alcuni casi diventeranno occhi di sfida. Si perché siamo tanto bravi (??!!) ad accoglierli ma non abbiamo avuto un briciolo di lungimiranza per agevolare il loro inserimento e la loro integrazione. Ed e’ questo l’origine di tutti i mali. Il 60% delle persone d’accordo con Salvini non nascono dal nulla. Quei nostri fratelli una volta sbarcati vengono per lo più sistemati in edifici ghetto (alberghi falliti, resort, vecchie caserme) dove  piano piano vengono deumanizzati, fino a perdere la dignità. Un uomo senza dignità è un uomo potenzialmente “pericoloso “ perché è un uomo che non ha più nulla da perdere. Ogni giorno vado a lavorare in treno.Prima di arrivare alla stazione passo piccole piazze dove stazionano gruppetti di disadattati locali che stringono amicizia con questi nostri sfortunati fratelli. Spesso questi sono gli unici contatti con locali che hanno. Vera palestra per la piccola criminalità. In treno ogni giorno incrocio gli sguardi di quei ragazzi che qualche mese prima sono stati sguardi prima di disperazione e poi di riconoscenza. Ora sono per lo più di sfida. E come potrebbe essere altrimenti! Maltrattati dal personale ferroviario e dai passeggeri. Sembra tutto fatalismo, la colpa sembra non sia di nessuno. Anzi si la colpa è di Salvini! Dove era il PD quando rincorreva le amministrazioni locali blandendole con il problema della sicurezza. Un problema inesistente ma che è valso a quasi tutte le amministrazioni periferiche locali a guida PD, che qualche anno fa erano la maggioranza, la chiusura ad ogni forma di integrazione (con rarissime adesioni a progetti Sprar). Certo l’uso cinico di queste persone da parte di Salvini per assicurarsi scranno e stipendio è fuori discussione, così come la pericolosissima superficialità e dabbenaggine (e tra poco qualche magistrato ci dirà criminosa)con cui via “social” gestisce un ministero di una repubblica parlamentare .Non si fa però nessun passo avanti se adesso tutti indistintamente si uniscono dando le colpe a Salvini.  Salvini è responsabile insieme ad altri. Non posso quindi non essere d’accordo con chi a Catania chiedeva di dissociarsi da Boschi, Renzi, Minniti… I carnefici di ieri che attraverso la ghettizzazione hanno creato insicurezza, non possono essere i nuovi paladini di oggi.

G.L.